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Cibo e donna, un filo rosso che conduce alla costruzione del ruolo Cultura, Società

Firenze –  Non è un libro facile, ma è illuminante. Non è un libro “narrativo”, ma la sua forza consiste proprio nella “narrazione”. Il saggio scritto da Gilberto Pierazzuoli, antropologo, filosofo, fondatore insieme con alcuni amici del primo winebar d’Italia è intrigante sin dal titolo: “Mangiare donna – il cibo e la subordinazione femminile nella storia”. Si tratta di un lungo percorso conoscitivo, con tappe che vanno dall’antichità classica alla “svolta” medioevale ai giorni nostri con blitz storici, mitologici, e anche nella tradizione folclorica dell’Occidente che lascia lla fine convinti e affascinati, ma anche più consapevoli.

Il gesto d’uccidere il “simile” animale? Confiscato dall’uomo. Eccezioni, ma appunto per questo ristrette nella cerchia della “meraviglia”, Diana cacciatrice e le Amazzoni. Sul cibo, la distinzione avviene fra “divoratori di carne arrostita”, e colei che prepara il cibo cuocendolo lungamente, il “bollito”. Area sapienziale e magica della trasformazione della materia prima per la vita umana, ma anche area della subordinazione, dal momento che chi si occupa della “cucina” abbisogna di chi procura il cibo. Divisione dei compiti che da funzionale diviene vero e proprio “ruolo” fisso, immutabile, connotato dal religioso, in modo che chiunque “sgarri” dall’ordine divenuto divino, sia reprobo. Rottura straordinaria dell’ordine divino, ma fatto rientrare nello stesso per l’insopprimibile necessità di esprimere il lato oscuro dell’irrazionalità femminile, tutto il percorso iniziatico dedicato a Dioniso e alle sue adepte, le Baccanti. Terrore sacro, scatenamento della forza primordiale del femminile ma nello stesso tempo ciclo assorbito dal religioso, esso stesso incanalato nuovamente nell’ordine. Disordine insomma ordinato. Tant’è vero che tratto distintivo del sovvertimento dionisiaco è che le donne in preda al sacro furore del dio aggrediscono esseri viventi e li mangiano facendoli a brandelli, ancora “crudi” e palpitanti. Mai come in queste pagine la valenza del crudo-cotto, arrosto-bollito prende forma di trasparente richiamo ai ruoli sociali degli sconosciuti attori. Nello stesso tempo, la forza dell’ordine sociale, la necessità di costituire ruoli per ostacolare il caos primigenio è trasparente ricerca di chi e di come ci si occupa del cibo. Ed ecco che la cucina “potere” fa sì che l’uomo diventi “chef”, come la cucina spettacolo, innovativa per stupire, diviene appannaggio del maschio.

cibo e donna

Restia a tutto ciò rimane la cucina che vede protagonista la donna, con il suo sedimentarsi di piacere, tecnica e gusto, che parte da basi tradizionali senza disdegnare l’innovazione, ma senza neppure sacrificare mai gusto e esigenze nutrizionali allo “spettacolo”. Del resto, non importa lo spettacolo, ostentazione di potere, a chi comunque è dedita alla nutrizione per “esigenze di ruolo”. Alla fine, ciò che rimane è una lucida e interessante disanima della società umana nel suo eterno “gioco di ruolo”, che rende più comprensibili anche le regole quotidiane cui, spesso senza averne coscienza, tutti noi soggiaciamo.

 

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