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Chip, sensori e Internet delle cose proiettano le Pmi nel futuro Economia, Innovazione, Internet

Pisa – Calzature intelligenti, sistemi blindati contro la contraffazione e perfino un organo artificiale dentro un chip: Internet ormai si sta appropriando degli organismi e delle cose, e la sua “invasività” trasformerà radicalmente il nostro futuro. Quando? In un orizzonte temporale non troppo lontano. Anche perché su questi temi lavorano intensamente ricercatori del dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’università di Pisa, mantenendo un’attenzione particolare alle applicazioni possibili alle nostre Pmi.

Ne parliamo con Federica De Santis, che insegna economia aziendale e sistemi informativi al dipartimento di Economia e management dell’università di Pisa, e ha recentemente promosso un workshop su questi temi in collaborazione con il dipartimento di Ingegneria dell’Informazione.

Quando pensiamo alle trasformazioni tecnologiche di questi ultimi anni parliamo sempre di robotica, ma è difficile pensare che le microimprese possano introdurre innovazioni del genere. Per le nostre Pmi si prospetta un futuro di obsolescenza?

La robotica è forse il più suggestivo, ma è solo un aspetto dell’avanzamento tecnologico di questi anni. Ci sono moltissime tecnologie adattabili alle esigenze delle nostre Pmi. Partendo da “Internet delle cose”, i tanti oggetti che oggi fanno parte della vita quotidiana delle nostre imprese possono essere trasformati radicalmente.

Ci fa qualche esempio?

I ricercatori del dipartimento di Ingegneria dell’Informazione hanno presentato recentemente ad un nostro workshop universitario vari progetti. Uno dei più interessanti può avere importanti applicazioni nel sistema moda, sempre alle prese con lo spettro della contraffazione, così come nel settore farmaceutico, alimentare, tessile, beni di lusso. Si tratta dell’uso di targhette a radiofrequenza (Rfid), ovvero piccole antenne, chip, che si inseriscono in un’infinità di cose e consentono di raccogliere una grande quantità di dati. L’idea è quella di immetterle nei singoli prodotti per garantire l’autenticità del marchio e tutelare il made in Italy. Ne esistono già di varie dimensioni, con e senza chip. I ricercatori dell’università di Pisa stanno cercando di mettere a punto una sorta di codice a barre, stampato con un particolare inchiostro, che abbia le stesse funzioni. Un’applicazione di questi dispositivi viene sperimentata anche nella gestione della logistica, in collaborazione con aziende del territorio. In questo caso la sua applicazione concreta è molto vicina.

Anche la sanità è un mondo che vedrà numerose innovazioni. Su cosa lavorano i ricercatori di Pisa?

Il concetto è molto vicino a quello precedente, consiste nell’inserire sensori in oggetti di uso quotidiano. Ci sono progetti per creare calzature intelligenti che rivelano l’andatura e la postura della persona, e consentiranno di prevenire danni alla salute anche nei luoghi di lavoro. Si stanno studiando inoltre dispositivi che monitorano a distanza il percorso riabilitativo del paziente per controllarlo e riadeguarlo. Ma forse uno dei progetti più suggestivi è l’utilizzo di chip per creare organi artificiali su cui sperimentare farmaci.

Una rivoluzione per la ricerca farmaceutica…

Sì, consideri che questo metodo tendenzialmente potrebbe diventare un’alternativa alla sperimentazione su cavie, un aspetto che tocca sempre più da vicino la nostra sensibilità collettiva. Funziona così: durante la sperimentazione in vitro viene usato un sistema di chip che riproduce artificialmente la struttura e le caratteristiche di un organo umano o di una sua parte. Questo sistema è in grado di simulare tutte le possibili reazioni tossiche ad un determinato principio attivo. La sperimentazione tradizionale per ottenere un farmaco in genere dura quindici anni, e solo un composto molecolare su diecimila diventa un vero e proprio farmaco. I primi risultati di questo nuovo approccio mostrano buone possibilità di incrementare l’efficacia della sperimentazione.

Non sarà facile per le aziende trovare adeguate conoscenze sul mercato del lavoro quando questa miriade di dispositivi troverà applicazione

Certamente il lavoratore dell’era digitale non può avere solo competenze tradizionali, ma deve conoscere analisi dei dati, strumenti tecnologici avanzati, dispositivi mobili, social media. I livelli più elevati della gerarchia aziendale devono essere i primi ad acquisire queste conoscenze e fare da apripista, svolgere un ruolo leader. Le imprese di grandi dimensioni lo stanno facendo, si stanno già adeguando. Per le pmi ci saranno competenze di diverso livello e non verranno meno quelle più tradizionali. Possono partecipare al grande cambiamento che si prospetta sviluppando l’aspetto di un diverso servizio al cliente. All’azienda spetta il compito di capire i propri punti di forza e comunicarli in modo adeguato. In questo senso le nuove tecnologie possono svolgere un ruolo determinante.

Si prospetta una forte mortalità per le imprese che non si adegueranno?

Non credo, non più che in altri momenti. La dinamica imprenditoriale è piena di storie di successo e insuccesso in base alla fase storica. La differenza è che stiamo attraversando un periodo in cui il tasso di innovazione è molto più elevato. Ma i talenti ci sono, sono tanti, e ci sono anche molte idee vincenti: il tessuto imprenditoriale si sta innovando. Per quanto ci riguarda, all’università di Pisa, siamo in contatto con loro e li supportiamo per immetterli in questo mercato del lavoro, con la sua fisionomia odierna.

Foto: Federica De Santis

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