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Chiusura del Poderaccio, si apre la questione case popolari Cronaca, Società

Firenze – La mozione approvata ieri dal consiglio comunale dovrebbe essere, di diritto se non di fatto, la pietra tombale per il campo rom del Poderaccio, che da oltre 12 anni, da quando cioè fu costruito nel 2004 per ovviare a una vera emergenza umanitaria che si era prodotta in quella zona (con il vicino campo Masini, distrutto alla fine da un incendio) continua a esistere sventolando la sua dichiarata “temporaneità”, dal momento che, si disse al tempo dell’inaugurazione, si trattava di una struttura  talmente temporanea che gli stessi moduli abitativi furono previsti con la durata di 10 anni.

Così, a distanza di oltre 12 anni, lo stato delle strutture è quello che si può immaginare, se già dal 2011 l’osservatorio della Fondazione Michelucci avvertì che le “casine di legno”, “già dopo pochi mesi avevano dato i primi segni di usura”. Inoltre, sempre dal rapporto della Fondazione emerge che, sebbene il progetto fosse di smantellare via via l’insediamento man mano che le famiglie residenti “accederanno ad altre sistemazioni abitative” in realtà “in sette anni e mezzo (si parla del 2011) sono uscite dai villaggi temporanei meno di venti famiglie (erano all’incirca 400, ndr) liberando 7 moduli abitativi, tramite)assegnazione di un alloggio Erp”. Da segnalare che nel 2009, come ricorda la Fondazione,  la comunità Rom aveva portato “all’attenzione della precedente Amministrazione comunale una proposta per l’autocostruzione, che, dopo una prima reazione di interesse, è poi stata lasciata cadere”. Ricordiamo inoltre che le strutture del Poderaccio nacquero da un accordo temporaneo tra il Comune e l’autorità idraulica competente (si trova nella golena dell’Arno) , Provincia di Firenze, Unità di progetto Difesa del suolo.

Una situazione che negli ultimi 5 anni non è di sicuro cambiata, dal momento che, come si legge nella mozione approvata lunedì in consiglio comunale, presentata dai consiglieri comunali di “Firenze riparte a sinistra”  Tommaso Grassi, Donella Verdi e Giacomo Trombi, a un sopralluogo è apparso evidente che “gli stessi moduli abitativi in legno – a distanza di oltre 10 anni – non presentano più le condizioni di abitabilità garantite dalla ditta costruttrice, evidenziando problemi di infiltrazioni di acqua dal terreno. La resistenza delle strutture, salvo dei tetti, ha ceduto, risultando gli alloggi in molti casi precari quand’anche fatiscenti”. Non solo, c’è anche il problema per quanto riguarda il primo lotto, di dover convivere con una sorta di pericolosa discarica in cui di tanto in tanto si accendono roghi che mettono a repentaglio la stessa incolumità degli abitanti. Nel villaggio a tutt’oggi ci abitano “65 nuclei familiari concessionari di casetta per un totale di 407 persone (di cui la metà minori); di questi 65 nuclei 47 sono in carico ai servizi sociali”.

Per tutto questo e per rispetto della legge nazionale ed europea, il fatto che la  mozione presentata da Frs abbia avuto il via libera in consiglio comunale non risolve il problema della sua attuazione. 

“Siamo assolutamente favorevoli alla chiusura del campo Rom del Poderaccio. Ma non possiamo accettare che chi esce dal campo abbia, automaticamente, diritto ad avere una casa popolare. Magari proprio una di quelle case che qualcuno sta attendendo in graduatoria da qualche decina di anni” è il commento del capogruppo di Fratelli d’Italia, Francesco Torselli, che mette il dito nella piaga.

“Non credo assolutamente che l’amministrazione abbia in mente una cosa del genere – ribatte Laura Grandi, segretaria del Sunia Fiorentino –  non sarebbe neppure pensabile ceare una corsia preferenziale per l’aggiudicazione delle case popolari, saltando chi aspetta da anni un’assegnazione. Tuttavia, un segnale di allarme è necessario, nel senso che ormai l’edilizia pubblica, come in questo caso, sta diventando una sorta di “discarica” in cui “gettare” tutti i problemi sociali che non si sa come risolvere”.

“Il nostro desiderio – continua Grandi – sarebbe che le istituzioni tengano sempre in conto l’Erp, mantenendo sempre alta l’attenzione, non solo quando c’è un problema. Anche perché se è un imperativo di ogni società civile togliere i ghetti, per farlo non basta abbattere, ci vogliono anche progetti di sostegno all’integrazione. Sarebbe assurdo pensare di poter scaricare su un tessuto sociale già debole e in difficoltà un’ulteriore carico che sarebbe difficilissimo sostenere. Un carico invece che va seguito e accompagnato. Dunque, è necessario produrre una sorta di sostegno alll’integrazione”.

Va in questa direzione anche la messa in atto di un percorso ancora in fieri che prevede la costituzione di un protocollo di regole da seguire nell’abitare le case popolari, protocollo di regole  generale, la cui inosservanza potrebbe anche portare alla perdita dell’assegnazione.

 

 

 

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