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Caro Bersani, Monti è un riferimento ineludibile per la sinistra Innovazione, Opinion leader

Monti appare  un po' impacciato, nella sua vanità un po' altezzosa di professore, nel ruolo di leader acchiappavoti. E' vero. Non ha quello che si chiama il “phisique du role” per fare politica. Appare sempre un po' stonato. Non in sintonia con il sentire comune, con la pancia, della gente. Non promette né sogni, ne futuri migliori. Ma ricorda  a tutti doveri, necessità di equilibri, bisogno di riforme profonde e di approcci diversi. Insomma un “marziano politico” per il nostro paese. Ma un marziano utile e necessario in un momento in cui abbondano e tracimano dal sociale al politico movimenti qualunquisti e populisti, leader demagogici e nostalgici delle peggiori, e più fallimentari, ideologie palingenetiche.

Il Pd,  lanciato verso la vittoria finale da sondaggi favorevoli e da un clima da “vento in poppa”, anche se sperimentato esclusivamente in primarie sempre più ristrette al corpo dei militanti più attivi, sembra seccato da questa salita in campo. Come asserito più volte, in termini più o meno espliciti da D'Alema, non si riesce a capire perchè Monti debba rischiare nella competizione a fronte di un posto, quasi certo, nel più “alto” dei colli.

E questa incomprensione appare oggi come l'elemento più critico dell'attuale situazione politica nel centro sinistra. E ciò che non si riesce a capire è una cosa emersa in maniera lampante nello scontro fra Bersani  e Renzi nelle primarie per la candidatura alla presidenza del consiglio. E che si è pensato di averla accantonata, complice un arroccato silenzio politico di Renzi, con la vicenda delle primarie per la scelta dei parlamentari che hanno rafforzato l'idea del PD come partito  ancorato saldamente, e senza problemi, nell'area di sinistra del paese.

E la cosa da capire è che il paese è realmente, e ancora per un lungo periodo di tempo, in crisi economica e finanziaria. Che le ragioni della “chiamata” di Monti non si sono esaurite. E che un asse politico Bersani-Fassina-Vendola, quand'anche risultasse vincitore nella prossima competizione elettorale (ed è una cosa che si può ragionevolmente  escludere), non sarebbe certamente in grado di rispondere in maniera esaustiva ed appropriata alla crisi generale.

E allora si ripresenta ancora una volta il tema rappresentato dalla battaglia, prima culturale che politica, di Renzi dentro il PD. Un tema che richiama l'urgenza per il PD di abbandonare alcuni tratti tradizionali dei partiti costituenti (il Pci e la Dc) per andare a cercare “altrove”, e con maggiore tasso di innovazione, altre idee, altri approcci ed altri comportamenti in movimenti di pensiero diversi e non necessariamente collegati ai vecchi filoni della tradizione.

E nel momento in cui il processo di competizione, ma anche di integrazione e di contaminazione, stava avendo luogo nel PD, con evidenti allargamenti di area di influenza elettorale oltre i confini storici, questo si è interrotto e ha dato spazio a Monti di presentare, in alternativa, la propria proposta politica.

Il richiamo di Renzi ad un maggiore coinvolgimento, con relativo pranzo amichevole, da parte di Bersani appare quindi tardivo e incapace di rispondere all'esigenza di posizionare il PD in un'area elettorale più vasta e in una rappresentazione propositiva meno ancorata alle vecchie proposte della sinistra. C'è nel paese una necessità di riformismo e di nuovo approccio alla politica e alle istituzioni che non può essere colta con un aggiustamento di tiro ma che deve dar luogo a profonde discontinuità e rotture con culture e organizzazioni che ancora oggi determinano e indirizzano, troppo e con troppi vincoli, la cultura e la pratica della sinistra italiana.
E se questa ansia non riesce rappresentarla il PD, certamente verrà interpretata da Monti con innegabili riflessi sulla rappresentatività del PD nei confronti della società italiana. Il PD, dopo la competizione fra Renzi e Bersani, aveva la possibilità di uscire dal proprio, storico, perimetro. E aveva la possibilità di lanciare il partito, sia come militanza che come referenza elettorale, oltre “la siepe”. Forse, per la prima volta davvero, la sinistra riformista poteva disporre di un partito realmente, e possibilmente, a “vocazione maggioritaria”. Ma questo non è avvenuto. Si è preferito fare a meno dei tanti Ichino.  Si è preferito respingere gli inserimenti degli “odiati” Gori. E si è preferito ritrovare il senso della vittoria interna in nome di una purezza e una identità finalmente ritrovate.

E allora oggi si deve ragionare con un'asse PD e Sel che non saranno maggioritari nel paese. E si deve ragionare dentro un sistema di alleanze in cui Monti, e purtroppo anche quello che di vecchio e di sorpassato al leader si affiancherà, si porrà come elemento di garanzia verso l'Europa e verso alcuni gruppi e poteri interni al paese a fronte di una sinistra che non appare in grado di abbandonare il “caldo nido” della propria identità.

Ma cosa è che non convince dell'agenda Bersani che necessita, appunto, di una sorta di “fidejussione” da parte di Monti? In fondo, come scrive giustamente Scalfari nel fondo di Repubblica della domenica, le agende dei due leader non sono poi così diverse. E, a parte, alcune inevitabili e giustificate accentuazioni ora sull'una ora sull'altra proposta si può dire che potrebbero risultare, e forse lo saranno, facilmente sovrapponibili.

Il tema di fondo su cui la sinistra ancora non convince, non tanto per ciò che scrive ma quanto per ciò che realmente fa, è l'accettazione dell'inefficienza pubblica, con tanto di spesa incomprimibile, di fronte alle necessarie ristrutturazioni che sarebbero richieste per andare verso l'efficienza.

Cioè in tutto il paese, si parli di Stato, di Regioni, di Province o di Comuni, si parli di Asl, di Ospedali, di Scuole e di altre agenzie pubbliche a fronte di necessarie ristrutturazioni, che metterebbero ovviamente in discussione i livelli occupazionali raggiunti, la sinistra, con poche eccezioni, preferisce l'accettazione dello “status quo” e quindi l'accettazione dei disavanzi (reali o impliciti) e quindi la difesa dei livelli di spesa pubblica. Con nocumento di aree di servizio alla cittadinanza (riduzione dei servizi) o con un innalzamento inevitabile o mantenimento fuori limite della spesa pubblica. Con tanto di proposte “eversive” di rottura del patto di stabilità, di ritrattazione  dei limiti di indebitamento in Europa e altre cose di questo tipo.
Cose che potrebbero avere un senso se mirate al rilancio dei lavori pubblici e dello sviluppo ma che appaiono “pericolose”, rispetto alla tenuta finanziaria del paese, se avanzate allo scopo di allentare i vincoli dovuti alla recupero di efficienza operativa delle strutture e delle agenzie pubbliche.

Ecco perchè Monti non si fida dell'asse Bersani-Fasina-Vendola. Perchè sa che dietro questo asse si nascondono i tanti “lacci e lacciuoli” che non consentono al paese di ritrovare l'efficienza nel sistema pubblico che è un prerequisito per impostare un serio rilancio dello sviluppo del sistema privato del paese. Questo si,  anche attraverso misure di keynesismo innovativo e di politiche industriali attive tese a dare un supporto al sistema produttivo che altrimenti, a differenza da quanto sostenuto dai cultori del liberismo economico, continuerebbe a restare nella lunga depressione di questi anni.

E allora Bersani non guardi a Monti come ad una variabile impazzita. Ad un intruso nelle “cose nostre” della sinistra. Ma piuttosto ad un riferimento ineludibile per la sinistra italiana se non vuole essere risucchiata  nelle pratiche eccessivamente accomodanti che hanno contribuito, certamente accanto ad altre più importanti responsabilità, a rendere inefficiente e inefficace la struttura pubblica del paese. Ed è l'ora di cambiare. Di cambiare davvero e non solo nei documenti scritti dal PD sulla non più rinviabile Riforma della Pubblica Amministrazione.

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