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Chi ha paura della Partecipazione, bilancio di 10 anni di Legge regionale Breaking news, Cronaca

Firenze – Il decennale della Legge sulla Partecipazione toscana che ricorre quest’anno è l’occasione per fare un bilancio con Giovanni Allegretti, membro della Autoritá per la Garanzia e la Promozione della Partecipazione della Regione Toscana. 

D: Dalla fine di Dicembre 2017 siamo entrati nel decennale della Legge Toscana sulla Partecipazione. Che bilancio ne fate in quanto membri della Autoritá che vigila su questa normativa e i suoi effetti territoriali?

“Il Bilancio é di certo positivo, e credo di parlare anche a nome dei miei colleghi che non sono presenti, dal momento che abbiamo un confronto quotidiano. Se l’intento primario della legge era ampliare la cultura della partecipazione in Toscana, i quasi 200 percorsi partecipativi che si sono sviluppati a livello locale dal 2008 ad oggi testimoniano una vivacità interpretativa ampia del concetto di partecipazione, hanno saputo toccare pubblici molto diversi, modificare l’azione di vari amministratori (specialmente nella generazione più giovane) e contribuito a consolidare un tessuto economico di piccole società e cooperative di facilitazione e mediazione di conflitti che operano anche al di là dei confini toscani. La partenza lenta dei Dibattiti Pubblici sulle grandi opere non ha impedito che avessero un impatto a scala nazionale, e il nuovo Regolamento che disciplina l’articolo 22 del Decreto 50/2016 sugli appalti, che ha istituito il Dibattito Pubblico per le grandi opere a scala nazionale, ne è di certo una prova”.

D: L’influenza della cultura portata dalle leggi sulla partecipazione è stata simmetrica sui diversi tipi di istituzioni?

“Purtroppo no. Il peso è stato maggiore sugli enti locali e provinciali e sulle loro aggregazioni (come le associazioni intercomunali, i consorzi di bonifica, la stessa Anci Toscana) rispetto alle istituzioni di scala regionale. In queste ultime vi sono delle nicchie di attenzione (grazie anche alla parallela azione dell’Assessore Vittorio Bugli che ha la delega di Giunta alla partecipazione) ma non si riesce a sviluppare una visione sistemica. Esistono percorsi partecipativi interessanti a scala regionale (che toccano il personale, i trasporti, la salute, alcune infrastrutture) ma tendono ad andare in ordine sparso, con il rischio di restare “feudi” di singoli assessorati e di non creare un vero “sistema partecipativo”. L’istituzione Regione, in quanto tale, non ha dimostrato di essere una istituzione “apprendente”. Vi sono anche differenze tra Giunta e Consiglio (i due poli che dovrebbero collaborare al mantenimento e al dialogo con la Autoritá per la Partecipazione). Mi pare piú semplice far penetrare il tema partecipativo nelle politiche di giunta, che non nella metodologia di lavoro del Consiglio. Non va dimenticato poi che – al di fuori del nostro territorio – le due leggi regionali sulla partecipazione che si sono succedute in questo decennio (la n. 69 del 2007 e la 46 del 2013) hanno pesato su provvedimenti simili in altre regioni (l’Emilia Romagna, la Puglia, il Trentino) e hanno ispirato altri paesi. Per esempio, l’anno scorso la legislazione nazionale francese sul Dibattito Pubblico ha introdotto una modifica ispirata alla Legge Toscana, rendendo possibile l’attivazione dei Dibattiti Pubblici non solo dal lato istituzionale, ma anche attraverso la raccolta di firme tra i cittadini (lo chiamano “principe de interpellation”)”.

D: E´difficile essere una Autorità Indipendente?

“Molto difficile, e per varie ragioni, a partire da quella finanziaria. Lo Stato Italiano non ha accettato che l’Autorità Toscana avesse membri stipendiati e la struttura dei rimborsi è molto complessa e inadeguata, cosicché la sua azione si è confinata in un ambito di volontariato di tre professionisti dell’ambito accademico, che non permette la dovuta intensità di tempo e impegno dedicato ad un lavoro cosí articolato e complesso. Spesso, poi, si resta soli. Credo che un pó sia fisiologico dello stesso istituto delle autorità indipendenti, che appaiono alle altre istituzioni come dei corpi estranei, quando non dei noiosi gendarmi della loro azione… Spesso restiamo isolati. Per esempio, nell’ultimo biennio abbiamo avuto continui tagli alle risorse che le hanno ridotte a 2/5 di quelle che erano nel 2014. I supporti che ci sono venuti in questi frangenti non sono stati strutturali. Alla fine, il maggior appoggio è venuto dai sindaci, dalle scuole, dai movimenti sociali e dall’ANCI. Da coloro con i quali abbiamo un rapporto quotidiano di fiducia reciproca, costruito nel tempo e nell’azione sul territorio”.

D: Ma l’Autorità per la Partecipazione è anche un istituto riconosciuto…

“A giorni alterni, direi. E da interlocutori ogni volta diversi. Di certo siamo riconosciuti dalle amministrazioni locali e dai tessuti delle società di consulenza e facilitazione. Ma forse è naturale perché offriamo loro dei piccoli supporti economico-finanziari, e quindi ci tengono in conto. Oltre che offrire informalità del dialogo sulla qualità dei progetti, e una costante apertura all’ascolto quando hanno bisogno di noi… Colleghi di altre istituzioni-ponte tra società e politica di certo ci valorizzano: penso ai Difensori Civici, al Garante della Comunicazione e della Partecipazione sulle questioni urbanistiche, ad esempio. Con l’Assessorato alla Partecipazione della Regione abbiamo varie forme di cooperazione su percorsi ampi di scala regionale. Molti movimenti sociali si rivolgono a noi per consigli anche su questioni che non sono di nostra specifica competenza istituzionale, ma perché ci riconoscono esperienza e imparzialità su vari temi riguardanti il rapporto tra tessuti decisionali politici e tessuti civici. Ma, per esempio, i mass-media tendono a ignorarci. Eccetto in alcuni casi in cui devono attaccare i risultati dei singoli percorsi partecipativi, che spesso non dipendono da noi ma dalle autorità elette che li hanno promossi con la nostra cooperazione. 

D: Sembra che comunque l’Autorità sia guardata con attenzione fuori dall’Italia.

“Negli ultimi mesi abbiamo avuto visite dell’Associazione dei Comuni e delle Regioni Svedesi, della Banca Mondiale, del Ministero delle Finanze della Federazione Russa, e contatti con regioni francesi o spagnole che stanno costruendo leggi e istituzioni di promozione della partecipazione. Per loro siamo un esempio unico da imitare, perché interveniamo a fare da “pontieri” (come direbbe Alex Langer) tra cittadini e istituzioni in direzione delle quali questi ultimi provano ambigui sentimenti di sfiducia. Il nostro ruolo di “mediazione” più equidistante (o “equi-prossima” come la definiva il politologo Luigi Bobbio) è ritenuto importante. Due istituzioni simili come il BAPE del Quebec e la CNDP francese ci hanno fatto capire chiaramente che l’Autorità Toscana (nominata dal Consiglio Regionale, quindi anche dall’opposizione politica alla maggioranza che governa) ha un vantaggio unico al mondo, perché la sua fonte di legittimità sta nel fatto che i suoi membri sono scelti su un curriculum di expertise, e con un accordo che va oltre le appartenenze e le indicazioni di singoli partiti. Pertanto, non possono essere visti come oggetti di lottizzazione. Il che dà maggiore autorità e legittimità alla nostra istituzione di quella di cui altre consimili possono godere altrove, essendo nominate da un Governo o da una maggioranza”.

D: Come vi siete preparati ai 10 anni della Legge sulla Partecipazione?

“Nel modo più umile possibile. Promuovendo 9 mesi di valutazioni partecipate del nostro operato, che hanno messo insieme tutti gli attori coinvolti in questi anni di lavoro, per capire insieme come possiamo migliorare le nostre procedure e la stessa normativa. Questa apertura onesta e impegnata ci ha conquistato un forte capitale di appoggi istituzionali e civici, di chi ha riconosciuto che non temiamo le critiche, soprattutto laddove siano riassorbite in un ambiente costruttivo per andare oltre e migliorare l’operato istituzionale.
Abbiamo valutato sia il modo in cui finanziamo i territori locali sia i Dibattiti Pubblici promossi finora a scala regionale (quelli sulla riqualificazione del Porto di Livorno e sui Gessi per il ripristino delle cave di Gavorrano), e abbiamo raccolto suggerimenti davvero preziosi. Questo archivio di idee (tutte catalogate e leggibili sui rapporti e gli atti in visione nel nostro portale web) costituiscono la base di una proposta di modifica della Legge 46/2013 che stiamo immaginando di concerto con il Consiglio e la Giunta”. 

D: Dunque, il prossimo passo sarà una modifica della legge.

“Una modifica della legge è indispensabile dati i cambiamenti culturali degli ultimi anni, e dato il nuovo Regolamento Nazionale sui Dibattiti Pubblici che modifica abbastanza la filosofia di questo strumento partecipativo, e ci obbliga a ripensare sia i tempi sfasati delle procedure toscane, sia come discutere di opere che hanno promotori di natura privata ma toccano grandi temi di interesse collettivo (come i Porti, gli aeroporti, le grandi superfici industriali) e legati a concessioni statali. Il nostro percorso di valutazione iniziato a giugno 2017 lo abbiamo portato avanti in parallelo a un’analoga operazione della Regione Emilia Romagna sulla sua legge, per avanzare e crescere insieme. E nei prossimi mesi (in vista della revisione delle due politiche regionali) vogliamo intensificare questo lavoro simmetrico di concertazione e scambio. Per ora loro hanno aumentato gli investimenti sulla partecipazione (sia a scala regionale che municipale, basti pensare al bellissimo processo di Bilancio Partecipativo del Comune di Bologna), mentre noi ancora siamo in un panorama di tagli, dove si deve discutere – in primis – della volontà politica di Giunta e Consiglio di proseguire nell’investimento su questo tema strategico”. 

D: Il tema della partecipazione è stato oggetto della campagna elettorale che si chiude questa settimana?

“Purtroppo neanche di lontano. Questa campagna é stata l’opposto di quello che si cerca di fare con la partecipazione: riflettere seriamente sui temi, discutere alternative e confrontarle, produrre informazione approfondita e comprensibile. E´stata – al contrario – una campagna violenza, piena di slogan superficiali, messaggi falsi, scambi di accuse create ad arte, personalizzazione delle critiche… Un ritorno all’indietro di molti anni nella qualità del fare politica, che a parere mio porterà ulteriore disaffezione alle istituzioni, e moltissimo non voto, e schede bianche e nulle. Di temi partecipativi non si trova traccia nei programmi politici (forse con qualche eccezione nella piattaforma di “Potere al Popolo” o in qualche riferimento retorico in altre forze più consolidate), ma sempre al di sotto delle necessità di un paese che deve ricostruire la fiducia tra governanti e tessuti civici. In parte é naturale, perché siamo a una scala nazionale (che non si è mai mostrata uno spazio sensibile alla partecipazione in Italia). Mi preoccupa di più quando il tema non appare nelle elezioni regionali o comunali…”.
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