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Cava Bartolina e gessi rossi, il Comitato dice no: “Difendiamo la Bruna” Ambiente, Breaking news, Cronaca, Opinion leader

Grosseto – Cosa sono i gessi rossi? In termini “profani”, si potrebbero definire semplicemente fanghi rossi con aggiunta di una parte di “marmettola” proveniente dallo scarto della lavorazione del marmo di Carrara. Assolutamente innocui, almeno all’aspetto e alla descrizione.

In realtà, dietro queste terre “speciali” si nasconde molto di più, tant’è vero che l’ipotesi di recuperare la cava della Bartolina, situata nel territorio dei comuni di Gavorrano, Castiglion della Pescaia, Roccastrada e Grosseto toccati dal fiume Bruna, con appunto i gessi rossi, ha sollevato forti preoccupazioni nei residenti, imprenditori, professionisti, agricoltori, cittadini che dir si voglia. Tutto ciò ha portato alla nascita recente di un comitato, che vede come interesse aggregante la salvaguardia di tutto l’importante bacino idrografico del fiume Bruna. 

Lo stabilimento Huntsmann-Tioxide produce ogni anno circa 430.000 metri cubi dei cosiddetti gessi rossi, derivanti dalla produzione del biossido di titanio.  I fanghi rossi residuo di tale lavorazioni vengono combinati con altri materiali , quali la marmolina proveniente dallo scarto della lavorazione del marmo di Carrara.  I “gessi rossi” così ottenuti, pur avendo una diversa consistenza dei “fanghi rossi”, ne contengono le stesse alte percentuali di solfati, cloruri, metalli e metalli pesanti.

D’altro canto, la cava Bartolina è un gigantesco cratere posto a 110 mt dal corso del Bruna, e profondo ca. 80 mt. Già in passato la Regione ha ipotizzato il suo recupero semplicemente realizzandoci un lago, con le acque invernali del fiume, operazione semplice ed efficace; semplice dal momento che le sue inevitabili dispersioni di acqua ritornerebbero nella falda, efficace perché costituirebbe un gigantesco invaso per la stagione calda, per fronteggiare siccità e incendi.

Tuttavia da qualche tempo serpeggia una qualche volontà dell’Amministrazione locale a voler “tornare indietro” , con scelte rischiose ed anacronistiche, quali quella di stoccare residui dell’industria chimica in quest’angolo incontaminato. In realtà, dunque, non è tanto il “produttore” a essere un potenziale agente di contaminazione della falda, bensì la scelta tutta politica di utilizzare un contenitore totalmente inadeguato che può potenzialmente procurare una catastrofe ambientale senza precedenti.

Riepilogando, se il recupero della cava della Bartolina avvenisse con i gessi rossi, non si potrebbe prescindere dal fatto che l’alveo di piena del fiume Bruna si trova 30 metri al di sotto del piano di campagna e quindi all’interno della cava (come richiamato dal TAR della Toscana, prima sezione con sentenza 14 gennaio 1992. La sentenza di ricorso citata sancì anche l’inadeguatezza della Bartolina come discarica). Un fatto che condurrebbe, vista la permeabilità dei fianchi della cava della Bartolina, al rischio di inquinamento della falda idrica del fiume Bruna. Con conseguenze sull’ambiente e sulla salute umana dell’intero territorio difficilmente prevedibili.

Dunque, si è tornati al punto di partenza, vale a dire, cosa sono i gessi rossi prodotti dalla Tioxide srl. O meglio cosa contengono. A dirlo, è l’Arpat, che analizzò il materiale nell’ambito dell’ Accordo volontario sul riutilizzo dei gessi rossi per il ripristino ambientale della ex-cava di Poggio di Speranzona, nel novembre 2010. Come comunicano dal Comitato per la difesa del Bruna, “a pag.14, nelle sue analisi 2008 e 2009, ottenute mediante test di cessione, (l’Arpat) ha rilevato la presenza di sostanze nocive, per la loro quantità, quali i solfati, in quantità di mg/l 12.000 contro i valori massimi di legge mg/l 1.500 per l’eluato in discarica, e di appena mg/l 250 per le acque potabili, e di manganese, in quantità di mg/l 8.000 contro i valori massimi di legge mg/l 2.000 per le acque di superficie, oltre ad altri, quali cloruri, vanadio. Mentre, nel loro controllo della composizione dei gessi rossi mediante prelievo nel corso delle fasi di scarico degli automezzi, allo stato solido, l’ARPAT ha riscontrato la presenza di elevati quantitativi di ferro, cromo, titanio, vanadio e altri elementi”. Insomma, un “carico” non indifferente di sostanze nocive che, utilizzate per il recupero della cava della Bartolina, la quale tuttavia non avrebbe le caratteristiche di impermeabilità capaci di garantire dall’inquinamento l’alveo del Bruna, potrebbero davvero finire nelle acque che tengono vivo un intero territorio.

Ma la “storia” dei gessi rossi parte ancora da più lontano. E’ del 2011 infatti un allarme sottoscritto da Roberto Barocci del Forum Ambientalista della provincia di Grosseto e da Renzo Fedi, di Coldiretti, sezione di Follonica. Oggetto dell’allarme, proprio gli ormai “famosi” gessi rossi, per l’occasione ribattezzati Agrigess. In questo caso, il problema era che  materiale contenente elementi potenzialmente contaminanti le falde acquifere  potesse venire utilizzato come “correttivo” delle terre agricole.

Rischio che d’altro canto era stata la stessa azienda a rendere noto, quando, in base alla sottoscrizione di convenzioni con enti pubblici per il riutilizzo in casi di recupero ambientale, si assumeva il compito di studiare prima le caratteristiche del sito per dare conto della sua compatibilità con le operazioni progettate. Insomma, gli esponenti del Forum Ambientalista e di Coldiretti lamentavano che non ci fosse sufficiente informazione e trasparenza nel passaggio da “rifiuti speciali” a “correttivi” dei terreni agricoli: nel primo caso, lo stesso produttore sconsigliava l’uso dei gessi rossi in terreni sottoposti a dilavamento o in presenza di falde acquifere, mentre a poca distanza di tempo ne consigliava l’uso esteso come “correttivo” nei terreni agricoli.

Tutto ciò fece parte di un esposto più ampio, che venne inoltrato, nel 2011, “agli Enti Locali, al Ministero delle Politiche Agricole e Forestali, al Ministero dell’Ambiente, alla presidenza della Commissione Bicamerale sul ciclo dei rifiuti, alla Corte di Giustizia Europea e , per opportuna conoscenza e competenza , alla Magistratura Inquirente”.

Tornando alla cava della Bartolina e all’ipotesi che sembra tornare a profilarsi di un suo recupero mediante gessi rossi, le obiezioni fondanti contro l’operazione avanzate dal costituendo Comitato per la Difesa del fiume Bruna (che raccoglie adesioni da Gavorrano, Castiglion della Pescaia, Roccastrada e Grosseto),  vale a dire la presenza (avallata dallo stesso produttore) all’interno dei gessi, di elementi chimici contaminanti le falde acquifere e la permeabilità delle pareti della cava, hanno condotto a un’ipotesi previsionale di ciò che potrebbe succedere se l’operazione andasse in porto. 

“Se la cava Bartolina venisse recuperata mediante lo stoccaggio dei gessi rossi – fanno sapere dal Comitato – ipotizziamo una produzione di ca. 400.000 mc annui, rapportata al peso specifico, ogni anno verrebbero immessi nella cava dei materiali che, all’interno dei gessi, conterrebbero complessivamente: insieme Cromo/Manganese/Vanadio per circa 350 tonnellate, Titanio per circa 1.500 tonnellate, Ferro per circa 5.000 tonnellate, Solfati per circa 2.500 tonnellate, salvo altri. E tutto questo andrebbe immesso ogni anno, in adiacenza alle falde, con fuoriuscite di acque dalle stesse, con pareti fratturate, a 110 metri dal fiume, nella sommità di una valle, in un sito aperto ad ogni genere di rischio, sismico, di esondazione, ecc.”.

Varrebbe davvero la pena addentrarsi in una tale opera faraonica e rischiosa, è la domanda del Comitato. Senza contare che il rischio potenziale sarebbe quello di distruggere “l’intera immensa falda acquifera che serve tutta valle, da Ribolla a Castiglione, compresi i pozzi potabili di Grosseto e Castiglione. A nostro avviso – concludono dal Comitato –  si dovrebbero cercare altre soluzioni, meno rischiose. Quanto alla Bartolina, magari potrebbe diventare un importante lago, a servizio delle straordinarie aziende agricole a ridosso della stessa, per fronteggiare lo scenario di siccità, in cui purtroppo ci apprestiamo a vivere”.

Foto: Comitato per la Bruna

 

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