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C’era una volta una Fiorentina bella e umile. Poi venne il Profeta Opinion leader

Firenze – Ricapitoliamo. C’era una volta una Fiorentina di bella presenza, ancorché di umili origini, che si comportava con umiltà (come le sue origini, appunto, le insegnavano), ma decisa a trarre il massimo dalle sue virtù. Quella Fiorentina divenne anche motivatamente ambiziosa, perché in tre anni si era conquistata un ruolo di primo piano nel nostro calcio e una grande stima anche in campo internazionale.

Sapeva di essere la terza forza assoluta del nostro calcio. Solo Roma e Juve nei tre anni le erano state superiori, com’erano superiori a tutte le altre. Poi, incidentalmente, tra lei e le due grandi avevano brillato Milan, Napoli, Lazio, ma tutte meteore; restava invece l’impressione concreta che a quella bella Fiorentina bastasse davvero poco per essere grande al pari di Roma e Juve.

Joaquin, un campione che non è certo un novellino, una volta tornato in patria espresse in estate un pensiero che anch’io coltivo da tempo: alla Fiorentina dell’anno scorso sarebbe bastato un attaccante per lottare per lo scudetto. Eccessivo dirlo? Basta guardare al di là dei risultati e fare i conti se la Fiorentina avesse realizzato i sette rigori che sbagliò. Già con quelli sarebbe stata seconda, senza poi contare che certe partite (come quelle in casa col Torino o col Cagliari), se fosse stata in lotta per un posto Champions, le avrebbe giocate ben diversamente e probabilmente con ben altro risultato.

Ma i risultati sono sempre relativi. Ci vuole fortuna, ci vorrebbe che gli arbitri trattassero tutte le squadre allo stesso modo (vero Milan? te lo ricordi quando ci hai scippato per un punticino il terzo posto dopo una serie ingiuriosa di parzialità arbitrali), ci vorrebbe anche un po’ più di salute (ricordo che la Fiorentina dell’anno scorso ha conseguito il non ambito record di giornate di assenza per infortunio; lo ricordo, perché dopo la partita di ieri qualcuno ha detto che “si è sentita la mancanza di Bernardeschi”!), ci vorrebbe anche un aiutino vero dalla dirigenza, che dovrebbe farsi sentire quando si tratta di stabilire quali devono essere gli obiettivi realistici alla portata della squadra, invece di campare alla giornata per vedere se va bene da una parte o se va meglio da un’altra. E poi ci vorrebbe quello che si era miracolosamente verificato quest’anno: che la Roma e la Juve scendessero sulla terra dei mortali!

Quella bella Fiorentina oggi non c’è più e promette (attenti: paradossalmente promette, non minaccia) di esserci sempre meno. Perché nel frattempo è calato, dai fasti dei campionati israeliani e svizzeri, un profeta del “calcio europeo” che dice di volerla fare ancora più bella, più spettacolare, più vincente. Qualcuno si fa subito incantare e elogia il piacione Sousa, il suo sorriso, il suo ottimismo, fino a voltare le spalle quasi sdegnosamente a chi quella squadra l’ha fatta davvero grande dal nulla, e solo perché costui era un po’ più musone, meno teatrale e più realista (il realismo, anche in filosofia, è sempre sembrato poca roba, anzi roba da senso comune, di fronte alle profondità di pensiero degli idealisti e dei teologi politici).

Certo, a un profeta ambizioso, che non nasconde di voler vincere la Champions in cinque anni (questa uscita proprio a noi toscani, poco inclini a farci prendere per i fondelli, qualcosa doveva farci capire!) non basta rifinire il lavoro altrui. Se Michelangelo ha dipinto mezza Cappella Sistina, meglio rimbiancare tutto che finire l’opera. Ma allora ci si accorge che mancano gli imbianchini, perché abbiamo solo dei pittori. E si arriva al paradosso che il profeta caccia dal tempio un Suarez, per esempio, invocando un Missiroli (30 anni, massimo della carriera alla Reggina e al Sassuolo, 8 milioni!); e questo dopo aver messo da parte anche Rossi, Mati, da oggi sicuramente anche Kuba, chiedendo a gran voce dei rinforzi che per ora (a parte il Lisandro Lopez che non arriverà mai) si chiamano Carlitos, Gashi, Xhakà, Najar, Zambrano o, nella migliore delle ipotesi, un Ocampos d’accatto.

E tutto per che cosa? Per giocare un calcio più offensivo e veloce, per attaccare gli spazi e per fare un pressing più moderno. E io obiettavo: ma se i giocatori per fare quel calcio (che è comunque da dimostrare che in Italia si possa fare con frutto, vista la sorte che è capitata a tutti i tecnici stranieri che in questi anni sono venuti a insegnarcelo) non hai i giocatori,  e siccome non hai neanche i soldi per comprarli, forse che non sarebbe più onesto pensare di valorizzare i giocatori che hai, tornando a far loro giocare un più semplice 3-5-2 o un più collaudato 4-3-2-1? No. A Sousa non passa per la testa di cambiare modulo neppure per uno scampolo di partita!

Ieri, al cospetto di una Fiorentina brutta e spaesata, che si ritrovava puntualmente gli avversari negli spazi che creava a intercettare i passaggi e a ripartire, che si ritrovava sullo 0-1 e che non era riuscita fino a metà ripresa a tirare in porta, Sousa ha mandato a far riscaldamento Pasqual, Gilberto e Rossi! Perché non c’era nessun altro? Eccome se c’era. Intanto c’era Suarez per un centrocampo a tre (che lui sa giocare a memoria) che almeno avrebbe pareggiato la superiorità numerica degli avversari in quella zona; e poi c’era da fare entrare Rossi (o forse meglio Babacar, che ha quasi un record di gol per minuti di partita giocati), ma al posto di un difensore, per fare la difesa a quattro, per ridare densità e numeri al centrocampo, per rimettere Mati (e Borja) al suo posto e permettere a Pepito di giocare più vicino a Kalinic. Se ne sarebbe presi tre? Si sono presi lo stesso.

E il frutto dei cambi di Sousa è stato il solito gollonzo; gollonzo al quale quest’anno dovremmo fare un monumento, perché è quello che ci tiene a galla, almeno con le squadre “piccole” (perché da quelle “grandi”, a meno che non giochino in dieci dal quinto minuto, si perde puntualmente), in questa sciagurata annata dagli ideali troppo grandi, come dice bene Sconcerti sul Corriere. Ma troppo grandi non per una squadra di giocatori insufficienti, ma, e ne sono sempre più convinto, solo per un tecnico velleitario che non li sa far giocare al meglio.

Finisco raccontando un aneddoto. Anni fa Tito Corsi, che in questi anni ha costruito un Empoli leggendario sul gioco e sulle intuizioni di giocatori adatti a quel gioco, arruolò Del Neri come allenatore. Sembrava un passo verso mete più ambiziose. E invece, assistendo a uno dei primi allenamenti, Corsi si accorse che Del Neri, a dispetto degli accordi, voleva far cambiare gioco alla squadra che fino a quel momento aveva realizzato i risultati che il presidente voleva e aveva valorizzato tutti i giocatori al meglio, al punto di fare dell’Empoli una piccola impresa in attivo.

Chiese a Del Neri il perché, e Del Neri onestamente rispose che non sapeva fare diversamente. Al che Corsi gli disse di accomodarsi. Del Neri non cominciò neppure il campionato. Ma ci sono società che hanno dei presidenti e altre che hanno delle caricature di presidenti. Voglio capire quest’anno una volta per tutte a quale categoria appartiene la Fiorentina.

Foto: www.fiorentina.it

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