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Caso Forteto: quando il revisionismo storico diventa gossip Opinion leader

Vi si racconta di un gruppo di uomini dabbene che, in nome di un pregiudizio che l’autore intende di carattere ideologico e politico, non riuscirono a vedere che nella casa di accoglienza del Forteto si commettevano abusi  nei confronti dei  minori. Questi uomini, per carità, erano in buona fede, ma purtroppo annebbiati . Soprattutto dalla circostanza  di appartenere al dissenso cattolico.

Sarà ovviamente la magistratura a chiarire che cosa è accaduto al Forteto. Nulla deve essere dato per scontato,né in un senso né nell’altro. Ciò che invece interessa qui è stigmatizzare un  modo di ricostruire una storia nella  quale il gossip si mescola con gli eventi , le speculazioni con i dati di fatto, episodi lontani giustapposti ad altri con i quali non hanno niente a che vedere.  Si parte da una tesi predefinita, uomini intrappolati nei loro pregiudizi, e la si argomenta in modo che tutto concorra a confermarla. Che è il tipico modo di procedere di un certo revisionismo,  forse in buona fede ,ma fuori dai canoni di una corretta analisi storica.

Vediamo per esempio la lunga citazione del racconto di Rodolfo Fiesoli, uno degli attuali imputati,  su un incontro con don Bensi, Giorgio La Pira e Gian Paolo Meucci: circostanza di nessun rilievo né storico né umano che l’imputato ha sempre riportato con l’intento di dimostrare di avere avuto padri nobili. C’è poi una lunga ricostruzione dell’azione e del pensiero del gruppo che si ritrovava intorno a La Pira e degli eventi di quegli anni 70. Ci sono tutti:  Mario Gozzini, Ernesto Balducci, Gian Paolo Meucci, anche don Milani.  Un bel gruppo che, guarda caso, si sarebbe trovato spiazzato di fronte all’iniziativa del magistrato Carlo Casini, il fondatore del  Movimento per la vita, espressione della destra cattolica, che firmò un mandato di cattura per Fiesoli.

Secondo l’autore sarebbe cominciato da qui l’annebbiamento ideologico:  Fiesoli sarebbe diventato una sorta di baluardo di una posizione culturale e politica che doveva essere salvato a ogni costo. Anche non facendo mettere il suo nome sui giornali.  Tassini è forse troppo giovane per ricordare che anche allora  i giornalisti omettevano il nome di chi era implicato in reati sessuali e la cronaca giudiziaria non ne seguiva il processo. Poi si riportano giudizi di seconda mano,  di asserite convinzioni granitiche del giudice dei minori sul Forteto come modello nonostante che Fiesoli fosse stato condannato nel 1985, l’anno in cui Meucci si ammalò mortalmente per morire il 18 marzo 1986.

Da quell’anno sono stati affidati al Forteto 56 bambini, ma il vecchio gruppo di cattolici non c’entra davvero niente. Loro avevano conosciuto le carte di quel primo processo e ne avevano onestamente  tratto la convinzione dell’innocenza dell’imputato, prima che fosse condannato. Cosa è accaduto dopo meriterebbe tutta la migliore penna di Tassini.  Ma non è questo il tema che lo interessa di più.

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