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Commercio, non è equo liberalizzare scontando i diritti del cittadino Opinion leader

Innanzitutto: chi dice che le liberalizzazioni siano davvero foriere di benefici per l'economia nazionale? Vogliamo rifarci alle esperienze degli altri paesi europei? Vogliamo davvero credere che la Germania vada meglio di noi per le liberalizzazioni? O che la Francia debba la sua (per ora) resistenza alla crisi (tutta da stabilire) perchè il mercato ha regole più liberali? Non credo. Credo invece che, nel caso della Germania, a fronte di amministratori pubblici migliori per senso dello Stato e dell'interesse pubblico e a imprenditori  capaci di condividere con le loro maestranze i ricavati del mercato (gli stipendi degli operai tedeschi continuano a essere i più alti d'Europa, altro che tagli al "costo del lavoro") sia naturale che la crisi venga "gestita" in modo meno doloroso dal paese. Nel caso della Francia, gioca a loro favore il fatto che siano attori in un ambito di economia più avanzata rispetto a quella italiana. Ma non scommetterei una lira (un euro è troppo) sulla loro tenuta. Allora: in questo panorama, non credo che la "libertà" di fare lavorare un dipendente di più di quanto finora consentito, togliendogli diritti sacrosanti come il riposo domenicale o la giornata libera, sia l'elemento che incide sull'economia del mercato. No, davvero.
Cosa credo? Credo che il vero problema sia il sistema di redistribuzione della ricchezza. Che non è solo un problema fiscale, ma sostanzialmente culturale. Dalle mie parti, sebbene di tradizione comunista o anarchica ( ma anche repubblicana, quel repubblicanesimo severo che non faceva sconti a nessun affamatore di popolo) chi era ricco era guardato con sospetto. Perchè voleva dire che, oltre a lavorare sodo (e questo è sempre stato un valore) non dava ai poveracci quanto avrebbe dovuto e sarebbe stato tenuto, dalla sua coscienza e dall'aspettativa popolare, a dare.
Fra la mia gente romagnola, infatti, non si gratifica dell'appellativo di "signore" chi è ricco, ma chi è generoso del suo con chi ha bisogno, anche se poi deve stringere la cinghia. Va bene, mi dirai, che c'entra tutto ciò con le liberalizzazioni? In sintesi: non è equo liberalizzare scontando i diritti del popolo, comprimendo e lasciando al ricatto del datore di lavoro il popolo (se non lavori la domenica non ti assumo, se non resti due ore in più cerco un altro …), è equo dare un tetto ai redditi e tutto ciò che è in più impiegarlo per la scuola, l'istruzione, le case popolari, l'innovazione, la ricerca, la gestione del territorio, la riqualificazione del lavoro. Sai come sarebbe se nessuno potesse guadagnare più di tremila euro al mese? Il guadagno in più, trasformarlo in titoli onorifici, Benefattore del Paese, Cavaliere dell'Ordine nazionale dei benemeriti, Grande Lavoratore …. ma tremila euro per tutti. Ganzo, no? a parte le battute: credo che siamo arrivati alla fine del sistema capitalista liberale, e che dopo il crollo dell'economia socialista, seguirà quello del capitalismo. Che, ahimè, non sarà nè indolore nè breve. E chi ci rimetterà di più. come è sempre stato, sarà quel 90% che spia l'eterno, fastoso banchetto cui è assiso il 10% degli italiani. Epperciò non sono le liberalizzazioni quelle che salveranno il Paese; ma una grande, coraggiosa, sostanziale rivoluzione che dia a tutti "secondo i loro bisogni". O no?…

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