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“Chiamatemi Ungar”, dall’Ungheria all’Italia, in viaggio dentro il “Secolo breve” Breaking news, Cultura

Firenze – Cosa succede quando un giornalista di lungo corso come Riccardo Catola decide di scrivere su un argomento che entra in profondità nella coscienza storica, collettiva, riassuntiva dell’Europa e di un periodo complesso e affollato come il Novecento, il Secolo breve? Succede che ne esce un romanzo denso e godibilissimo che mette un punto: alla storia e alla vita di un continente. Perché “Chiamatemi Ungar”, edito da Polistampa, mette insieme molte cose: inscena un’esistenza avvincente come quella di Ferenc Ungar, figlio d’Ungheria, la cui storia individuale fa da filo conduttore di una narrazione che riguarda uno degli snodi principali dell’Europa moderna, che passa dalla sconfitta del nazifascismo all’implosione dell’Unione Sovietica, dalla voglia di rinascita che segna gli anni cruciali del dopoguerra, ai progressi, agli orrori, alle incertezze, ai dubbi e alle nuove strade che la società europea si trova davanti dopo il periodo buio dei militarismi e delle dittature.

“Chiamatemi Ungar” controcopertina

Ma non si tratta solo di questo, che sarebbe già un compito immane. Sostenuto dalla maestria del giornalista, da precisione storica e dalla fantasia del romanziere, il libro procede a dar conto di un periodo in cui tutto accade, denso di orrori di cui rimane difficile parlare con distacco e che tuttavia sono crogiuolo del nostro presente così problematico e carico di incognite. Tutto comincia quando Catola incontra per caso l’83enne Ferenc Ungar, già primario al Centro Traumatologico Ortopedico di Firenze, oggi console onorario d’Ungheria in Toscana.

Il suo esile racconto biografico lievita come per magia grazie alla penna dello scrittore. Il personaggio Ferenc si trasforma, cresce di statura, giganteggia, da turista involontario e distratto dei grandi eventi del Novecento, ne diventa protagonista e testimone. Acquista sogni, pensieri, riflessioni, vita intellettuale. Ferenc come Madame Bovary, potrebbe dire Catola: “Ferenc Ungar c’est moi”. Grazie alla felice scelta stilistica dell’io narrante, il lettore è preso per mano e condotto a identificarsi con il personaggio. Quella che potrebbe essere una semplice, edificante storia di qualcuno che “se l’è cavata”, diviene così coscienza e memoria collettiva degli avvenimenti che hanno tragicamente plasmato il nostro passato prossimo e costruito il nostro presente.

Quando nasce nel 1936 in un Ungheria già filofascista, Ferenc è un bimbo ebreo, figlio di una famiglia borghese benestante, circonciso come da tradizione. Quando Hitler da il via alla Shoah anche in Ungheria, si salva grazie alla madre cristiana protestante che lo fa battezzare. Sopravvive anche all’ecatombe dell’assedio di Budapest e, a guerra conclusa, cresce in un’Ungheria sovietizzata, presto stanca di quel regime pauperistico e liberticida. Nel 1956 scoppia la rivolta, ma la reazione di Mosca non si fa attendere: 4mila carri armati e 200mila militari soffocano la rivoluzione. Ferenc ha 20 anni e con altri 250 mila connazionali fugge in Occidente, prima in Austria, poi in Italia, destinazione casuale ma provvida. La storia continua a Roma, tra realtà e finzione: la città della politica e degli intellettuali che accoglie il giovane profugo attraverso la moglie di Mario Pannunzio, il grande giornalista  liberale, anch’essa ungherese, gli studi di medicina e la carriera di medico, l’amore, la famiglia, i figli che arrivano con Anna.

Il romanzo acquista così un andamento fluviale, scorrevole e leggibile in modi che ricordano la grande letteratura novecentesca, dando del ‘Secolo breve’ una visione complessiva: storia, musica, filosofia, scienza, costume, gastronomia, poesia, letteratura, politica, cinema, sport, compresi i campioni magiari del calcio Puskas e Hidegkuti che fuggirono in Occidente e vennero anche a esibirsi in Italia. Catola ha fatto della vita di Ungar un’enciclopedica macchina del tempo per cui si può riparlare anche di Sissi e Franz Joseph, di Mayerling e Kossuth, di Bela Kun e Attila Josef, di Lukàcs e Togliatti, di Camus e Sartre e di mille altri eventi e personalità che hanno lasciato un segno nella storia.

Infine, un ultimo dato: pur nella problematicità degli avvenimenti e nella densità degli interrogativi, il libro mantiene una sua splendida unità e un piacere magico del narrare, una sorta di aurorale convinzione nella continuità della vita e nel susseguirsi delle generazioni. Niente dello spezzato e si potrebbe dire disintegrato mondo in cui ci troviamo a vivere, fra “messaggini” ed emoticon. Un grande libro, una narrazione che, alla fine, non può non far sorgere un’amarissima, inspiegabile,  per certi versi fraudolenta, nostalgia.

Riccardo Catola
“Chiamatemi Ungar”
prefazione di Franco Cardini
Edizioni Polistampa

Foto: in copertina, il Parlamento di Budapest, di Andrew Shiva / Wikipedia, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=42506947

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