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Toni elettorali e cautela, Renzi e il suo staff si preparano alla battaglia finale Politica

Quattro giorni dopo la vittoria del “sondaggio pre-primarie” Renzi guarda avanti. Il voto dell’8 dicembre, da cui uscirà il nome del nuovo segretario del PD, è un appuntamento dietro l’angolo e di minuti da perdere a far filosofie ne restano pochi. Renzi lascia così scivolare nel vuoto la polemica con D’Alema, non cade nella provocazione e si concentra sul match più importante ostentando disinvoltura. Risponde in diretta video sul suo sito alle domande che gli arrivano da Twitter, non si stacca un minuto da Facebook e trova il tempo di finire sulla copertina di Vanity Fair.

È la sua campagna elettorale, molto più virtuale di quanto non lo sia stata quella dello scorso autunno, costruita a suon di chilometri in camper su e giù per l’Italia, ma non per questo meno diretta e incisiva. Tutt’altro, a guardare il jackpot incassato dai circoli PD, da cui Renzi è uscito con oltre 123.000 consensi e con un 47,3% che ha staccato di dieci punti percentuali Cuperlo. Una vittoria annunciata? No, ma è difficile pensare che il sindaco non se l’aspettasse. Trasuda determinazione, schiuma sicurezza e malgrado tenga (e mantenga) un profilo di coerente modestia (vedi il più volte ribadito “Ha vinto Bersani, io faccio un passo indietro e dico che se avrà voglia e desiderio di coinvolgermi, sarò a disposizione”), due giorni fa postava su Facebook una frase sibillina, non certamente riconducibile a un errore di digitazione: “Essere in testa anche tra gli iscritti è un risultato che in molti non si aspettavano”. Loro, i molti. I risultati hanno dato ragione alla previsione che Renzi ha coltivato in silenzio ma adesso la cautela è d’obbligo per ragioni fin troppo evidenti, che vanno dallo scaramantico divieto a nominare il gatto finché non lo si ha nel sacco al più obiettivo esame dei risultati delle primarie del 2012, quando l’entusiasmo di giocarsela al ballottaggio con Bersani lasciò Renzi al palo. Non che allora – in piena terra di mezzo tra primo turno e vis à vis – il sindaco avesse firmato assegni in bianco, ma certamente la cabala della redistribuzione dei voti di Vendola, Puppato e Tabacci, mescolata ad un “crederci” trascinante e a confronti tv portati a casa, aveva alimentato la speranza del botto oltre ogni plausibile sondaggio. Oggi Renzi ha dalla sua l’essersi scrollato di dosso l’incognita della première fois e forse un po’ di determinazione in più da convertire in oculatezza.

Non una parola polemica è uscita dal suo staff sui risultati definitivi delle percentuali, bocca cucita anche sui sondaggi. Mentre D’Alema si picca sulla maggioranza assoluta degli iscritti che vedrebbe un equità tra Cuperlo e Renzi (e dà a quest’ultimo di “ignorante e superficiale” imbarazzando per primo il suo candidato) e Civati già allude a un futuro inciucio tra il sindaco e l’ex premier, da Palazzo Vecchio partono twit e post in tutt’altre direzioni, proprio in osservanza – sembrerebbe – dello slogan L’Italia cambia verso scelto per la campagna elettorale. Ecco quindi Renzi citare Olivetti riguardo al taglio degli stipendi dei manager pubblici e battersi per “un PD che sia protagonista di una battaglia per realizzare un’Europa dei cittadini e non solo dei tecnici”.

L’idea è di aver raccolto il senso di saturazione degli italiani per lotte intestine, scontri sterili e giochini (termine caro al sindaco) di vertice e di starlo convertendo nello zoccolo duro della sua  pars construens, per presentarsi alle urne con un programma che convinca. Profilo moderato, dunque, massima diplomazia e prudenza per un candidato spin doctor di se stesso, ma anche grinta. A chi chiede chi sceglierà come vicesegretario in caso di vittoria, Renzi risponde che “non ci sarà un vicesegretario perché non servono incarichi di consolazione ma incarichi di partito diversi, altrimenti è sempre lo stesso giochino [sic!]: si dà un incarico per tenere buono uno o un altro”, mentre alla provocazione di destinare i due euro per votare alle primarie al risanamento dei danni, non esita a replicare che “un partito politico non deve fare beneficenza ma leggi, e farle funzionare bene”. Ma che a quei due euro Renzi stia pensando è indubbio. Ci pensa nella misura in cui rappresentano il lascia passare per un voto in più e sa che la battaglia vera e propria non si giocherà tanto sulle previsioni quanto sul numero di votanti. Per stare un po’ tranquillo ne servono almeno tre milioni e ad oggi non c’è alcuna certezza sul raggiungimento del tetto. Renzi ha dunque tre settimane scarse per riportare al voto gli elettori dello scorso anno, pescando possibilmente in un bacino differente. C’è quindi da aspettarsi che la campagna elettorale del primo cittadino di Firenze punti al martellamento, per convincere di nuovo amici, sostenitori, simpatizzanti e – soprattutto – non tesserati PD.

La riserva di caccia sarà naturalmente la rete ma niente resta fuori, va benissimo anche la carta stampata, come quella di Vanity Fair, a cui Renzi dichiara di vedersi, in futuro, insegnante o conduttore tv (come dire “oltre a predicare, un giorno razzolerò e lascerò anch’io la politica”). Per adesso non se ne parla proprio. E intanto? Tutti, ma proprio tutti, anche il sindaco recalcitrante, a votare la fiducia alla Cancellieri. Cautela, la parola d'ordine è: cautela. A costo di tirare le orecchie, dopo il voto, proprio a Letta, nel corso de "La Gabbia" di Paragone, in cui riafferma in modo netto che mantenere al suo posto il ministro Cancellieri è un errore che indeboisce il governo. 

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