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Cassintegrati: il risvolto umano della crisi Economia

Ritrovarsi senza un lavoro, a cinquant'anni, è dura. Anche a trenta, è chiaro: ma a quell'età hai spesso dei figli, magari precari, il mutuo da pagare, acceso quando ancora il lavoro sembrava sicuro, e la sensazione di essere diventato, improvvisamente, un peso per la famiglia. In tasca hanno solo una certezza: a cinquant'anni nessuno ti prende a lavorare. 
Un groviglio di angoscia e impotenza che non fa dormire di notte. Franco è da anni che porta sempre lo stesso cappotto, Anna taglia sulla spesa e sul parrucchiere e Mario centellina le sigarette. Li incontri ai presidi delle aziende in crisi, sparse su tutto il territorio fiorentino: nell'ultima settimana se ne possono contare uno al giorno. Seves, Selex Elsag e Stefan, solo per fare alcuni nomi. Ma la lista delle crisi aziendali toscane è lunga: Targetti, Selex Galileo, Laika, Carapelli, Acqua Panna, Lucchini, Ansaldo Breda, Alinari, Asso Werke, Barsanti. Non possono quindi sorprendere gli ultimi dati sulla cassa integrazione straordinaria aumentata, negli ultimi quattro mesi, addirittura del 130% .

E non sorprendono nemmeno le file alle mense della Caritas: in quella di via Baracca, nell'ultimo periodo, la percentuale degli italiani è passata dal 10 al 27% , un dato mai raggiunto prima. Mentre a Pistoia si arriva addirittura al 44%, con un età media in continuo aumento: 49 per gli italiani (era 41 nel 2004), e 39 per gli stranieri. E guarda caso, il 63, 9% di chi chiede aiuto ai centri Caritas è senza lavoro, o con un  reddito insufficiente. Dietro le cifre, ci sono però i volti e le storie di uomini e donne sconosciuti, schivi e riservati come se fosse loro la colpa di un lavoro a rischio e di una normalità in bilico. “Non è facile spiegare ai tuoi figli perché la mattina non ti alzi più per andare al lavoro- racconta Mario- Ti senti quasi in colpa di rimanere in casa”.

Mario lavorava in un'azienda del cotto della provincia, è stato in cassa integrazione per tre anni, e ora guida i camion, “un lavoraccio- dice- ma avevo poca scelta”. Miriam sta pensando di andarsene: “Sono francese- spiega- e se la situazione non migliora, faccio le valigie e torno in Francia, con marito e figlia”. Prospettive in Italia, d'altra parte, ce ne sono poche:” A quarant'anni che lavoro potrei trovare? Se mi va bene strappo un contratto interinale per qualche mese, un anno al massimo. E dopo?”. A Franco, l'azienda ha invece fatto una proposta: “Mi hanno convocato per offrirmi la mobilità, una volta scaduta la cassa integrazione, a giugno 2013. A quel punto, secondo loro, potrei andare a ingrossare la fila degli esodati,- commenta- e sperare che sia lo Stato a pensare a noi. Una via d'uscita conveniente solo per l'azienda”.

Anna parla di ricatti: “Scioperare, o venire ai presidi, quando si è in cassa integrazione non è facile. Sei ricattabile, e in questa posizione non puoi permetterti passi falsi- e poi si affretta a precisare- È meglio se non esce il mio vero nome, chiamami Anna”. E poi c'è Piero, dell'industria Seves, che in cinque giorni è passato da una tenue speranza alla dura certezza che il forno, dal quale usciva il vetro incandescente pronto per essere modellato, sarà spento definitivamente. Poche parole le sue, mentre riprende la via di casa sotto le luci natalizie accese in ogni angolo: “Sarà un Natale amaro, molto amaro”.

Sara Capolungo

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