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A Carrara si respira un’aria pesante. Come il marmo Ambiente

Una manciata di abitanti si è radunata lungo una stretta strada di transito e osserva i camion che passano. In centinaia il giorno attraversano la piccola città del marmo. La galleria che dovrà collegare le montagne con la costa, allontanando cosi i camion dal centro abitato, ancora non è stata aperta. “Siamo stufi di camion! Non li vogliamo più!” Non nascondono la loro rabbia per questi mostri di ferro. Trasportano marmo in blocchi o detriti dalle quasi 80 cave sul territorio comunale e lasciano dietro di sé una nuvola di polvere. Quasi nessuno ha il telone chiuso, “per pigrizia: non hanno rispetto per i cittadini”, commenta Giuseppe Sansoni di Legambiente che ha organizzato il raduno perché le polveri sottili superano in continuazione il livello di guardia.
Ma non soltanto le polveri sottili e l’inquinamento acustico fanno uscire la gente di Carrara in strada. Sono allibiti dalla velocità con la quale l’estrazione del marmo si estende sempre di più nelle loro splendide Apuane. Distruggono il paesaggio a vista d’occhio e inquinano le falde acquifere. “È stato estratto più marmo negli ultimi 50 anni che nei precedenti 2000. Ormai abbiamo delle cime capitozzate, tagliate, piatte. Qui non c’è rispetto neanche per il paesaggio”. Da lontano si sente un boato smorzato. “Sono mine che brillano”, spiegano alcuni di loro. “Vede, questo di fronte è il Monte Betogli. Ormai gli manca la cima. Ci rubano le Apuane”.
Sempre di più la gente delle Apuane si ribella contro la devastazione dei loro monti. È una consapevolezza nuova. In passato nessuno metteva in dubbio l’attività estrattiva, anche se durante i secoli ha procurato ferite profonde nel volto delle montagne. Marmo, appunto, era sinonimo di lavoro e ricchezza. Ancora un mezzo secolo fa nelle cave di Carrara lavoravano 5000 cavatori che estraevano 200.000 tonnellate di blocchi l’anno; oggi i cavatori sono scesi a meno di mille e i blocchi estratti sono saliti a oltre un milione di tonnellate l’anno. La maggior parte viene trasportata in Cina e trasformata là in arredi da bagno o mattonelle. Conviene, e nel frattempo tanti laboratori hanno dovuto chiudere i battenti.
“Se pagassero almeno adeguatamente per il marmo, Carrara sarebbe una città ricca”, dice Giuseppe Sansoni. Le cave sono proprietà del comune, cioè dei cittadini. “Nemmeno quello!” Gli imprenditori pagano al Comune fra 4 e 14 euro per tonnellata estratta, secondo la qualità del marmo. Chi consulta l’accurata documentazione pubblicata sul sito di Legambiente si chiede da che parte stia l’amministrazione comunale. Per legge, infatti, le concessioni delle cave non possono essere perpetue ma devono essere temporanee e onerose e le tariffe dovrebbero essere basate sul valore del marmo estratto. “Invece il Comune ha modificato il regolamento a danno proprio e dei cittadini: prevedendo il rinnovo automatico delle concessioni degli agri marmiferi ne ha reintrodotto di fatto la perpetuità. Anche le tariffe sono contrattate con gli imprenditori, a loro vantaggio, e non rispettano minimamente il valore del marmo”. Circa 15 milioni di euro sono stati l’anno scorso gli introiti del Comune per l’estrazione del marmo. Introiti che, come da quasi 10 anni, sono stati spesi interamente per costruire il tunnel che un giorno toglierà i camion dal centro urbano di Carrara. “Certo, la strada dei marmi apporterà benefici anche ai cittadini, migliorando la vivibilità della città, ma il vantaggio principale sarà per gli imprenditori che risparmieranno sui tempi di trasporto. Perché è stato scartato il project financing e si è scelto di far pagare ai cittadini una strada che sarà utilizzata quasi esclusivamente dagli industriali?” Se si aggiungono i problemi ambientali, le polveri sottili, il rumore e l’inquinamento delle sorgenti, si capisce come mai si stia sbriciolando il consenso per il settore. “Se un tempo la cittadinanza tollerava di più i disagi perchè ci ricavava il pane, man mano il marmo, da una ricchezza, è diventato una maledizione”.
Sul fatto che il marmo sia diventato una maledizione per la popolazione, avrebbe inciso anche un piccolo cambiamento di una norma europea all’inizio degli anni ’90, riprende il filo del racconto Mauro Chessa, presidente della Fondazione dei Geologi Toscani. Una norma che riduceva il tenore di purezza per il carbonato di calcio naturale che viene usato anche per l’uso umano. “Questa decisione ha reso appetibili le montagne calcaree delle Apuane. Il carbonato di calcio non è nocivo e per questo può essere utilizzato in moltissimi prodotti come dentifricio, medicinali, mangimi, plastica, vernici. Inoltre pesa molto, un pregio per l’industria alimentare, perché può essere aggiunto per far aumentare il peso a basso costo”.
All’inizio, questa seconda vita, come Mauro Chessa denomina la polverizzazione dei detriti di marmo in carbonato di calcio, sembrava un’ottima soluzione per disfarsi degli scarti della estrazione che in passato finivano sui ravaneti come vengono chiamate le discariche di detriti sui fianchi delle montagne. Purtroppo così non è stato. Per alcuni cavatori il business dei detriti, circa l’80 % del materiale estratto, è diventato prevalente rispetto all’estrazione del marmo in blocchi. Ogni anno vengono trasportati via oltre 4 milioni di tonnellate di scarti di marmo soltanto dal territorio di Carrara. “In tempi di crisi come questi dà un polmone di elasticità particolare sul piano economico”.
L’appetibilità del carbonato di calcio, spiega Mauro Chessa, sta anche nel fatto che, al contrario dei blocchi che richiedono tecnologie particolari per l’estrazione e personale specializzato, per il carbonato di calcio basta andare lì a tirarlo giù, anche se è molto meno rimunerativo rispetto al marmo di qualità. “E molto più facile buttare giù con una mina milioni di metri cubi di calcare piuttosto che con pazienza, tirare fuori i blocchi di marmo. Questo spiega l’interesse per il carbonato di calcio”.
Il suo collega Antonio Criscuolo dell’Ufficio del Marmo del Comune respinge questa accusa. “Se si sentono dei boati sono i massi che vengono caricati sui camion. Soltanto qualche volta si fanno piccole esplosioni per mettere in sicurezza le pareti delle cave”. Marco Chessa insiste e non capisce come mai il Comune neghi la prassi. “Ormai è criticato anche dai comuni vicini”.
Per lui è altrettanto problematico che le ruspe non si fermino più neanche davanti ai ravaneti antichi o a quelli che sono importanti dal punto di vista della stabilità del terreno. “Non è tollerabile, se si vogliono conservare sia il patrimonio del marmo sia il patrimonio ambientale. Ci vuole una attenzione diversa. Per me è il criterio della rapina. Non si va lì per togliere quello che è sostenibile per l’ambiente, ma si va a togliere finché ce n’è”. Il geologo chiede una legge che fissi un limite annuo all’estrazione del marmo, dando così sostegno a “Salviamo le Apuane”, un gruppo di coordinamento di comitati, associazioni e singoli cittadini che protestano contro la devastazione delle Apuane. La loro meta: fare della capitale del marmo un laboratorio sostenibile per la montagna. Hanno scritto insieme una “Carta delle Apuane”, un manifesto d’intenti per difendere e rilanciare il territorio. “Non vogliamo immediatamente fermare l’estrazione del marmo”, dice Eros Tetti, il loro portavoce. " Ma chiediamo che l’estrazione venga limitata al più presto al marmo di pregio e che questo venga poi lavorato esclusivamente dagli artigiani locali". Le loro alternative per creare nuovi posti di lavoro: puntare sul turismo, ripristinando le cave dismesse come museo dedicato al marmo, come teatro o laboratorio a cielo aperto, come palestra per arrampicate o per percorsi di trekking, e invertendo l’abbandono della montagna. “Pensiamo ad un ripristino della pastorizia e dell’agricoltura, e alla produzione dei prodotti di qualità. Nuovi stili di vita più equi stanno sviluppandosi, e crediamo che sia il momento giusto di creare un’economia alternativa alla monocoltura del marmo”.


 

 


 

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