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Chil, Rossi: “Se ci saranno provvedimenti da prendere li prenderemo” Politica

Firenze – Continua a far parlare la vicenda dei finanziamenti concessi da Fidi Toscana alla Chil, l’azienda legata a Tiziano Renzi, padre del premier. “Se ci saranno da prendere provvedimenti li prenderemo senza scadere nella strumentalizzazione politica, che mi sembra piuttosto montata”, sono state le parole con cui ieri, sollecitato dalla stampa, ha commentato la vicenda Enrico Rossi. Il caso era stato “lanciato” da un’interrogazione avanzata nei giorni scorsi dal capogruppo regionale di Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli. Secondo la ricostruzione del consigliere, “nella vicenda del finanziamento, con la garanzia pagata con soldi pubblici dalla finanziaria regionale Fidi Toscana, non completamente risarcito all’azienda Chil Post” emergerebbero delle irregolarità legate al fatto che l’azienda stessa, il cui fallimento è al centro di un’inchiesta della procura di Genova che vede indagato anche il padre del premier Tiziano Renzi, avrebbe omesso “di informare il proprio cambio di assetto societario e la cessione di un ramo d’azienda”. La risposta all’interrogazione è giunta ieri da parte dell’assessore Simoncini, che ha confermato che il punto nodale della vicenda, vale a dire l’obbligo da parte di Chil e della Banca di credito cooperativo di Pontassieve di informare Confidi della cessione del ramo di azienda e delle variazioni cui fu assoggettato l’assetto societario e proprietario dell’azienda, non è stato ottemperato. In poche parole, dunque, sebbene secondo il legale di Renzi sarebbe toccato alla banca rendere note variazioni e quant’altro, un dato c’è: Fidi Toscana concesse il prestito senza avere contezza dei cambiamenti intervenuti.

A esserne convinto è Donzelli, che ricostruisce la vicenda in questo modo: “Il regolamento per avere la garanzia di Fidi Toscana al finanziamento, prevede, tra l’altro, che un’azienda abbia sede in Toscana e che comunichi se vi sono cambi di assetto societario. Inoltre la Chil ottenne una garanzia dell’80%, invece del 60% ordinario, perché beneficiò di alcune misure dato che si trattava di un’azienda al femminile”, in mano alla madre e alle sorelle di Renzi. Successivamente al finanziamento, ha sottolineato ancora Donzelli, “Chil fu scissa e divenne ‘maschile’ in quanto, con un passaggio di quote interne alla famiglia, Tiziano Renzi divenne proprietario della Chil post, poi divenuta una bad company, spostata di sede a Genova e infine ceduta per poi andare in fallimento”. Per Donzelli, “se il cambio di assetto societario fosse stato comunicato a Fidi Toscana la vicenda avrebbe avuto un iter diverso”.

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