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Contemporanea Festival: processo ad Amleto, condannato Spettacoli

Prato – Fra le numerose variazioni sul tema Amleto (ne ricordo una: “Rosencrantz e Guildenstern sono morti” di Tom Stoppard) quella che è andata in scena ieri al Fabbricone di Prato per Contemporanea Festival 2014 è sicuramente la più originale perché supera l’intreccio ideato da Shakespeare per toccare le corde più sensibili della società di oggi. In realtà “Please, Continue (Hamlet)” di  Yan Duyvendank e Roger Bernat più che un’opera drammatica è il format di un “legal” che mette insieme professionisti della vita ordinaria e attori, un fatto di cronaca e uno di fiction, appunto il capolavoro del Bardo inglese.

L’impasto finale è la rappresentazione realistica, si direbbe quasi iperrealistica, del processo che vede imputato Amleto per aver assassinato Polonio che si era nascosto dietro una tenda per spiare il comportamento strano e irrazionale del giovane a colloquio con la madre Gertrude. I nomi  e la dinamica della vicenda sono quelli del dramma cinquecentesco, ma a questo si sovrappone una storia realmente avvenuta in Francia qualche anno fa, un delitto compiuto in un ambiente di povertà ed emarginazione, ma con analogie sorprendenti:  un matrimonio fra cognati, un giovane disturbato e depresso, una coltellata tirata a una tenda che celava la presenza del padre della fidanzata.

Contaminando  le due storie, gli autori hanno creato una sorta di “fascicolo” giudiziario, con i verbali della polizia, le testimonianze, il referto dell’autopsia, le foto della scena del delitto, la perizia psichiatrica ordinata dal giudice nei confronti dell’imputato. Questi fascicoli vengono dati a giudici e avvocati delle sedi giudiziarie nelle quali viene rappresentato il processo.  Non ci sono preventive prove di palcoscenico  né istruzioni di alcun genere: i professionisti interagiscono utilizzando le tecniche, le regole e le leggi del loro mestiere. Il  Fabbricone è stato trasformato in un’aula giudiziaria con tutte le caratteristiche (anche lo squallore) di un qualunque tribunale.

Gli attori sono bravissimi a rappresentare emozioni, sentimenti, anche ipocrisie e imbarazzi, i professionisti  si mettono in sintonia con la situazione di trovarsi protagonisti di uno spettacolo e  mostrano eccellenti doti drammatiche che nella realtà sono costretti a tenere un po’ più a bada.  A Prato i professionisti che si sono esibiti erano Jacqueline Magi e Franco Borselli (giudici), Mauro Cini (pubblico ministero), Manuele Ciappi (avvocato difensore) , Marina Zazo (perito psichiatra) e Alessandro Scuffi (cancelliere).

Tutti si sono impegnati al massimo, cercando di  stimolare simpatia (o antipatia) nei confronti  dell’imputato.  Ma anche il pubblico ha avuto un ruolo essenziale: fra gli spettatori sono stati scelti i sei giudici popolari della Corte d’Assise, il cui giudizio è stato decisivo per la sorte del povero Amleto:  condannato a 7 anni con tutte le pene accessorie e i risarcimenti all’ex fidanzata Ofelia, figlia di Polonio. Una condanna non del tutto inattesa visto che in 92 rappresentazioni realizzate dalla coppia di autori, l’imputato era stato condannato 48 volte, fino a un massimo di 12 anni di carcere.  Qualche giorno fa a Roma c’era stato l’ultimo verdetto negativo prima di quello pratese.

Personalmente lo avrei assolto, ma con ogni probabilità anche l’Amleto originale sarebbe stato condannato perché aveva semplicemente scambiato Polonio per l’odiato patrigno. In ogni caso lo spettacolo funziona, come del resto funziona quasi sempre un processo per un fatto di sangue.  Ed è anche educativo per il pubblico che viene a contatto con procedure e comportamenti , apparentemente astrusi, ma che hanno lo scopo fondamentale di trovare una verità, anche solo processuale, anche parziale o insoddisfacente. Ma è questo l’unico modo possibile di fare giustizia.

foto www.iltaccodibacco.it

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