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Conflitti d’interesse e libertà di stampa Opinion leader

Il primo riguarda la deontologia professionale, il secondo è più connesso con il pubblico che, per forza o per volontà, il giornalista si è scelto. Cominciamo da una premessa essenziale.
Nella sua dinamica essenziale, fare giornalismo significa trovarsi nel  mezzo di un formidabile rapporto di forza che deve imparare a gestire. Da una parte c’è il potere il cui interesse principale è che le cose che garantiscono la sua conservazione avvengano nel più assoluto segreto. Dall’altra c’è la  missione di un operatore dell’informazione che è quella di capire quei meccanismi di conservazione e cercare di passarli al vaglio dei valori della correttezza, della legalità, della trasparenza democratica. Come ha scritto Indro Montanelli, il segreto non potrà mai mettersi d’accordo con il giornalismo.
Non vi fate dunque ingannare dal fatto che sembra che l’unico vero problema degli uomini di potere, specie di quelli che governano e amministrano,  sia quello di comunicare. Ciò riguarda unicamente la necessità di guadagnarsi suffragi elettorali. In realtà il processo decisionale profondo, quello che conta perché muove uomini e denaro, resta celato accuratamente e può essere quasi sempre solo oggetto di interpretazione. Tocca al giornalista farlo venire allo scoperto. Talora, però, affiora spontaneamente grazie all’esplodere di conflitti personali che, per il prevalere di sentimenti di vendetta o d’ira incontenibile,  fanno saltare regole e convenzioni e tutto viene messo in piazza.
Uno squarcio inatteso, come un lampo in una cantina buia,  arriva ogni tanto dalle trascrizioni delle intercettazioni telefoniche, documenti di una stoffa morale e sociale talmente bassa che fa pensare alla sentina delle navi di legno, marcia e puzzolente.
 Su questo vi devo dare francamente il mio parere. Il decreto intercettazioni riproposto per l’ennesima volta in Parlamento è inaccettabile sotto molti punti di vista e in molte delle sue previsioni.  Ma non perché non sia necessario porsi il problema di una regolamentazione (dalla parte della fonte; da quella dell’informazione è ipotizzabile solo un’autoregolamentazione) della pubblicazione di conversazioni quando esse sono fuori contesto e soprattutto non abbiano niente a che fare con ipotesi di reato delle quali sussiste un interesse pubblico a diffondere la conoscenza. 
La vera questione oggi è infatti l'inaccettabilità oggettiva, etica e politica, del fatto che il capo del governo e quindi il suo esecutivo possano intervenire in questioni come queste. Come molti avevano previsto, la ferita aperta del conflitto di interesse è andata in suppurazione. Siamo in un impasse senza scampo: questioni chiave per la riforma del  Paese incrociano costantemente l’interesse personale di un unico individuo.
Non si può discutere di riforma di vari aspetti dell’ordinamento giudiziario, perché il primo ministro è imputato in diversi processi. Dunque qualunque provvedimento governativo non solo per definizione è viziato da questa circostanza, ma abbiamo assistito a diversi iter legislativi che mostravano chiaramente il “vizio” d’origine dell’interesse personale.  Così non si può ammettere una discussione su regole per le intercettazioni perché il primo ministro è protagonista di conversazioni registrate dalla polizia. Aggiungo che è difficile anche promuovere una vera liberalizzazione dei mercati, perché il capo del governo è il più potente monopolista di questo Paese e mostra di averne una cristallina mentalità.
Si potrebbe continuare ancora a lungo. Qualunque discussione oggi su questi temi che colpiscono profondamente la professione giornalistica non può dunque essere condotta né con saggezza né con equità, né dunque con attenzione ai valori essenziali della democrazia, fra i quali c’è la libertà di stampa, fino a che non viene meno un punto di contraddizione fatale qual è quello del conflitto di interesse di chi ci guida.

nella foto: opera grafica degli studenti del liceo Sciascia – Fermi di Sant'Agata di Militello (Me)

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