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Chiti: “Attenti ai rischi dell’europopulismo” Politica

I recenti problemi economici sembrano aver offuscato la vocazione europeista dell'Italia. Ma  L’Europa resta imprescindibile per il nostro futuro?

 

Sì. Senza Unione Europea non solo l'Italia, ma la Germania, la Francia, ogni nazione europea sarebbe irrilevante nel XXI secolo. Oggi è forte il rischio che prenda piede, più di quanto già non stia avvenendo, un sentimento di euroscetticismo che sarebbe distruttivo per il nostro futuro. Viene alimentato, in tutta Europa, da movimenti dal carattere populista che raccolgono facile consenso cavalcando in maniera irresponsabile e strumentale le difficoltà economiche che vivono milioni di persone. La disoccupazione, l'impoverimento, le tensioni sociali sono focolai delicati: le cause vengono individuate nell'esistenza dell'Unione Europea. Invece i motivi sono molteplici, ma hanno un riferimento comune: una concezione neo-liberista, un pensiero unico dell'austerità, che hanno fatto del mercato senza regole una divinità e reso la persona subalterna ai poteri finanziari ed economici. Perché la democrazia torni a orientare le scelte e le finalità dello sviluppo occorre un suo rinnovamento e un suo affermarsi a livello globale. Insomma, ci vuole più Unione Europea, non meno: dobbiamo realizzare una grande democrazia sovranazionale.

 

E all'Europa cosa si deve chiedere?


Di porre al centro la persona, impegnandosi ad assicurare a tutti i suoi cittadini benessere, diritti, progresso, opportunità di vita. Per farlo, innanzi tutto, serve un cambiamento radicale nelle politiche economiche e sociali. La crisi è il risultato del fallimento dell'impostazione neoliberista che ci ha dato una globalizzazione senza governo. Il mercato e la finanza lasciati a sé stessi, intesi come fine e non come mezzo, hanno accentuato le ingiustizie e la povertà. Servono regole e autorità pubbliche forti per garantire giustizia, uguaglianza, rispetto della dignità di ogni persona. Bisogna superare le politiche di sola austerità: il rigore senza sviluppo aggrava la crisi e non serve nemmeno a risanare i bilanci. È un dato di fatto sotto gli occhi di tutti. L'Europa deve dare avvio a uno sviluppo nuovo, incentrato su diritto al lavoro, sostenibilità ambientale, innovazione, saperi, solidarietà.
In secondo luogo, dobbiamo ritrovare quello slancio di valori che porti a completare il processo di integrazione. Gli egoismi nazionali e il metodo intergovernativo, che hanno tolto spazio a quello comunitario, devono essere archiviati: la nostra unica prospettiva per un futuro che ci veda tra i protagonisti sugli scenari del mondo sono gli Stati Uniti d'Europa. Le singole nazioni da sole non possono vincere le sfide del terzo millennio. Abbiamo creato un mercato unico con una moneta uguale per tutti, ma è indispensabile anche mettere insieme la politica monetaria – estendendo i poteri della Banca Centrale Europea – quella fiscale, dando efficacia reale a quella estera e di difesa comune che con il Trattato di Lisbona già appartengono alla competenza dell'Unione. Anche le istituzioni hanno bisogno di rinnovarsi: in prospettiva dovremo avere un presidente dell'Unione Europea eletto dai cittadini, ma fin da ora sarebbe fondamentale far coincidere i ruoli di presidente della Commissione e del Consiglio europeo; la Commissione dovrà diventare il governo dell'Europa; il Parlamento europeo – in un rapporto di collaborazione con quelli nazionali- Assemblea di indirizzo e controllo; l'attuale Consiglio europeo,il Senato federale dell'Unione. Inoltre, sono necessarie una legge elettorale uniforme per i parlamentari europei e l'evoluzione delle attuali famiglie politiche in moderni e inediti partiti.


Un'Europa a due velocità non sarebbe la fine del sogno europeo?


Sarebbe un compromesso al ribasso rispetto alla necessità di dare vita ad una grande democrazia sovranazionale. Naturalmente ci possono essere cooperazioni rafforzate che anticipano scelte aperte all'ingresso di tutti.

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