energee3
logo stamptoscana
badzar
energee3
badzar

“Clandestino” di Riccardo Rombi, tra emarginazione e via di fuga Spettacoli

Un tempo si era davvero più buoni? Si era davvero “brava gente” pronta ad aiutare il prossimo? La speranza è che questa paura del lontano, del nuovo, del diverso smetta di generare odio e violenza. Coincidenza ha voluto che lo spettacolo “Clandestino” di Riccardo Rombi andasse in scena al Teatro Puccini proprio nella settimana della strage dei senegalesi avvenuta nelle zone di Rifredi e San Lorenzo. È così che le parole di uno dei protagonisti, Stefania Stefanin nei panni di una donna fermamente razzista, sono diventate ancora più taglienti. Seduta su di una sedia parla al telefono con una centralinista e, quando scopre la sua origine straniera, inizia a insultarla e deriderla gratuitamente. Esempio di una certa società benestante che vive di apparenza e di illusioni (dato che poi la donna si rivela essere piena di debiti a causa di spese superflue e immotivate) e che si permette di puntare il dito e offendere. Merito all’attrice che alla fine della storia ci risulta davvero nauseante. Da dove deriva questa cattiveria? È solo il bisogno di affermarsi che spinge a negare l’identità altrui? Gli altri sono percepiti troppo spesso come una minaccia.

Dall’altro lato del palco un uomo incatenato martella e urla (Jacopo Gori). È la coscienza, il cui rumore assordante e fastidioso paradossalmente viene isolato rispetto alle due storie narrate in scena. Le parole che pronuncia sono un invito a riflettere su ciò che si compie in nome della discriminazione e dell’emarginazione. Parole al vento. Tanto più forti e tanto meno ascoltate. Al centro l’altra storia: un vecchio (il bravo Paolo Santangelo) che sceglie la clandestinità per sfuggire a un modello sociale che lo disgusta, quello in cui non si ha tempo da trascorrere con mogli e figli, quello in cui gli anziani vengono completamente abbandonati negli ospizi. E allora lui, con amarezza e rancore, decide di fuggire per riappropriarsi della sua vita e della sua dignità. In questo caso essere clandestino diventa una possibilità, una via di uscita da una realtà desolante. Infatti il termine “clandestino” non andrebbe ad indicare una condizione, è un semplice aggettivo che significa “segreto, nascosto”, mentre oggi si è avvalorato il senso di “illegale, fuorilegge” fino ad indicare erroneamente con questa parola chi è “diverso, straniero”. Questa seconda accezione ha creato la percezione della clandestinità come qualcosa di ingiusto, losco e pericoloso. Alcune parole del vocabolario dovrebbero essere “pesate” prima di renderle padrone di un luogo comune. Lo spettacolo si conclude con la frase “C’era una volta un’era”… un’era in cui, forse, ci si voleva più bene.

Print Friendly, PDF & Email

Translate »