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Primo bilancio del governo Monti: meglio senza ideologia Economia, Opinion leader, Politica

Si è dimostrato, nonostante l’understatement, un abile politico. Ha drammatizzato a dovere la situazione (forse non era difficile farlo! Ma l’ha fatto bene e ha convinto!), ha evitato polemiche con chi c’era prima (pur lasciando intendere che è da lì che venivano i principali problemi) ed infine ha prodotto una manovra lacrime e sangue senza perdere nel complesso il minimo di consenso popolare. Non era facile. Ha avuto contro tutti i gruppi e gli interessi consolidati della cosiddetta “comunità nazionale”, è stato subissato da critiche e da sberleffi dai partiti a più alto tasso di demagogia e di populismo. Inoltre ha dovuto basarsi su un appoggio parlamentare del tutto insolito e disomogeneo. Venendone però fuori sempre con eleganza e forza e arrivando, pur con le dovute mediazioni, agli obiettivi che si era prefissato nel momento dell’accettazione dell’incarico.

Oggi l’Italia ha un sistema pensionistico fra i più “equilibrati” e “innovativi” del mondo occidentale e ha recuperato l’idea centrale su cui costruire il proprio sviluppo futuro: un’economia più liberalizzata e in cui valgono più i meriti che le corporazioni e un sistema di regolazione del mercato del lavoro dove si punta a difendere il lavoratore-cittadino e non il suo posto di lavoro.  Infine un attacco diretto alle illegittimità, alle irregolarità e alle corruttele che non sono, come ha amato rappresentare una certa “vulgata mediatica”, solo o prevalentemente appannaggio del mondo della politica, ma sono ben radicate e diffuse anche nel “profondo” della “indignata” società civile.

Quindi, se si vuol trarre un primo bilancio del Governo non può che essere positivo. Ha lavorato fra difficoltà di non poco conto, ha mantenuto un senso di fermezza del tutto inusitato nell’esperienza italiana e ha saputo ascoltare, senza però farsi condizionare in maniera preponderante, le ragioni della politica (nella maggioranza che lo ha appoggiato non era indifferente il peso politico di Berlusconi!), degli interessi organizzati  ed anche della opinione pubblica.

Ma non tutto è stato positivo. Ci sono alcune cose che non possono essere rilevate con positività e che hanno, in qualche modo lasciato, qualche ombra di insoddisfazione in alcune aree politiche e culturali del paese che pure hanno sostenuto e continuano a sostenere l’esperienza Montiana. Per sintetizzare le tante cose che si potrebbero riportare, segnalerei come elemento negativo un certo eccesso di ideologia. Non tanto o non solo negli interventi realizzati. Direi di più nelle dichiarazioni che hanno accompagnato le proposte avanzate. Un eccesso che mal si addice ad un Governo che deve tenere assieme una maggioranza ampia ed eterogenea e che deve puntare a proporre “interventi a forte contenuto tecnico” piuttosto che visioni strategiche di lungo periodo.

Voglio chiarire. Nonostante la “crisi” morda duramente le famiglie e metta a dura prova le fasce più povere della popolazione, intaccando anche quella che un tempo poteva essere considerato il ceto medio basso della società, non condivido la tendenza “ultraegualitaria” che sta emergendo da più parti. Non credo che una società debba puntare all’egualitarismo dei risultati. Quanto a quello dei “punti di partenza”. Questo sì, anche in maniera molto radicale. Ma dopo detto questo non si può non rilevare che il Governo Monti è rappresentato da una compagine molto particolare di “persone”: ricchi, colti, affermati e del tutto lontani dalle ansie quotidiane, di tipo economico, della gran parte della popolazione italiana. E allora, consci di questa, separazione netta, anche stridente per alcuni versi dal corpo sociale, avrei preferito un maggior distacco “politico” nelle proposte avanzate. Cioè avrei preferito una “asetticità” che magari sappiamo non esiste in nessuna proposta di “policy” ma che , in questo particolare momento, poteva essere la “marca particolare” di questo Governo.

Ho trovato disdicevoli e fuori luogo tutti gli accenni “moralistici” verso i giovani troppo statici, scarsamente intraprendenti, non brillanti negli studi, amanti del posto fisso e, avanti così, con amenità e luoghi comuni che ricordano più “la borghesia” disegnata nelle canzoni rivoluzionarie di Pietrageli (sapesse contessa…..) che una “moderna borghesia” che finalmente prende in mano le sorti del paese.

Ma se questa “ideologia” avesse dato sfogo solo a qualche “gaffe” fatta ora dal Presidente Monti, ora da quello o da quell’altro Ministro, transeat. Si può sopportare. Memori delle tante e irricevibili “gaffes” realizzate dal precedente Presidente del Consiglio, tutto diventa sopportabile. Il problema è invece che quella “ideologia” ha più di una volta abbagliato la lucidità del Governo e ha portato l’esecutivo ad avanzare proposte che non hanno tenuto il minimo conto degli effetti, anche psicologici e culturali oltre che politici, dei diversi provvedimenti sulle fasce sociali più colpite dalla crisi tanto da favorire reazioni risentite e contrarie quasi a prescindere dal merito delle cose.

E’ successo varie volte. Ma nell’ultima occasione, quella della riforma del mercato del lavoro, questo “abbaglio” è sembrato di particolare gravità. Si è voluto accompagnare la revisione dell’art 18 con una sorta di, “avvertimento punitivo” nei confronti di un mondo che ha messo in mostra  una rigidità eccessiva, non sempre condivisibile ma giustificabile in un momento in cui ogni giorno chiude una fabbrica, senza un minimo livello di comprensione.

Le dichiarazioni di guerra del Ministro Fornero sono sembrate spesso fuori luogo e senza senso se si considera che la riforma del mercato del lavoro non è il solo tassello di una modernizzazione del paese ma che sono necessari altri, importanti tasselli, che sono e sono stati decisamente avversati, anche in questa esperienza Montiana,  da quanti ora plaudono alla fermezza dell’Esecutivo. Spero che nel corso del passaggio parlamentare della riforma del mercato del lavoro il Presidente Monti riesca a ritrovare la lucidità necessaria per portare, anche in questo caso, a compimento l’impalcatura generale del provvedimento non rinunciando agli elementi positivi (che sono peraltro da riprendere, approfondire e ampliare) ma abbandonando quegli elementi che sono più il frutto di una battaglia ideologica che di una seria e profonda analisi del sistema economico nazionale.

E riesca a battere, con una accorta gestione dei temi “sensibili”, gli opposti estremismi che legano a doppio filo i seguaci dell’ex Ministro Sacconi e dell’attuale segretario della Fiom Landini. E questo lo deve fare non per riproporre una gestione “moderata” delle riforme, che lo sappiamo dalla esperienza passata, spesso ha significato la assuefazione alle “non riforme”. Ma per evitare di entrare nello scontro ideologico che tanto male ha fatto al paese e anche per un rispetto sostanziale di quelle fasce della società più in difficoltà che hanno il diritto a non sentirsi chiamate a rispondere “per prime” sulle responsabilità della crisi in cui versa il paese.

 

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