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Colossi industriali con piedi d’argilla: la Cina controlla le terre rare Politica

Parigi – Il Covid 19 ha dolorosamente fatto scoprire ai paesi industrializzati la loro estrema vulnerabilità rinviandoci allo specchio l’immagine del colosso dai piedi d’argilla. Con stupore abbiamo via via scoperto la nostra dipendenza, prevalentemente dalla Cina, dell’80% delle molecole indispensabili per i nostri farmaci, poi via via siamo stati colpiti da penuria di mascherine e materiale per i tamponi.

Presi dal ciclone coronavirus e l’urgenza di far fronte ai suoi catastrofici danni abbiamo dimenticato o forse solo messo in secondo piano un altro fattore che rischia di mettere a dura prova il nostro futuro, e cioè la nostra dipendenza dalle “terre rare”. Dagli smartphone agli schermi al plasma, dai missili alle lampadine è impossibile farne a meno di questo insieme di 17 metalli indispensabile nelle tecnologia di punta di cui la Cina controlla attualmente attorno al 90% della fornitura mondiale.

La Cina potrebbe provocare la chiusura di quasi tutte le catene di montaggio di automobili, computer, smartphone e aerei se dovesse di decidere un embargo di questi metalli” ha già avvertito sulla rivista National Defense il consulente James Kennedy.

Le terre rare sono dunque un’ importantissima arma nella guerra non solo commerciale ma anche politica per l’egemonia su questo pianeta.  Forse, scrive il settimanale francese Capital Pechino “non preme sul grilletto di questa arma perché potrebbe lanciare la caccia a fonti alternative”.  Negli anni ’80 il principale paese produttore erano gli Stati Uniti che si erano tirati poi indietro a causa dell’alto tasso di inquinamento che comportava l’estrazione e poi la il processo di purificazione dei metalli rari.

La Cina ha invece accettato di pagare l’alto costo ecologico e così ora ne domina il mercato.  Secondo un istituto di studi geologici americano (USGS) Brasile e Vietnam disporrebbero di giacimenti per 22 milioni di tonnellate, su un totale mondiale di 120.  Le riserve cinesi sono valutate attorno ai 44 milioni di tonnellate.

Secondo Capital, il minimo bug sulle terre rare si tradurrebbe in “un colpo di grazia “ all’economia se non addirittura in un crollo della nostra civiltà dal momento che questi materiali sono considerati come l’unica alternativa al carbone, al petrolio e al nucleare. Anche la “mobilità” che non produce carbonio si basa su batterie fabbricate a partire dalle terre rare cinesi. La stessa dipendenza alle terre rare vale per l’intelligenza artificiale, i satelliti, i sistemi di navigazione, la Cyberdifesa.

La quasi totalità della nostra trasformazione ecologica ed energetica si basa sulle terre rare”, scrive il giornale francese preoccupato che si facci lo stesso errore di legarsi mani e piedi alle esportazioni di un solo paese “ costruendo così un nuovo castello di carte”. Per impedire che ciò avvenga il giornale invita la Francia che ha la seconda zona economica esclusiva (ZEE) al mondo dopo gli Usa di esplorare i fondali del Pacifico attorno alla Polinesia e Nuova Caledonia con l’obiettivo di dotarsi di riserve di queste indispensabili terre rare.

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