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Caro Bersani, chi vive nel passato è destinato a perdere Opinion leader

Pistoia – Caro Pierluigi, caro compagno, mi piace chiamarti così, anche se io provengo da differente area, e cari tutti i compagni di viaggio che oggi vi preparate ad affrontare un divorzio politico. Vi scrivo perché vorrei rivolgervi questa parole, non mie ma che faccio mie : “La tradizione non è ricordare le ceneri ma tenere vivo il fuoco”.

A me pare che viviate nel ricordo del passato, nel tempo ormai remoto dove esisteva un Paese inchiodato dai disastri di guerre e miserie, dove c’era necessità di ribadire continuamente le nostre radici e la fedeltà ad un ideale. Oggi abbiamo uno scenario diverso, e già lo era agli albori del Pd. Nel 2007, quando l’abbiamo creato, insieme, avevamo il grande compito di rialzarlo, questo Paese, di darli speranza, forza e coraggio, con unità di intenti.

Abbiamo messo assieme diverse forze politiche proprio per questo, per scongiurare l’avanzata della destra più bieca e populista. Abbiamo iniziato un percorso importante, contornato da sconfitte e piccole rivincite, forti del nostro credo e delle nostre differenze. Un valore immenso, non un demerito, non un deprezzamento. Un valore aggiunto, come si dice spesso. Perché la forza di questo ambizioso progetto, definito spesso “fusione a freddo” era proprio il valore delle differenze.

Noi tutti provenivamo da diverse aree politiche, ma avevamo chiaro l’obiettivo, era comune a tutti, e valeva la pena quindi mettere in piedi un forte fronte politico democratico per dare risposte e offrire una ” casa” a chi cercava quello spazio di discussione ed elaborazione di proposte, serie e concrete, per la società. Bene ricordare, perché bene fare chiarezza su ciò che, nel tempo, è accaduto da quel giorno ad oggi. Siamo al Lingotto di Torino, era il 27 giugno 2007, Walter Veltroni si candida a primo leader del Partito democratico, il PD, la “nuova creatura politica” che è stata capace di raggiungere il traguardo di tre milioni e mezzo di persone partecipanti alle primarie, incoronando a segretario lo stesso padre fondatore.

Un’unica voce, che potesse essere più forte e che unisse le varie anime dell’Ulivo – quella post-comunista dei Ds e quella post-democristiana della Margherita – laica e riformista a vocazione maggioritaria. Alle elezioni del 2008 vince Silvio Berlusconi, ma il Pd raggiunge comunque il 33 per cento e continua il suo percorso tracciato. Ricorderemo tutti il discorso al Circo Massimo, dove il segretario richiamò oltre due milioni e mezzo di persone, parlò per 50 minuti ad una distesa di bandiere e palloncini bianchi, rossi e verdi: “Che spettacolo meraviglioso per la democrazia, un’altra Italia è possibile”, disse rivolto “all’adunata” festante e pronta a ripartire.

Poi, le dimissioni. Veltroni si dimette da segretario del Pd, nel febbraio del 2009 a causa della sconfitta di Renato Soru, presidente della Regione uscente e uomo di punta dei democratici. E’  Dario Franceschini a prendere la nomina ad interim. Come prima cosa ha il compito di affrontare le elezioni europee di giugno 2010, in attesa del congresso, che eleggerà, a ottobre dello stesso anno, Pier Luigi Bersani.

Ed ecco la prima scissione: Rutelli lascia. Dopo la vittoria di Bersani, sostenuto da D’Alema, si afferma più la parte laica e di “sinistra” del Pd, meno l’ala cattolica rappresentata dalla Margherita, che lascia il partito. Ed ecco che Matteo Renzi, da un anno Sindaco di Firenze, rilascia in un intervista a Repubblica l’idea della “rottamazione senza incentivi” dei dirigenti di lungo corso del partito, da D’Alema a Bersani. Diventa subito uno slogan di successo, che segna l’inizio, a Novembre, di quella che possiamo definire “convention politica” chiamata Leopolda. E parte da Firenze, da una storica stazione dismessa, e proseguirà negli anni come un appuntamento fisso con i sostenitori del leader, sino ad oggi.

Nel 2012 si apre la stagione primarie nel Pd. L’obiettivo del segretario Bersani, che ricordiamo vincere le primarie contro Matteo Renzi, che forte al centro nord dove primeggia, perde consensi al sud, viene candidato alla premiership, proprio in vista delle elezioni del febbraio 2013 (quindi, a dire, si poteva fare all’epoca Segretario e Premier?andava bene, evidentemente si.) L’intento era quello di recuperare quella alleanza di centrosinistra, che ricordiamo essersi allontanata, con il progetto denominato  “Italia Bene Comune”.

Le elezioni del 2013 portano il Pd al governo ma solo grazie alle cosiddette ” larghe intese”. Nel frattempo sale a sorpresa il M5S, che ottiene un alto consenso, inaspettato, pari al 25 per cento. Nonostante tutto, per effetto della legge elettorale chiamata “Porcellum”, il Pd ottiene la maggioranza alla Camera ma non al Senato. La fine e la caduta del segretario Bersani, lo ricordiamo, è la mancata elezione di Romano Prodi a Capo dello Stato.

Il famigerato “tradimento dei 101” parlamentari dem, di fatto, affonda il padre dell’Ulivo nella corsa al Quirinale permettendo cosi la rielezione di Giorgio Napolitano, che accetta nonostante la stanchezza dell’età, ma con unico obbiettivo: quello di portare il Paese alle Riforme costituzionali. Da lì parte la resa dei conti interna. La presidente Rosy Bindi si dimette, e poi tocca a Bersani. Guglielmo Epifani viene incaricato di reggenza nel Pd e ad Enrico Letta viene data la reggenza di Governo.

Il partito si prepara, così al congresso, che inizia ad ottobre del 2013 e termina con le primarie dell’8 dicembre. La contesa è tra il bersaniano Gianni Cuperlo e Matteo Renzi, che con il 67,5% dei voti stravince e diventa segretario del partito. All’inizio del 2014, Matteo Renzi si accorda con Silvio Berlusconi nella sede del Pd, attraverso il famoso “Patto del Nazareno”, un patto “puramente e strumentalmente” politico per la riforma della Costituzione e per portare a casa una nuova legge elettorale, l’Italicum. Gianni Cuperlo si dimette da presidente del partito,  in forte dissenso con l’Italicum, e la direzione del Pd sfiducia Enrico Letta. E’ in data 16 febbraio 2014 che Matteo Renzi riceve direttamente dal Presidente Napolitano, l’incarico di formare un nuovo governo. Giurerà il  22 febbraio. Esattamente oggi, tre anni fa.

Con la vittoria alle Europee del 40,8%, il Pd a guida Renzi entra nel Pse. Un’adesione definita dai media e dalla stampa, “storica”. Continuano le exit. Escono dal Pd Pippo Civati e Stefano Fassina. Lo scontro è sulla nuova legge elettorale, già qui, in questa fase montano i malumori nella minoranza interna. Pippo Civati, ricordiamo bene essere stato animatore assieme a Renzi della prima Leopolda ” Prossima fermata Italia”.

Lo seguiranno, poi, Stefano Fassina e Alfredo D’Attorre, che fondano Sinistra Italiana. Nel frattempo il Governo lavora alacremente, dei famosi ” mille giorni” fanno parte leggi importanti come le Unioni civili, mai realizzate con nessun governo, la riforma della scuola, il Jobs Act, la riforma sanitaria, il taglio delle tasse agli imprenditori ed un piccolo incentivo agli statali, le pensioni con la quattordicesima e altri interventi importanti. E parte la campagna referendaria, quella per la quale Renzi ha accettato l’incarico di Governo, mettendoci faccia e testa sul piatto, assieme alla Ministra Boschi che ne ha curato i dettagli, ma nonostante sia chiara la miglioria che si proponeva di attuare per l’Italia, con il 60% dei no, gli italiani respingono la riforma costituzionale.

Lo aveva detto e lo ha fatto. Dopo la sconfitta ha dato le dimissioni ed e nato il nuovo governo a guida Gentiloni. Matteo Renzi mantiene però nel frattempo la carica di segretario. Ma le divisioni interne al partito, che già si erano evidenziate fortemente durante la campagna referendaria, tanto che, seppur votate ad ampissima maggioranza, erano nati dei Comitati del No promossi da dirigenti di partito, diventano sempre più forti. Sul tavolo ci sono sia la necessità ed urgenza di un Congresso, che la data delle elezioni. Ogni proposta fatta dal Segretario viene puntualmente respinta, diversificata, e rispedita al mittente, fino alle sue dimissioni, con le quali si apre la fase congressuale. Ed è scissione. Possiamo dire che le fratture, anche le più piccole, vengono alla luce. Tutte, e finalmente, aggiungo.

Ecco la storia, caro ( affettuosamente) Pigi. La storia del nostro Pd. Quello di cui hai fatto parte e che, oggi, rinneghi non rinnovando la tessera. Uscendo, di fatto cosi, da un percorso importante dove tu, assieme a tanti, eri a fare la tua parte. La storia è questa, l’abbiamo fatta tutti noi, dirigenti e militanti, ognuno con il suo ruolo e compito. Semmai ti fossi scordato, te lo rammento. E’ vero, abbiamo perso, nel tratto di strada, spesso in faticosa salita, pezzi importanti, ma siamo andati avanti, nella certezza di essere sulla buona strada.

Nel frattempo ha governato la destra, con Berlusconi, un ventennio che ci ha visti in prima linea, a difesa dei nostri valori, e che ci ha permesso di risalire la china e tornare a governare il Paese. Ma un Paese che si guarda sempre indietro, che vive nel passato, è un Paese che perde. Invece occorre guardare avanti, l’Italia deve guardare anche avanti, oltre ad adorare le ceneri, deve ravvivare il fuoco che abbiamo dentro.

Dobbiamo riuscire ad essere migliori del passato, dare l’esempio ai nostri figli e guardare in faccia noi stessi. Spesso non lo facciamo, guardiamo in faccia gli altri, ed aggiustiamo il tiro alla bisogna dell’uno o dell’altro. Non sono qui a chiederti di fare un passo indietro, o a sollecitare ripensamenti perchè i cambiamenti, a me,  non hanno mai fatto paura. Io ho le idee chiare, ho fatto parte di quel meraviglioso progetto del 2007, partito dal Lingotto e sin dalla prima Leopolda ho sostenuto Matteo Renzi perchè ritengo sia la spinta nuova, riformista e propulsiva per questo tempo.

Oggi si ha necessità di atteggiamenti nuovi ed innovativi, di chi si sposta, seppur in un momento così difficile come questo, al di là del pianeta per imparare nuove tecnologie e portarle qui, da noi. E lui lo ha fatto, suscitando così anche critiche forti. Mentre in Direzione c’era chi insultava e poneva commenti forti su chi era assente, impegnato altrove. Non si può rimanere inchiodati a Bandiera rossa, ma pur considerandone il grande valore che ha, si deve agitare quella del Pd, di bandiera.

Perché presto, altrimenti, potremo piangere sulle scelte “scellerate” del 2017. Lavoro, welfare, sanità, scuola, e politica estera, Europa, sono i cardini fondamentali da portare avanti. Non credo che non siate d’accordo, ed allora chiedo : veramente non siamo sulla stessa linea? No, come è stato detto chiaramente, il problema tuo e di altri è solo Matteo Renzi. Da sempre. Ed allora, che scissione sia, se è vera, sentita nel profondo, ma ti avviso, è già affossato anche il vostro di progetto, c’è stato chi ha capito e ti ha abbandonato. Furbo? Cavallo di troia? Presto lo vedremo. Faremmo primarie aperte e franche, come sempre. Ed andremo avanti, al fianco di chi vincerà. Leali, come noi siamo sempre stati.

Caro Pigi, francamente, hai ragione. La sistemazione dei separati in casa non funziona, forse solo così potremmo continuare, sereni, finalmente a parlare di politica, a pensare all’Italia, e d a non perdere tempo con i litigi da cortile. Dal Lingotto siamo partiti, e dal Lingotto, a Marzo, ripartiremo, anzi, continueremo, perché noi non ci siamo mai fermati. Perché il vento ( quello bello, che spazza le nubi e che porta freschezza) non si ferma con le mani e neppure con la vanità di taluni che cercano il proprio sole, ormai esanime e spento. Posso? Un sorriso.

 Foto: Pier Luigi Bersani

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