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Concorso pubblico alla Regione: lavoratore precario? Invisibile, non ammesso Società

La lettera non dà adito a dubbi: è veramente il lavoro precario, quello che non ha “targhette di garanzia” davanti, quello che tutti dicono che dovrà essere “tenuto di conto” e che poi, in effetti, nessuno valuta, ad essere al centro dell’attenzione. Il caso è quasi di scuola e verte sul concorso pubblico bandito dalla Regione per la copertura di 22 posti di categoria C, profilo professionale “Assistente gestione fondi comunitari e nazionali”, in corso di svolgimento in questi giorni (stamattina, prima prova scritta per i prescelti).

Allora cosa c’è che non va? Tutto o quasi, come scrive un gruppo di donne al presidente della Regione Toscana Enrico Rossi. Un gruppo di donne “relativamente giovani”, da tempo precarie, candidate non ammesse. Vale a dire escluse, vale a dire messe fuori.

Perché? Forse perché manca esperienza, capacità, professionalità, formazione, titoli specifici attinenti, tempo speso nello svolgimento di mansioni del tutto uguali a quelle richieste dal concorso? Nient’affatto, non è questo. Ecco cosa manca: l’accesso al concorso è “sbarrato” a chi non possiede “almeno 24 mesi di esperienza, con rapporto di lavoro subordinato a tempo determinato o indeterminato presso una pubblica amministrazione o nel settore privato, per lo svolgimento di una delle seguenti funzioni: amministrative, contabili, di assistenza tecnica, supporto e istruttoria, relativamente alle attività dirette all’attuazione di piani, programmi e procedure per l’assegnazione, gestione, monitoraggio dei fondi comunitari e nazionali”.

“Palese ingiustizia” scrivono le donne precarie e anche “ a detta di molti legali, evidente illegittimità della scelta della Regione Toscana di inserire ciò come uno dei requisiti per la partecipazione” al concorso.

“Il possesso di un requisito di ammissione così specifico e restrittivo è discriminatorio nei confronti di quanti hanno svolto mansioni del tutto corrispondenti a quelle del profilo – spiegano le donne – ma con forme contrattuali precarie, parasubordinate, di cui anche gli enti pubblici, Regione Toscana compresa, si sono avvalsi per anni. Inoltre, il requisito è illogico e comunque sproporzionato per un profilo di Assistente Amministrativo, corrispondente cioè a possessori di diploma, ed è sconcertante anche che altri titoli, di studio e specializzazione, di evidente pertinenza rispetto al profilo richiesto, non siano stati invece oggetto di alcuna valutazione”.

Dunque, ricapitolando: il concorso in esame è stato sbarrato a chi non potesse produrre “titoli” di lavoro contrattualizzato “garantito” (di questi tempi, come scrivono le nostre protagoniste, raro anche nelle pubbliche amministrazioni se non sotto forme non utilizzabili per l’accesso al concorso in questione) e nonostante, magari, che le mansioni richieste fossero state svolte con competenza e per mesi (anni?) in forme di (paradosso del tutto italiano) “precariato costante”. Costante, ma non riconoscibile. E dunque invisibile. E dunque non valutabile. Non solo: anche altri titoli, pertinenti con le mansioni da svolgere, sono stati “non considerati”. Vale a dire, o hai avuto prima un contratto “subordinato, a tempo determinato o indeterminato” oppure di master (se ne fa un gran parlare, “ecco a cosa servono” commenta sconsolato uno studente che sta svolgendo un master presso un ateneo straniero), stage, specializzazioni e magari lauree specifiche non importa niente a nessuno. Allora?

Allora, parrebbe, niente. Infatti, oggi c’è la prima prova, scritta, di coloro che sono stati ammessi, circa 200 persone. Con buona pace di chi proclama in lungo e in largo che è necessario che il lavoro per quanto precario, trovi riconoscimento. Ma non è finita qui. “Come se non bastasse – scrivono le donne precarie – il possesso del requisito che contestiamo non è stato nemmeno accertato prima di cominciare la selezione, in modo da chiarire chi avesse diritto di partecipare e chi no, ma a seguito della prova preselettiva e quindi solamente rispetto ai 200 candidati che l’hanno superata: ciò ha causato evidente danno sia per quanti, in possesso del requisito, sono stati “scavalcati” nel punteggio dalla partecipazione alla prova di candidati più meritevoli, ma privi del requisito, sia per questi ultimi, che hanno investito tempo ed energie a preparare un concorso dal quale sono stati poi esclusi”.

Alla fine, tuttavia, qualcosa la Regione, a questi appunti precisi, deve pur rispondere: chiamando in causa direttamente il presidente Rossi, le precarie domandano: perché la Regione ha scelto questi criteri di selezione e “queste modalità concorsuali”? Ma soprattutto, dicono, “vorremmo chiederle come si concilia questa scelta politica dell’amministrazione da lei presieduta con le sue recenti dichiarazioni in merito al Jobs Act. Lei lo ha infatti criticato per non aver messo “la questione dei precari al primo posto”: forse intanto la Regione Toscana avrebbe potuto dare il buon esempio, consentendo semplicemente a noi precarie e precari di essere valutati nell’ambito di un concorso pubblico al pari di quanti, per loro fortuna, hanno beneficiato di rapporti di lavoro più garantiti?”.

 

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