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Casa dei Gesuiti occupata: si cerca una soluzione per limitare i danni Cronaca

Firenze –  Continua la ricerca di una soluzione che possa porre fine all’occupazione della Casa dei Gesuiti di Firenze da parte di 101 rifugiati, in stragrande maggioranza somali, guidati dai militanti del Movimento di lotta per la casa. Stamani, sabato 21, gli occupanti hanno preso parte al funerale del loro connazionale, il 44enne Alì Muse, perito nell’incendio del  capannone ex Aiazzone dove era alloggiati provvisoriamente i rifugiati.

La cerimonia di rito musulmano è stata l’occasione per una serie di conciliaboli fra le autorità comunali presento, l’assessore comunale all’assistenza Sara Funaro, esponenti della comunità somala ufficiale, l’imam di Firenze Ezzedin Elzir. L’attesa di tutti è che il Comune di Firenze presenti una nuova proposta in grado di convincere gli occupanti  lasciare l’edificio, uscendo da una situazione di illegalità che non può che nuocere  a tutto.

La serenità prevale anche all’Istituto Stensen grazie anche alla posizione contraria all’assunzione di misure radicali quali l’intervento della polizia e lo sgombero con la forza. “La fretta uccide l’empio – ripete il padre Ennio Brovedani, direttore dello Stensen e responsabile della gestione della Casa dei Gesuiti – ci vuole il dialogo per trovare una soluzione che riesca a convincere e non a vincere”.

Il rispetto del principio della legalità – prosegue – “è fondamentale, altrimenti non è possibile integrare e convivere, ma non deve essere tale da svilire la dignità di questi disgraziati. Bisogna dunque trovare un equilibrio fra il rispetto della legalità e il rispetto di valori, un conflitto che non si risolve con gli sgomberi”.

A chi gli ricorda l’invito di Papa Francesco all’accoglienza, Brovedani sottolinea che il Pontefice ha parlato sempre “di accoglienza nel rispetto della legalità”. Intanto però si comincia a riflettere sui danni che l’occupazione guidata dal Movimento di lotta per la casa e dal suo portavoce Lorenzo Bargellini potrebbero provocare all’edificio e ad alcuni suoi preziosi arredi religiosi, pitture del seicento comprese (alcune delle quali sono già state trasferite in un altro stabile). Così come al contratto con l’Università cinese Tongji di Shanghai, la cui firma definitiva era imminente: il progetto favorisce la creazione di un  grande centro culturale e universitario cinese che sarebbe un grande arricchimento per tutta la città.

C’è infine l’impatto che questa situazione potrebbe avere sulla stesso missione culturale dell’Istituto Stensen, un luogo dove – dice il direttore – si costruisce una cultura della pluralità e della multiculturalità, e dunque un luogo dove ci si prepara per il futuro.

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