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Conti, Toscana a Sinistra: “Difesa dei beni pubblici e lavoro, serve un cambio di passo” Breaking news, Politica

Firenze – E’ un volto nuovo della sinistra fiorentina, è una donna, è una precaria. Francesca Conti, 46 anni, lavora presso l’Istituto degli Innocenti a Firenze, ed è uno di quei volti in un certo senso emblematico della generazione di coloro che non avranno, verosimilmente mai, certezze nel proprio futuro. Al netto della pandemia che attanaglia l’economia non solo italiana ma mondiale, la generazione di Francesca Conti, come dice lei stessa, “è quella che nonostante i master, gli studi, le specializzazioni, non solo non gode di un lavoro “buono”, tutelato, ma è anche quella che si è abituata agli stipendi che non ti permettono di arrivare a fine mese con tranquillità, quella che nonostante la preparazione e le competenze, resta esclusa dal grande banchetto”. Il grande banchetto, ovvero l’economia del profitto pensato per pochi. Una fascia generazionale che in realtà abbraccia dai ragazzi che si affacciano ora sul mercato del lavoro fino almeno ai cinquantenni, che con questa crisi rischia di vedere crollare ancora chances, motivazioni, possibilità. Reddito. Un impegno politico che nasce da un grande passione sempre coltivata, Conti dirige anche il settimanale on line La Città Invisibile. Un filo ideale che la unisce ad Ornella De Zordo, fondatrice insieme al gruppo di Perunaltracittà della rivista stessa, combattiva protagonista da sinistra della vita politica cittadina per decenni. Francesca Conti si presenta candidata di Potere al Popolo e Perunaltracittà nella lista Toscana a Sinistra, che sostiene Tommaso Fattori presidente.

Qual’è il tema principale su cui ritieni irrinunciabile una forte battaglia a favore di tutti i toscani?

Premetto che i temi non sono mai slegati fra loro, in quanto si intrecciano con la vita quotidiana delle persone, che non è questo o quello, bensì questo e quello. Detto ciò, ritengo che un primo importantissimo nodo che deve essere sciolto per il bene di! tutta la comunità, regionale ma direi anche nazionale, è quello di fermare la privatizzazione del pubblico. A partire dagli spazi urbani, come ha voluto significare la nostra campagna che ha preso il via da Costa San Giorgio, contro il noto progetto di introdurre un resort (l’ennesimo!) nel cuore storico e pregiato di Firenze, a Villa Basilewsky, anche questa operazione in cui la città rischia di ritrovarsi al posto della villa storica un ennesimo contenitore multiuso con una quota, magari, dedicata all’accoglienza turistica. In altre parole, ciò che vorremmo introdurre nel dibattito politico è di nuovo il concetto di utilità pubblica, di vantaggio collettivo, dicendo basta alla politica asservita a chi ha i soldi e fa i propri esclusivi interessi. Ciò significa riscoprire il concetto di politica come risposta ai bisogni. Sembra semplice, ma in realtà significa sanità eccellente, pubblica. Istruzione eccellente, pubblica. Case popolari, sì, tante, ma belle, efficienti, mantenute in buono stato. Lavoro che non si svende a esternalizzazioni e cooperative poco controllabili, che non sia a singhiozzo, a chiamata, a quello che si vuole, ma buono, tutelato, capace di far immaginare un progetto di vita a lungo termine. La vera svolta è che la politica torni a pensare ai bisogni, quelli veri.

Ma per avere lavoro, anche e soprattutto lavoro buono, bisogna che le imprese siano sane. Cosa propone? 

La politica da decenni risonde ai bisogni popolari che si tratta “solo” di far ripartire le imprese. Eppure questo meccanismo, sostenuto da investimenti e risorse, da decenni è solo capace di far allargare la forbice sociale. Non si tratta di una sorta di “invidia sociale” contro i ricchi: bisogna solo prendere atto, di fronte ai numeri, che questi principi, alla base di decenni di politiche economiche, hanno fallito. Queste politiche che hanno lo scopo dichiarato di creare nuova occupazione, si basano su due capisaldi: soldi alle imprese e grandi opere. Per quanto riguarda il primo punto, il lavoro che si è creato è diventato quello dei contratti capestro, delle delocalizzazioni all’estero, della relativa distruzione dell’indotto che pure le grandi imprese creavano, fino ai recenti rilanci da parte di Confindustria sulla necessità della “libertà” di licenziare. Per quanto riguarda le cosiddette Grandi Opere, ci troviamo in un Paese che, fra appalti e subappalti, è riuscito a far camminare la rete della criminalità organizzata velocemente e su tutto il territorio nazionale. Cito Saviano quando dice che la diffusione e lo sviluppo delle cosche si può seguire guardando il percorso dell’Alta Velocità.

Quale sarebbe la proposta alternativa?

Il punto evidente è che serve una redistribuzione della ricchezza. Il che significa in soldoni anche partire con altre scelte di sistema di produzione. Guardando ai nostri territori, un impulso enorme all’economia toscana può provenire dall’adozione reale e concreta della cosiddetta “economia green” che per noi vede il punto di svolta nel ciclo dei rifiuti, che non per niente si è trasformato rapidamente in una sorta di bancomat per le organizzazioni mafiose. La vera strategia “rifiuti zero” crea molti più posti di lavoro che quella dell’incenerimento dei rifiuti. Differenziazione spinta, riciclo, non sono temi da ambientalisti sognatori ma vere  e proprie filiere economiche che riescono a offrire lavoro e soprattutto lavoro di qualità. Il tema del recupero è di per se’ un circuito economico virtuoso, che abbraccia molte cose: dal recupero delle case popolari, al recupero degli spazi pubblici, al recupero di ciò che viene buttato e non serve più, fino a pensare il patrimonio pubblico come un vero e proprio tema economico non a vantaggio del gruppo dei pochi, dell’elites, ma organizzato e coerente con la sua natura di bene comune, di opportunità diffuse. Dalla salvaguardia dell’ambiente , sia naturale che storico e architettonico, al lavoro duraturo si dispiega un filo che a volte sembra impalpabile ma che è inscindibile, come dimostra la grande questione del verde pubblico: non basta, per mettere rimedio a abbattimenti indiscriminati, ripiantare lo stesso o magari il doppio degli alberi, bisogna tenere conto della specie, della manutenzione, della cura. Tutti passi che non possono essre compiuti da ditte esternalizzate su cui il controllo è per forza di cose relativo, ma da persone esperte, competenti, con parametri di preparazione misurabili e affidabili. Per questo uno dei punti che mi vedrà battermi con forza è la creazione di un Ufficio del Verde, non solo a valenza comunale bensì regionale, perché ormai il problema non è più solo di Firenze, ma il grande tema della forestazione urbana, come è stato chiamato, è un tema complesso, che coinvolge immediatamente il concetto di manutenzione e cura e che copre ormai tutte le agglomerazioni urbane. Ogni comune con le sue specificità, ma lo sguardo non può che essere d’insieme.

Redistribuzione della ricchezza non vuol dire unicamente redistribuzione fra classi, ma anche fra generi e perché no, generazioni. Basti pensare al divario economico che ancora oggi sussiste fra uomo e donna in Italia e nel resto del mondo. Un punto su cui la Regione può fare molto, anche se si tratta ovviamente di tematiche per cui occorrerebbe iun intervento nazionale: ma il tema dei controlli sul lavoro, delle regolamentazioni territoriali, quello può e deve essere svolto dalla Regione. Senza toccare l’immenso lavoro che si può e che in parte è già stato svolto per quanto riguarda l’educazione alla parità dei generi, parità intesa anche per forme di opportunità economica e sociale. Infine vorrei ben spiegare cosa significa ridistruzione di ricchiezza per generazioni, lanciando un appello alla mia e a quelle immediatamente limitrofe, che proveniamo da famiglie di lavoratori che hanno creduto di migliorare con il loro lavoro la sorte dei figli e dei nipoti, che invece si sono ritrovati esclusi senza neppure al contempo possedere più le parole e i mezzi che i nostri nonni e genitori avevano. A questa generazione allargata lancio un appello: ricordiamoci di riconoscerci fra noi perché il precario è una figura con tratti comuni e riconoscibili, come una volta lo erano gli operai di fabbrica o i contadini. I precari sono gli stessi in qualsiasi posto si trovino. Cosa possiamo fare, come mi è stato chiesto, noi che facciamo politica? Ad esempio dare visibilità a lotte che in altro modo scomparirebbero, tenere le luci accese sui problemi delle nostre vite quotidiane, lottare per avere soluzioni vere, dentro e fuori dai palazzi dei partiti”.

 

 

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