energee3
logo stamptoscana
Edizioni Thedotcompany

“Colazione da Tiffany”: il romanzo di Truman Capote a teatro Spettacoli

Ci sono tante vie per far fronte alle sofferenze e alle avversità della vita, Holly Golightly sceglie la mondanità estrema. Dispensa sorrisi e intrattiene conversazioni futili, frequenta uomini ricchi e superficiali, beve e organizza feste, si considera un animale “selvatico”, una creatura fuori dagli schemi, e le sta bene così. Sono gli anni ’40, la guerra impera, ma sembra lontanissima rispetto alla leggerezza con cui Holly affronta la realtà. Il suo nome è accostato alla figura di Audrey Hepburn, icona bellissima della versione cinematografica di “Colazione da Tiffany” diretta da Blake Edwards (1961). Ma il regista Piero Maccarinelli nel riproporre l’opera per la scena ha preferito rifarsi all’adattamento teatrale di Samuel Adamson, che è diretto discendente dell’omonimo romanzo di Truman Capote (1958). La vicenda, le relazioni, i personaggi e l’epilogo sono ben diversi, quindi, da quelli della pellicola nota in tutto il mondo. Lo stesso Capote aveva pensato a Marilyn Monroe nei panni della protagonista, ma si dovette accontentare (si fa per dire) della straordinaria interpretazione della Hepburn affiancata dall’altrettanto bravo George Peppard, i quali divennero interpreti di un’indimenticabile storia d’amore.

Quella di Holly e dello sciagurato scrittore William Parsons, invece, non è proprio una storia d’amore. Ciò che emerge maggiormente nella versione teatrale di Maccarinelli, andata in scena al Teatro della Pergola di Firenze, è lo stile di vita tutt’altro che regolare della svampita Holly (Francesca Inaudi) in netta contrapposizione con la figura di William (Lorenzo Lavia), scrittore goffo e alquanto ingenuo. Travolto e disorientato dal comportamento dell’insolita e discutibile vicina di casa, che gli piomba in camera passando dalla finestra e che si infila nel suo letto per dispensargli consigli sul contenuto dei suoi racconti, noiosamente intellettuali e troppo poco passionali, William/Lavia appare tremendamente impacciato. Questa prova d'attore ci fa dimenticare l'interpretazione di pochi anni fa in cui vestiva i panni dello sferzante Benedetto del "Molto rumore per nulla" shakespeariano, un personaggio completamente diverso. Due interpreti di tutto rispetto, lei frivola e “cinguettante”, lui pacato e ridicolo, Inaudi/Holly e Lavia/William danno vita a uno spettacolo fluido e simpatico, attorniati da personaggi curiosi e divertenti quali il barista Joe Bell (Vincenzo Ferrera), O.J. Berman (Mauro Marino), la modella Mag Wildwood (Ippolita Baldini), la cantante lirica Madame Spanella (Anna Zapparoli) e il milionario Rusty Trawler (Giulio Federico Janni), i quali si alternano sulla mastodontica e cupa scenografia di Gianni Carluccio che riproduce gli ambienti di un tipico condominio americano. La trama, però, è triste. Tremendamente triste. Come triste è la vita passata di Holly (un tempo chiamata Lulamae e sposata con un uomo più vecchio di lei), la sua realtà presente (oggetto sessuale di tanti uomini, segnata dalla morte del fratello lontano e poi da un aborto) e il suo destino (costretta a fuggire da sola verso l’ignoto). Non è certo la Audrey Hepburn che sotto una pioggia scrosciante alla fine bacia l’attraente scrittore che le ha “salvato” la vita.

D’altronde il romanzo di Capote è intriso di elementi autobiografici e drammatici che hanno inevitabilmente lasciato segni indelebili nell’anima dell’autore. La madre, Lilly Mae (non è casuale l’assonanza con il nome originario di Holly), passava da un ricco signore all’altro abbandonando suo figlio, mai veramente voluto, a casa di alcuni parenti. A Truman non rimase che trascorrere la propria infanzia all’ombra di questa figura fragile e crudele allo stesso tempo, che tornava affranta dopo la fine di una relazione per poi ripartire alla volta di una nuova avventura, privando dell’affetto materno il suo unico bambino. E Tiffany, la gioielleria che da il nome all’opera, non è altro che un luogo immaginifico necessario alla protagonista per fuggire da questa sofferenza perenne, da questo accumulo di relazioni sbagliate e frivole. Un luogo – come afferma Holly – “dove farsi passare le paturnie”.

Print Friendly, PDF & Email
Condividi
Translate »