energee3
logo stamptoscana
badzar
energee3
badzar

Città felici, proposte per un futuro prossimo Politica

Il richiamo, già fatto sulle pagine di Stamp, è alla felicità pubblica. Il quesito di base? Come si fa, e se è possibile, gestire un intero territorio ponendo alla base dell'azione politico-amministrativa questo principio come fondamento, misura e obiettivo dell'azione pubblica. 
In realtà, esperimenti diffusi sul territorio nazionale e estero ci sono, come ricorda Alessandro Lo Presti, politico fiorentino che ha lanciato i “Laboratori della felicità”, seguiti da un gran numero di cittadini. Ed è proprio a lui che Stamp ha chiesto se esistono le modalità concrete cui un'amministrazione cittadina improntata al criterio della felicità pubblica può e deve ricorrere.

Innanzitutto, una precisazione: il concetto di partecipazione che i “Laboratori della felicità” esprimono attiene al principio della sussidiarietà? Ma in concreto cosa significa “sussidarietà” e come può trovare applicazione sul territorio? E' credibile che siano i cittadini a farsi carico di servizi finora in mano alla pa? Si può tentare una regolamentazione della sussidarietà o è un concetto troppo vago?
La sussidiarietà è un principio contenuto nella nostra Costituzione, una fonte inesauribile di valori che a cui si può sempre attingere. Però per noi è un termine troppo tecnico, oggettivamente difficile da comprendere alla prima. A noi piace molto di più parlare di valorizzare  le (infinite) capacità delle persone, anche nella loro dimensione di cittadini. La Costituzione dice espressamente che lo Stato e tutti gli enti locali devono favorire l'autonoma iniziativa dei cittadini nello svolgimento di attività di interesse generale. In realtà ci sono decine di esperienze disseminate in tutta Italia di cittadini che si sono presi cura di parti della città o che si sono impegnati in attività di carattere culturale, ambientale o sociale sulla base di un "patto" con l'amministrazione pubblica. Proprio in questo momento c'è un'esperienza interessantissima a Bologna portata avanti dal Comune e dal "Labsus. Laboratorio per la sussidiarietà": il progetto "Le città come beni comuni" che vorremmo riprendere anche per il territorio di Firenze e provincia. Si tratta di un'iniziativa che ha il duplice obiettivo di elaborare procedure e regolamenti interni all'amministrazione che poi permetteranno la sperimentazione di forme di  gestione civica di alcuni spazi pubblici.  In questo senso i Laboratori per la felicità sono dei luoghi in cui vogliamo dare corpo anche a questa nuova visione del rapporto tra amministrazione e cittadini. Come vede non c'è niente di vago. Anzi è tutto assolutamente concreto.

Gestione dei beni pubblici: i Comuni tendono sempre più, a causa dei tagli, ad affidarne la gestione a privati, con tutto il contorno di appalti e polemiche, anche di principio, sul fatto che la gestione privata di beni a carattere pubblico crea un paradosso che non rende “felici” i cittadini. Basti guardare alla gestione dell'acqua. Quale può essere l'alternativa dal vostro punto di vista? E' la stessa cosa dire “beni pubblici” e “beni comuni”?

I beni comuni non sono né pubblici né privati. La Commissione Rodotà li definì come "le cose che esprimono utilità funzionali all'esercizio dei diritti fondamentali nonché al libero sviluppo della persona".Possono essere materiali o immateriali. Concretamente i cittadini, con le loro attività in una collaborazione virtuosa con le amministrazioni, non esercitano un diritto di proprietà, piuttosto un "diritto alla cura" del bene comune. Come di comprende, questo tipo di ragionamento porta ad una visione diversa rispetto all'idea delle privatizzazioni dei servizi pubblici che seguono una logica classica di mercato. Recentemente il Prof. Luigino Bruni, economista, a proposito del caso dell'azienda dei trasporti pubblici fiorentina ATAF  diceva: "È certo che la gestione pubblica di questi servizi, segnata da sprechi enormi e inefficienza, sia morto e sepolto, ma ciò non significa affatto che l' unica alternativa sia il ricorso al mercato capitalistico orientato alla massimizzazione del profitto. Né ha più senso ridurre il pubblico a puro "poliziotto" del capitale. La sfida è tutt'altra, e cioè di pensare ad una forma diversa di privatizzazione, affidata a comunità civili, il cui vincolo di bilancio non sia certo la perdita, ma nemmeno il profitto, bensì la gestione e la manutenzione di un bene da garantire a tutti e consegnare al futuro. Far funzionare le cosiddette municipalizzate è questione di democrazia, non di ricchezza.. Bisogna pensare ad un' alleanza cooperativa fra la società civile, l' associazionismo dei consumatori, delle categorie economiche, delle famiglie, delle istituzioni scolastiche, un' imprenditoria davvero legata al proprio territorio, tutti interessati a una gestione efficiente perché primi beneficiari del bene comune, e gli enti locali. ». Concordo dalla prima all'ultima parola.

Affrontiamo infine un problema particolarmente sentito a Firenze, che è stato spesso al centro del dibattito cittadino tanto da creare una sorta di “modello fiorentino” da esportare anche fuori del territorio. Nonostante questo, la soluzione è ben lungi dall'essere trovata, anzi, ci si avvicina sempre più a un'emergenza che appare senza ritorno. Si sta parlando del problema abitativo che appare stretto in una morsa: da un lato, una domanda di abitazioni popolari accresciuto dalla crisi, dall'altro, la necessità, in un ambito come quello fiorentino, di non consumare altro suolo. Come si potrebbero far quadrare i conti in un'ottica di soddisfacimento dei bisogni collettivi?

Questo è un tema fondamentale in un'ottica di "felicità pubblica". La casa è un diritto-pilastro,  senza questa la felicità pubblica è pura astrazione. Certo le esperienze degli anni dello sviluppo urbanistico inconsulto sono sotto gli occhi di tutti, anche a Firenze. Parlare di Volumi Zero da parte di questa amministrazione è stato giusto perché Firenze ha vissuto le contraddizioni di gran parte delle grandi città italiane e europee. Se però non vogliamo guardare al nostro recente passato solo in termini distruttivi – cosa che non condivido né nell'approccio né nel merito – penso che l'esperienza del recupero del complesso delle Murate nel cuore della città sia un modello virtuoso da imitare anche nel futuro: in quello che è stato per decenni un carcere, ora abbiamo sia edilizia residenziale pubblica sia una pluralità di attività sociali e culturali che rendono Firenze più bella e più vivibile.  Da luogo di sofferenza a spazio pulsante di vitalità. In perfetta sintonia con lo spirito della felicità pubblica.

sul tema: http://www.stamptoscana.it/articolo/economia/se-la-felicita-si-fa-pubblica-cresce-il-paese 
http://www.stamptoscana.it/articolo/politica/da-ora-in-poi-la-felicita-pubblica-e-affare-politico

 

Print Friendly, PDF & Email

Città felici, proposte per un futuro prossimo Opinion leader

Il richiamo, già fatto sulle pagine di Stamp, è alla felicità pubblica. Il quesito di base? Come si fa, e se è possibile, gestire un intero territorio ponendo alla base dell'azione politico-amministrativa questo principio come fondamento, misura e obiettivo dell'azione pubblica.

In realtà, esperimenti diffusi sul territorio nazionale e estero ci sono, come ricorda Alessandro Lo Presti, politico fiorentino che ha lanciato i “Laboratori della felicità”, seguiti da un gran numero di cittadini. Ed è proprio a lui che Stamp ha chiesto se esistono le modalità concrete cui un'amministrazione cittadina improntata al criterio della felicità pubblica può e deve ricorrere.

Innanzitutto, una precisazione: il concetto di partecipazione che i “Laboratori della felicità” esprimono attiene al principio della sussidiarietà? Ma in concreto cosa significa “sussidarietà” e come può trovare applicazione sul territorio? E' credibile che siano i cittadini a farsi carico di servizi finora in mano alla pa? Si può tentare una regolamentazione della sussidarietà o è un concetto troppo vago?
La sussidiarietà è un principio contenuto nella nostra Costituzione, una fonte inesauribile di valori a cui si può sempre attingere. Però per noi è un termine troppo tecnico, oggettivamente difficile da comprendere alla prima. A noi piace molto di più parlare di valorizzare  le (infinite) capacità delle persone, anche nella loro dimensione di cittadini. La Costituzione dice espressamente che lo Stato e tutti gli enti locali devono favorire l'autonoma iniziativa dei cittadini nello svolgimento di attività di interesse generale. In realtà ci sono decine di esperienze disseminate in tutta Italia di cittadini che si sono presi cura di parti della città o che si sono impegnati in attività di carattere culturale, ambientale o sociale sulla base di un "patto" con l'amministrazione pubblica. Proprio in questo momento c'è un'esperienza interessantissima a Bologna portata avanti dal Comune e dal "Labsus. Laboratorio per la sussidiarietà": il progetto "Le città come beni comuni" che vorremmo riprendere anche per il territorio di Firenze e provincia. Si tratta di un'iniziativa che ha il duplice obiettivo di elaborare procedure e regolamenti interni all'amministrazione che poi permetteranno la sperimentazione di forme di  gestione civica di alcuni spazi pubblici.  In questo senso i Laboratori per la felicità sono dei luoghi in cui vogliamo dare corpo anche a questa nuova visione del rapporto tra amministrazione e cittadini. Come vede non c'è niente di vago. Anzi è tutto assolutamente concreto.

Gestione dei beni pubblici: i Comuni tendono sempre più, a causa dei tagli, ad affidarne la gestione a privati, con tutto il contorno di appalti e polemiche, anche di principio, sul fatto che la gestione privata di beni a carattere pubblico crea un paradosso che non rende “felici” i cittadini. Basti guardare alla gestione dell'acqua. Quale può essere l'alternativa dal vostro punto di vista? E' la stessa cosa dire “beni pubblici” e “beni comuni”?
I beni comuni non sono né pubblici né privati. La Commissione Rodotà li definì come "le cose che esprimono utilità funzionali all'esercizio dei diritti fondamentali nonché al libero sviluppo della persona".Possono essere materiali o immateriali. Concretamente i cittadini, con le loro attività in una collaborazione virtuosa con le amministrazioni, non esercitano un diritto di proprietà, piuttosto un "diritto alla cura" del bene comune. Come di comprende, questo tipo di ragionamento porta ad una visione diversa rispetto all'idea delle privatizzazioni dei servizi pubblici che seguono una logica classica di mercato. Recentemente il Prof. Luigino Bruni, economista, a proposito del caso dell'azienda dei trasporti pubblici fiorentina ATAF  diceva: "È certo che la gestione pubblica di questi servizi, segnata da sprechi enormi e inefficienza, sia morto e sepolto, ma ciò non significa affatto che l' unica alternativa sia il ricorso al mercato capitalistico orientato alla massimizzazione del profitto. Né ha più senso ridurre il pubblico a puro "poliziotto" del capitale. La sfida è tutt'altra, e cioè di pensare ad una forma diversa di privatizzazione, affidata a comunità civili, il cui vincolo di bilancio non sia certo la perdita, ma nemmeno il profitto, bensì la gestione e la manutenzione di un bene da garantire a tutti e consegnare al futuro. Far funzionare le cosiddette municipalizzate è questione di democrazia, non di ricchezza.. Bisogna pensare ad un' alleanza cooperativa fra la società civile, l' associazionismo dei consumatori, delle categorie economiche, delle famiglie, delle istituzioni scolastiche, un' imprenditoria davvero legata al proprio territorio, tutti interessati a una gestione efficiente perché primi beneficiari del bene comune, e gli enti locali. ». Concordo dalla prima all'ultima parola.

Affrontiamo infine un problema particolarmente sentito a Firenze, che è stato spesso al centro del dibattito cittadino tanto da creare una sorta di “modello fiorentino” da esportare anche fuori del territorio. Nonostante questo, la soluzione è ben lungi dall'essere trovata, anzi, ci si avvicina sempre più a un'emergenza che appare senza ritorno. Si sta parlando del problema abitativo che appare stretto in una morsa: da un lato, una domanda di abitazioni popolari accresciuto dalla crisi, dall'altro, la necessità, in un ambito come quello fiorentino, di non consumare altro suolo. Come si potrebbero far quadrare i conti in un'ottica di soddisfacimento dei bisogni collettivi?
Questo è un tema fondamentale in un'ottica di "felicità pubblica". La casa è un diritto-pilastro,  senza questa la felicità pubblica è pura astrazione. Certo le esperienze degli anni dello sviluppo urbanistico inconsulto sono sotto gli occhi di tutti, anche a Firenze. Parlare di Volumi Zero da parte di questa amministrazione è stato giusto perché Firenze ha vissuto le contraddizioni di gran parte delle grandi città italiane e europee. Se però non vogliamo guardare al nostro recente passato solo in termini distruttivi – cosa che non condivido né nell'approccio né nel merito – penso che l'esperienza del recupero del complesso delle Murate nel cuore della città sia un modello virtuoso da imitare anche nel futuro: in quello che è stato per decenni un carcere, ora abbiamo sia edilizia residenziale pubblica sia una pluralità di attività sociali e culturali che rendono Firenze più bella e più vivibile.  Da luogo di sofferenza a spazio pulsante di vitalità. In perfetta sintonia con lo spirito della felicità pubblica.

sul tema: http://www.stamptoscana.it/articolo/economia/se-la-felicita-si-fa-pubblica-cresce-il-paese

http://www.stamptoscana.it/articolo/politica/da-ora-in-poi-la-felicita-pubblica-e-affare-politico

Print Friendly, PDF & Email

Translate »