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Caterina de’ Medici, regina amazzone, inventò la sella per le donne (e le mutande) Breaking news, Cultura

Firenze Caterina de’Medici portò in Francia numerose innovazioni nel campo della gastronomia, della moda, della cura della persona.

E’ noto che nel campo della moda la sua innovazione più famosa è stata certamente l’uso delle mutande. Non fu lei a inventarle ma probabilmente fu Isabella d’Este ed erano già state adottate da Lucrezia Borgia. Ma fu Caterina che le introdusse in Francia e le rese famose in tutta Europa, quanto meno nelle classi più elevate. 

Le mutande erano connesse alla sua passione per l’equitazione. Le donne allora  cavalcavano stando sulla  “sambue”  un sedile, spesso imbottito, posto un lato del cavallo parallelo alla sua schiena, con un predellino sul quale la dama appoggiava i piedi, ma proprio perché era seduta lateralmente: poteva andare solo al passo (Cfr.Go horse  https://www.gohorse.it/storia-della-monta-allamazzone-un-tuffo-nella-storia/)

Per poter andare al galoppo dovevano montare in arcione  Ecco perché quando volevano   cavalcare ad andatura più sostenuta, come era indispensabile durante le partite di caccia  dovevano montare in arcione, a “califourchon”, e questo per una donna era motivo di  scandalo. Caterina de’Medici allora si fece fabbricare un apposito sedile, una sorta di sella che le consentiva di stare in groppa al cavallo pur tenendo entrambe le gambe da una sola parte.  

Per evitare di cadere sull’altro lato quando il cavallo andava al galoppo fece aggiungere  da quel lato un sostegno chiamato fourche , che le permetteva di non scivolare sul lato sinistro del cavallo, opposto a quello sul quale teneva le gambe. 

 (Cfr. Racconti dal passato–cavalcare all’amazzone in   https://raccontidalpassato.wordpress.com/2015/03/02/cavalcare-allamazzone/)

Fu chiamata cavalcatura all’amazzone (sebbene le amazzoni mitologiche montassero in arcione) ed ebbe immediato successo. La gamba destra della cavallerizza era girata verso l’incollatura (Nei cavalli, punto in cui il collo si attacca alle spalle) le spalle perpendicolari alla colonna del cavallo. E la donna poté assumere un nuovo ruolo sociale considerando l’importanza che il cavalcare aveva all’epoca.

In questo modo era possibile impugnare le briglie per dirigere i movimenti del cavallo. Le donne poterono non solo andare al galoppo come gli uomini ma anche lanciare la cavalcatura per superare gli ostacoli.

C’era, però, una difficoltà : per la sambue si poteva utilizzare un predellino. Invece, salire e scendere dalla nuova sella, per le donne era più arduo. Poteva far scoprire le gambe e addirittura le parti intime. Ecco perché la Medici introdusse l’uso delle mutande .

Ma c’era un altro problema. Il nuovo indumento era malvisto dalla Chiesa perché queste mutande erano dei pantaloncini che arrivavano fino al ginocchio e somigliavano troppo ai pantaloni degli uomini. Alle donne era severamente proibito indossare abiti maschili. Non a caso uno dei capi d’accusa del processo contro Giovanna d’Arco fu il fatto che indossava i pantaloni e non appena arrestata fu obbligata a vestire un abito femminile. 

Tra le dame di Corte questo indumento si diffuse anzi divenne di moda con ricami, pizzi.  E approdò anche all’estero. La regina di Scozia Maria Stuarda nel suo guardaroba ne avrebbe avute numerose paia.

Invece nella borghesia e nelle classi popolari sarebbero occorsi ancora tre secoli perché le mutande erano considerate un abbigliamento tipico delle prostitute e solo nella seconda metà dell’800 divennero un capo di abbigliamento adottato da tutte le deonne.

Ma Caterina de’Medici introdusse anche la moda delle scarpe con tacchi alti realizzati da un artigiano fiorentino probabilmente già in occasione del suo matrimonio, in modo da apparire più alta..Nell’affresco del Vasari (che la conobbe personalmente) in Palazzo Vecchio  è di statura abbastanza alta  rispetto agli astanti e forse questo è dovuto ai tacchi visto che tutte le cronache dicono che era minuta e di bassa statura. Nell’altro dipinto del matrimonio, quello di Jacopo Chimenti che si trova agli Uffizi è la più alta dei presenti,  uomini e donne ma si tratta di un dipinto encomiastico realizzato 67 anni dopo l’evento. 

Sempre a  Caterina  regina di Francia  si deve il successo di uno strumento di seduzione e di tortura per le donne,  il corsetto. Anche in questo caso non fu lei a inventarlo perché esisteva da tempo come parte del vestito sia per gli uomini che per le donne . Ma fu lei a farne un capo di abbigliamento intimo che serviva ad adattare il corpo femminile ai canoni estetici dell’epoca. Infatti, assottigliava il giro vita  appiattiva il busto e spingeva i seni verso l’alto.I primi corsetti subito adottati dalle dame della Corte e poi diffusi in tutta Europa erano di tessuto reso rigido da colla o stecche (le famose stecche di balena si imposero alcuni decenni più tardi)  e allacciati da stringhe che venivano tirate dalle cameriere. (Cfr. A.Romagnoli, Breve storia del corsetto in https://www.missdarcy.it/corsetto-storia/)

 Nei secoli successivi il corsetto assunse la forma a clessidra fino a quello vittoriano che viene considerato il più costrittivo. Arrivò fino ai primi decenni del Novecento fino a che dopo la prima guerra mondiale fu sostituito dal reggiseno.

Infine, Caterina de’Medici s’ interessò della profumeria. La puzza che si avvertiva nelle strette strade di una Parigi ancora medievale non risparmiava il Louvre e la Corte anche perché il clima rigido invogliava poco a lavarsi.  

L’Officina di Santa Maria Novella creò per lei un profumo detto: l’Acqua della Regina, a base di giaggiolo fiorentino. Attenta alla cura del corpo, Caterina adottò anche creme per rendere la pelle morbida e luminosa.

Tra coloro che accompagnarono la Medici a Parigi c’era anche il suo profumiere di fiducia, Renato Bianco che sarebbe divenuto famoso come René le Florentin il quale girò nelle campagne per trovare le migliori  essenze  Sul suo esempio, a Parigi sorsero ovunque botteghe di profumieri, Caterina e Renato Bianco contribuirono così alla nascita della celebre profumeria francese.

 

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