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Caso Magherini, incontro al Teatro del Cestello Cronaca

da Laura Bonaiuti-Paola Del Pasqua

Firenze – “Abbiamo scoperto la vita insieme giorno dopo giorno”. A Gabriele trema la voce mentre legge le sue stesse parole e delinea con poche frasi il significato della vera amicizia. Era uno tra i più vicini a Riccardo Magherini, e come lui molti accorsi al Teatro del Cestello che oggi pomeriggio si è riempito – fino a costringere alcune decine di persone sulla soglia, ad ascoltare tramite una cassa posizionata in strada – in occasione dell’iniziativa “Se c’è un giudice a Firenze: Riccardo Magherini, così muore un ragazzo di San Frediano“, moderata dal senatore Luigi Manconi.

L’associazione “Riccardo Magherini” si costituirà domani, a poco più di tre mesi da una morte ancora discussa e con aspetti da chiarire. Si occuperà dello sport come strumento di educazione per i giovani con un sogno. Il primo evento si terrà il 17 Giugno, data che coincide con quello che sarebbe stato il quarantesimo compleanno di Riccardo, per una cena di beneficenza al circolo di Pozzolatico.

È stato proiettato un video realizzato dagli amici della vittima – che riproduce il corso degli eventi della notte di quel 3 Marzo; poi, scritti su dei fogli bianchi e accompagnati dal suono dei battiti di un cuore sempre più flebile, i lamenti di Riccardo e dei testimoni che non sono stati ascoltati dalle forze dell’ordine: “Basta; Ahia; Smettetela”. E l’ultimo foglio, vuoto, su cui il suono del cuore si ferma.

“L’accanimento sui corpi avviene in quattro forme: con la discriminazione, il maltrattamento, l’abbandono e la diffamazione. La richiesta di giustizia deve decostruire tutte queste quattro fasi e ripristinare il diritto del corpo offeso”, ha osservato il professor Fava, presidente della Fondazione Michelucci. Ma in un processo in cui sono coinvolte le forze dell’ordine “ciò che per noi equivale al buon senso non vale più”, ha spiegato Fabio Anselmo, legale della famiglia Magherini.

Molti punti interrogativi restano sulla vicenda. In particolare, i racconti di due testimoni che raccontano di essere state intimidite al momento dell’interrogatorio e a cui sono state date informazioni sbagliate. La prima riferisce che un carabiniere ha definito il suo atteggiamento come “immorale” perché non si era da subito rivolta alla giustizia ma aveva preferito parlare con una giornalista; racconta di essersi lamentata dello scarso preavviso della convocazione al Palazzo di Giustizia in vista di una sua imminente partenza per Roma. Il carabiniere a quel punto “ha detto che ovunque mi fossi trovata lui stesso sarebbe venuto a cercarmi”.

L’altra testimone ha riferito che, alla richiesta di informazioni sulle condizioni di Magherini, il maresciallo aveva risposto che attualmente si trovava in ospedale (mentre in realtà era già morto). “Ma gli faranno un TSO?” Ha chiesto la testimone. Al che le è stato risposto “Mi sa che gliel’hanno già fatto”. Inoltre la donna racconta che, durante la deposizione, quando lei ha cominciato ad accennare alle percosse subite da Magherini, il carabiniere ha smesso di scrivere al computer e, di fronte a sue insistenze, ha detto “La deposizione è sua, signorina; lo vuole scrivere?”

Presente all’iniziativa anche Ilaria Cucchi: “Riccardo è stato ucciso due volte. Mi sento un’amica di Riccardo anch’io, sono emozionata come voi.”

Un ringraziamento particolare è stato fatto a Fabio Evangelisti, Marco Perduca, Alessia Petraglia e Ivan Scalfarotto presenti in sala.

“L’attenzione dell’opinione pubblica è fondamentale –  ha osservato l’avvocato Anselmo – senza di voi noi non andiamo da nessuna parte. Sono fiero di Guido e Andrea Magherini”. E sulla questione dei testimoni intimiditi, come pure su quella dei file audio che i Magherini ritengono mancare, stamattina è stato depistato un esposto in Procura, all’attenzione del pm Luigi Bocciolini.

E oggi hanno preferito non entrare, alla Festa dell’Arma, il babbo e il fratello di Riccardo Magherini, nonostante avessero i posti riservati. Compreso che non si trattava di un evento pubblico, “abbiamo preferito non entrare”. Nessun gesto polemico, spiegano, portando ad esempio la presenza di un nonno carabiniere in famiglia: “I valori dell’Arma sono nel nostro Dna”.

Un punto importante per rispondere alla domanda di fondo, se cioè l’intervento delle forze dell’ordine abbia procurato o meno una situazione che ha favorito il decesso di Riccardo, passa dalle modalità dell’intervento dei volontari della Croce Rossa che erano sul posto. Una serie di telefonate registrate e immagini video (uscite su molti quotidiani on line) fanno da contorno al fatto. Stamp ha pensato di avvicinare un volontario che presta la sua attività in uno degli enti che si occupano delle emergenze, per capire bene se c’è un protocollo che stabilisce punto per punto il comportamento e le modalità prescritte nel caso che l’operatore sanitario volontario si trovi di fronte a un soggetto che è nelle mani delle forze dell’ordine. E se è stato rispettato. Per farlo, Stamp ha posto alcune domande a una volontaria che tuttavia non ha voluto rendere pubblico il suo nome, nè l’ente presso cui presta la sua attività, diverso dalla Croce Rossa.

Se c’è un protocollo di comportamento per questi casi, come si articola? “In presenza delle forze dell’ordine i volontari devono sempre ricevere il nulla osta per intervenire. Nel caso specifico, partendo dalle telefonate e dai video di pubblico dominio, quando i volontari sono arrivati, i carabinieri hanno chiesto subito chi di loro era il medico, perché volevano un medico. Evidentemente che la situazione fosse grave, quindi, lo avevano capito. Tornando alle modalità prescritte dal protocollo, il caposquadra, chiamato dal 118 (che chiedeva se erano arrivati sul posto o meno) conferma l’arrivo e commette un errore: dice “già che ci siamo, mandate un’auto medica perché i carabinieri chiedono il medico”. Avrebbe dovuto aggiungere una semplice frase ho avrebbe scagionato tutta la squadra: “le forze dell’ordine non ci fanno intervenire. Vogliono un medico”. Inoltre la comunicazione tra la squadra e il 118 deve essere costante e dettagliata. Non a caso la squadra è considerata “gli occhi del 118″. Ci sono state molte ingenuità da parte del caposquadra, che non ha dimostrato sangue freddo. Va comunque detto che con ogni probabilità la presenza dei carabinieri  li ha messi sotto pressione, una pressione che non hanno saputo gestire bene”.

Dov’è dunque l’eventuale non osservanza delle regole?Nel non comunicare chiaro e tondo al 118 le seguenti 4 parole: “non ci fanno intervenire”.

Il protocollo vale indistintamente per Croce Rossa, Misericordia, Fratellanza Militare e tutti gli enti simili? Sì, è comune a tutti i volontari del soccorso, che durante il turno hanno la qualifica di “operatori di servizio pubblico”.

A suo parere, lo sbaglio se c’è stato sbaglio, dove si annida?Sono almeno due: la mancanza di sangue freddo da parte del capo squadra e l’intervento della volontaria che ha comunque messo il saturimetro a Magherini, quando era evidente che i carabinieri volevano un medico. Su tutto, ovviamente, la mancata comunicazione al 118 di cui sopra”.

E’ credibile che l’ambulanza non trovasse il posto? “La chiamata era sul civico 67, il primo dopo la porta di San Frediano. Quando c’è un incidente su strada viene sempre richiesto al chiamante (un passante, per esempio) il civico da parte del 118. La squadra è uscita da Lungarno Soderini e ha svoltato a sinistra lungo le mura di Santa Rosa, arrivando effettivamente al civico indicato dal 118. Magherini nel frattempo si era spostato di molto, tant’è che dal video apparso su Repubblica si capisce chiaramente che quando è a terra siamo all’altezza del Cinema Eolo, o della chiesa.. giù di li, dunque molto più avanti. È probabile, quindi, che la squadra abbia percorso un pezzo di San Frediano e, non vedendo nulla, abbia svoltato nuovamente a sinistra, a quadrato, per poi ripercorrere la via e trovare il posto. Dunque sì, è credibile”.

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