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Centro storico, i residenti promettono flash mob e presidi, “Siamo sotto assedio” Breaking news, Cronaca

Firenze –  Partecipata (sala dell’Arci in piazza dei Ciompi piena, un centinaio di persone), disincantata, con tanta voglia di condividere i disagi di chi abita il centro storico cittadino. Da residente. Perché è questo che fa la differenza. Ma anche proposte concrete, tutte rivolte a farsi sentire da un’amministrazione verso cui cresce la sfiducia: flash mob, presidi silenziosi con cartelli su cui sono scritte le richieste dei vari residenti, fino a commissioni di studio e l’approccio a nuovi mezzi di intervento nelle catene decisionali dell’amministrazione. Quest’ultimo punto tuttavia, non sfonda rispetto alla lunga catena di disagi che vengono enumerati e raccontati e al bisogno di portarli alla luce con iniziative più immediate. Fra i presenti, un nutrito gruppo di consiglieri, comunali e di quartiere, a rirpova dell’interesse che queste assemblee assumono nell’ambito della dialettica cittadina su ciò che è e sarà Firenze.

L’assemblea cittadina che si è tenuta ieri sera in Santa Croce è la seconda assemblea cittadina pubblica e aperta, che segue quella della settimana scorsa alle Leopoldine, in Oltrarno. Assemblee promosse dai Comitati Manoiquandosidorme ed Oltrarno Futuro che, pur nella loro diversità di impostazione, hanno in comune un cavo d’acciaio, vale a dire le difficoltà che i residenti sostengono per restare dentro l’area del centro storico, cercando di mantenere relazioni umane tradizionali, fatte di negozi di vicinato, attività artigiane, esercizi storici, legami di amicizia e relazioni sociali che invece  vengono corrose, indebolite, distrutte. Insomma ciò di cui si parla è il pecipitare della qualità della vita in centro. Lunga la lista delle doleances: dalla movida scatenata che trasforma i quartieri in teatri di scorribande notturne, schiamazzi, gruppi in preda all’alcol e altre dipendenze, spacciatori sotto le stelle senza neanche più il ritegno di imboscarsi in qualche vicolo per il proprio illecito commercio, aumento della sensazione di insicurezza. Parla il padre di famiglia, sui 45 anni, con bambini in età scolare e chiede: “Come si fa a trovare spazio anche per loro, per la loro infanzia in questa città?”. Parla la signora di via de’Pandolfini, si lamenta della discoteca, degli orari impossibili, dei locali che aprono alle 23 e di tutto ciò che comporta la notte bianca di studenti, stranieri, giovani che si ubriacano, orinano e si sentono male sotto le sue finestre. “Non ci sono più gli ubriachi di una volta”, conclude, risata generale.

Il rischio è che tutto si trasformi in una lotta fra generazioni, chi vuole uscire e divertirsi e chi vuole chiudersi nel sonno quieto di una città che forse non è mai esistita. Due estremi, che devono trovare un giusto mezzo. Come deve trovare risposta la richiesta di più parcheggi, migliore servizio pubblico per i trasporti, più asili per l’infazia e in generale maggiore cura della scuola nel centro storico, maggiori possibilità di usufruire di spazi comuni dove tornare a socializzare. “Non noi e loro – dice una signora, residente in San Niccolò, riferendosi ai residenti e agli studenti – bensì insieme, perché una città più vivibile e fruibile è una città in cui si deve convivere. e per convivere, sono le relazioni la conoscenza reciproca ciò che conta”. Un principio senz’altro giusto, ma emergono storie che sembrano di un altro pianeta, non di Firenze. Ad esempio, una signora di Palomar, il comitato di via Palazzuolo, che racconta l’esito di un’iniziativa, quasi tutta al femminile, del comitato: un sorta di flash mob, o meglio, dice lei , “una seggiolata, che ha portato un gruppo di noi, in prevalenza assoluta donne, a sedersi con le proprie sedie su di un angolo ben conosciuto da tutti, quello che vede lo spaccio a cielo aperto e di giorno ben operante, con orari ben conosciuti: si comincia dalle 10 di mattina e si procede per l’intera giornata e serata. Un angolo talmente ben conosciuto che le residenti che vanno a messa a Santa Lucia, poco distante, alle 18, devono fare un lungo giro da Borgo Ognissani per evitarlo. Ebbene, a maggio scorso si scese da casa con le seggiole e ci si piazzò a sedere lì. Con noi, l’assessora Albanese. Fummo aggredite, minacciate anche pesantemente. Il silenzio fu tutto ciò che ottenemmo nei giorni a seguire. A luglio, il 5 luglio precisamente alle 18, ripeteremo l’esperienza. In concomitanza con il consiglio di quartiere che dovremmo incontrare, a San Paolino, nei nuovi locali. Vogliamo che vengano loro da noi, invece, nel bel mezzo di quella che è diventatala nostra quotidianità”. Non solo denuncie di degrado, però. Anche tre proposte lanciate all’assemblea: costituire un gruppo per studiare le contraddizioni di un sistema che riempie di gente le notti e lascia i rioni storici vuoti di giorno, documentare il disagio con foto, video, testimonainze per farle girare e far conoscere la faccia quotidiana di Firenze, continuare con le iniziative di sensibilizzazione come i flash mob.

Ed ecco, cala in sala la proposta di legge popolare del sindaco Nardella. Qualcuno ha il testo, qualcun altro ha letto su giornali online di cosa si tratta. quando viene lanciata la necessità di studiarla e conoscerla, mormorio in sala, poi la domanda rivolta all’assemblea da un cittadino: “Come facciamo a credere a queste affermazioni (in particolare, ci si riferisce alla tutela dei residenti e al tentativo di farli tornare a vivere in centro), quando è da almeno 10 anni che chi sta dicendo questo sta facendo nei fatti tutto il contrario?”. Applausi. Urla di approvazione. I “Non ci credo”, “Non mi fido”, volano nell’aria. Una donna prende la parola, è del comitato di piazza Brunelleschi. “Il vero problema è che è tutto pianificato e il disegno è chiaro – dice – hanno voluto farci credere che  ci ascoltano, ma fanno tutto il contrario. In mano loro, persino la cultura diventa mercificazione”.

E così, dopo le denunce e gli sfoghi, si arriva a quello che potrebbe essere un punto. Il male cittadino è la turistificazione progressiva, quella che toglie spazi agli abitanti, che trasforma il centro in un mangificio pressochè initerrotto, che taglia alla radice i rapporti quotidiani con i servizi che rendono la vita possibile, che “ruba” le case alla residenza facendole finire sulle piattaforme, preda di stranieri in cerca di experiences e di enormi profitti che lasciano la città più povera e spoglia. A dirlo, in due diversi interventi, due esponenti di Progetto Firenze, Massimo Lensi e Grazia Galli, che tuttavia lanciano anche un messaggio positivo: primo, studiare la proposta di legge popolare targata Nardella “perché sarà il terreno di confronto dei prossimi mesi”, secondo, farsi sentire con un serie di iniziative che pongano l’attenzione sui problemi da semre irrisolti e quotidiani: rumore, mangificio, sottrazione di spazi e ricchezza alla città.

Sul punto, interviene Andrea Berti, Oltrarno Futuro: “Si tratta di una filosofia di città – dice – Pensiamo ad esempio, quali immobili di proprietà pubblica sono rimasti in centro? La Caserma di piazza Stazione e Sant’Orsola. Con il percorso partecipativo avevamo chiesto per quest’ultima servizi per la residenza, ma non ci sono. In compenso, verrà in essere una delle scuole di alta formazione previste a Firenze. Il vero problema è che le contraddizioni sono evidenti: a dispetto delle dichiarazioni, si stanno concentrando nel centro storico tutti i Musei cittadini ovviamente a servizio dei turisti, come la pedonalizzazione totale che diventa impossibile se non supportata da un efficiente servizio di trasporto pubblico, la trasformazione di tutte le attività in somministrazione e ristorazione, la grande ondata degli Studentati”, che “non si capisce – dice la mia vicina di seggiola – che ricchezza aggiunta portano alla città, se non ai gestori. Inoltre, attireranno altri flussi di studenti, che vuole fare la giunta, metterli tutti a letto alle 10?” osserva, a proposito di movida.

Ed eccoli, gli studenti. Sono un piccolo gruppo in fondo alla sala, uno prende il microfono. “Dobbiamo trovare un modo per convivere – dice in sostanza – da parte nostra è giusto volere uscire la sera, da parte vostra è altrettanto giusto non pagare in termini di perdita di sonno e di disago”. Due interessi inconciliabili? “No – dice il ragazzo – la parola vera è creare comunità, sentirsi parte di un un organismo, per cui per me è importante non disturbare le persone che conosco e che devono recarsi al lavoro il giorno dopo, come per i residenti deve essere importante lasciare spazio alla libertà di uscire, prendere il fresco, bere e divertirsi”.

Una posizione che fa emergere l’interrogativo di fondo: che città vogliamo?

Di sfilacciamento del tessuto sociale parla anche Grazia Galli Progetto Firenze, che avanza proposte. “Dobbiamo rifiutare la logica di sentirci sempre in emergenza, perché assopisce la capacità di reazione. Servono norme nazionali, come la disciplina delle attività extralberghiere, che per contingentare le presenze ha bisogno dell’terventodel governo centrale”. Inoltre, sono necessari nuovi strumenti, laddove la rappresentanza politica ha dimostrato la sua incapacità di cogliere le esigenze della popolazione. Gli strumenti ci sono e in altre parti d’Europa funzionano. Riemergono le assemblee deliberative, i flash mob, la necessità di organizzarsi stando fermi davanti ai palazzi del potere con i cartelli, le richieste, le fotografie, le proposte.

“Si tratta di un processo di lunga data, denunciato a suo tempo, a cui in molti non hanno creduto –  l’intervento che chiude l’assemblea è di un residente, Giuseppe Cazzato, protagonista di una battaglia ad ora vinta ma ancora pendente davanti al Consiglio di Stato, che si oppose alla vendita di 14 appartamenti di edilizia popolare situati in via dei Pepi, vendita bloccata dal Tar e che ha visto, nonostante le promesse dell’amministrazione, un nuovo appello al Consiglio di Stato da parte della giunta non nel merito, ma per via di un, ad ora presunto, vizio di impugnazione – è da circa 40 anni che gli sfratti hanno deportato la parte più fragile della popolazione del centro in aree periferiche della città. Quarant’anni che hanno preparato, con il rialzo vertiginoso dei canoni e l’esplosione dei cosiddetti affitti turistici brevi, il centro cittadino alla desertificazione, realtà toccata con mano nel corso del lockdown. Ed ora, è la stessa logica che trasforma l’ex Palazzo delle Poste del Michelucci nell’ennesimo studentato da 200 posti, con gli oneri di urbanizzazione impiegati non in servizi alla residenza, ma nella “riprogettazione” degli spazi pubblici, ovvero lo spostamento degli stalli per il parcheggio, la pedonalizzazione di metà di via Pietrapiana, la creazione di una piazza, viene da chiedersi a uso e consumo di chi, forse di chi in quegli studentati diventerà residente temporaneo. Senza contare che nell’edificio la parte destinata alla residenza è del 15%”. Percentuale non solo minima, rispetto al restante 35% commerciale per medie strutture di vendita e 50% direzionale, ma anche controversa: nel residenziale sono compresi anche i negozi di vicinato? infatti, in quest’ultima ipotesi, che fine farebbero le residenze promesse? Cancellate? Tuttavia, il problema come sintetizzano i cittadini, resta. “Se davvero si volesse ripristinare la residenza in centro, perché non utilizzare gli edifici pubblici, almeno in parte, per dare sollievo all’enorme richiesta di case popolari? E perché cancellare quelle che già esistono?”. “Forse perché – conclude la mia taciturna vicina di seggiola prima di andarsene – c’è residenza e residenza, quelli buoni che possono spendere e quelli cattivi. Non siamo mai tutti uguali”.

 

 

 

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