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Chi vince e chi perde: nessuno ha una percezione vera della crisi Opinion leader

E poi? Niente calza meglio del detto: chi vivrà vedrà! Quello che è certo, su tutto, è che nessuno sembra avere la percezione vera della crisi in atto; un dato che non sempre le semplici elezioni riescono a sanare. E infatti di idee non ne sono venute fuori; invettive, promesse, minacce a iosa, ma idee, cari signori, no; esse sembrano essere una merce ormai bandita dalla politica italiana. Eppure, se il Paese comincerà, prima ancora dell’Europa – che rimane lo scenario di riferimento, non di servilità come lo ha interpretato, e si è visto con quali risultati, Monti – vorrà sapere come uscirne, di idee ne avrà tanto bisogno, prima degli schieramenti, delle primarie, dei giaguari, dei moderati, dell’onnipresente politica per le famiglie, delle mobilità in entrata e altre amenità del genere; è di idee che avrà bisogno: meno retroscena e più scena, quella che oggi Beppe Grillo tiene con vuotezza pari all’intelligenza.

Vediamo di ragionare. Che Grillo avrebbe sfondato era fuori discussione; nessuno si immaginava che il buco fosse così grande: alla Camera i 5 Stelle sono, anche se di pochissimo, sul Pd il primo partito che con un misero 25,4% – un po’ poco per cambiare il mondo –  è appena quattro punti sopra Berlusconi e solo grazie a una manciatina di voti ha agguantato il premio di maggioranza, ossia quella cosa scandalosa che, peraltro, gli servirà a ben poco. Sicuramente l’incarico del governo, che poi riesca ad avere anche il governo è tutto da vedere. Governare, chi lo sa.

Nel corso di tutta la campagna elettorale Bersani aveva consegnato al Paese l’immagine della forza tranquilla; di cosa potesse essere tranquillo solo lui lo sa, ma fatto è che una qualche tranquillità doveva averla veramente e lo si coglieva quando accennava alle primarie. Tragico, infantile errore; innamorato delle primarie non ha capito che il voto popolare è altra cosa e questo voto sembra portarsi, come bagaglio a presso, la crisi irreparabile del Pd, l’unguento miracoloso delle primarie e forse anche l’unità del partito stesso poiché  è nella logica delle cose che ora Renzi molli gli ormeggi: l’occasione gli è offerta su un piatto d’argento. L’affermazione di Grillo offre una sponda fortissima per alzare la bandiera del rinnovamento, ma per tentare di far sventolare questa bandiera occorre un pennone che sia altro rispetto al Pd.

Con la sua battuta di smacchiare il giaguaro Bersani era risultato simpatico, aveva fatto capire che lui, glielo avevano detto anche le primarie, avrebbe liberato il Paese da Berlusconi e dal berlusconismo; tuttavia, visto che è così addentro alle cose di animali avrebbe dovuto sapere anche che non è mai saggio vendere la pelle dell’orso prima di averlo preso. L’orso non l’ha preso e il giaguaro, che già era andato via, grazie al Pd e a Monti è tornato tutt’altro che debilitato; più lo hanno attaccato più ha saputo vendere la propria merce e l’emissario dell’Europa ora dovrà spiegarlo ai rigidi tedeschi aggiungendo che il fallimento politico conquistato fa diminuire anche il senso di Europa in Italia. Per non farci divenire come la Grecia ci ha portati da Grillo: non c’è che dire!

Ora Bersani, mai dimentico di essere comunista, adotterà la ricetta che D’Alema adoperò per Di Pietro, ossia“istituzionalizzarlo”. Di Pietro stette al gioco e poi andò a giocare sulla sua porta. Ma Grillo non è Di Pietro; egli ha giocato solo una parte della partita per mandarli a casa tutti costi quel che costi alla democrazia italiana – mai come adesso vicina al bivio di una svolta a destra, oligarchica e autoritativa – e con i seggi che ha è il vero arbitro delle Aule parlamentari. E se il dato dei votanti è alto – il 75,1% – e sicuramente si tratta di una cosa positiva, è anche vero che con un’adesione alle urne praticamente insperata le riserve di implemento per Grillo sono notevoli.

Dicevamo del giaguaro. Il recupero di Berlusconi è stato veramente eccezionale. Non era difficile prevederlo considerata l’abilità mediatica del Cavaliere e il fatto che la negatività personificata da Monti lo hanno oggettivamente favorito. Inoltre, lo ripetiamo perché ci sembra una cosa su cui riflettere seriamente, essendo tornato a essere lo spauracchio di Bersani, Berlusconi ha acquisito  nuovo smalto ed egli, da bravo rappresentante di se stesso, ha giocato le sue carte, certo con grande abilità.

Il fallimento di Monti, come uomo di governo e leader politico, è addirittura palmare. Esso ci dice sostanzialmente due cose: la prima è che gli italiani, nonostante tutto, pur considerata la grave crisi che attraversiamo, preferiscono un qualcosa che assomigli alla politica rispetto alla sapienzialità euro-tecnocratica; la seconda è che egli, insieme a Grillo, pur nell’insuccesso, ha contribuito a destabilizzare quel poco di sistema che ancora stava in piedi segnando, altresì, il tramonto dell’autonomia centrista e quella dell’ancoraggio sacralizzato all’Europa germanizzata. I suoi voti non servono nemmeno al Senato poiché l’alleanza berlusconiana più Grillo supera il centro-sinistra.

Il centro, i moderati, e compagnia cantando, sembrano oramai transitati nel mondo dei più; almeno per questo giro.
Infine un’osservazione finale. Essa riguarda sia la sinistra “sussidiaria” di Vendola che quella “radical-giudiziaria” di Ingroia i cui fallimenti hanno confermato che essa potrà risorgere solo se rinascerà una forza socialista autonoma, forza della democrazia e della lotta alle ingiustizie sociali. I socialisti ufficiali andando a cercare ciambelle per qualche salvataggio castale nel Pd hanno fatto la fine della nave di Schettino. Crediamo sia veramente scoccata l’ora per dire che, per quella strada, non passa niente di socialismo, se non un aggettivo il quale, peraltro, merita ben altro.

Paolo Bagnoli

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