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Contributi straordinari per l’affitto, Firenze si scopre bisognosa Breaking news, Cronaca

Firenze – Contributi straordinari all’affitto, i numeri, come anticipato proprio da Stamp su queste pagine, sono veramente alti. Se si parla di oltre mille domande inoltrate agli uffici comunali in quest’ultima settimana (il bando è partito il 20 aprile scorso), compreso il weekend (le domande si fanno online), dagli sportelli del Sunia (che ha riaperto in questi giorni gli sportelli al pubblico, con le ovvie precauzioni previste) giungono altri dati ugualmente impressionanti. Dal 20 aprile, parlando per difetto, giungono una settantina di richieste al giorno fra mail e telefonate riguardanti il contributo affitto straordinario. Le domande effettivamente inoltrate (sempre attraverso il Sunia) sono 150, a partire da mercoledì scorso. “Relativamente poche – spiega Laura Grandi, segretaria regionale del Sunia – ma bisogna tenere conto anche del percorso di contenimento”. Vale a dire, appuntamento, distanziamento, mascherine…. Facendo un rapido calcolo, integrando chi si è rivolto agli uffici comunali e chi al sindacato inquilini maggiore, arriviamo a oltre 2mila persone. Una platea sterminata, se si pensa che si tratta della prima settimana di bando, e che la platea usuale, per il contributo affitto ordinario, oscilla, a Firenze, fra le mille e le milleduecento persone. Quasi quanto, se non quanto, il numero di coloro che in sette giorni si sono approcciati all’ufficio casa del Comune.

Ma saranno gli stessi? No, affatto. Anzi. “A darci la certezza che si tratta di famiglie che per la prima volta si sono avvicinate al contributo affitto è un dato – dice Grandi – la maggior parte di loro non hanno ne’ l’Isee, ne’ lo Spid, ne’ altri documenti richiesti per accedere al bando. Ciò significa, visti  numeri, che la maggioranza assoluta è gente che non aveva mai avuto bisogno o spesso non aveva mai neppure contemplato l’eventualità di chiedere il sostegno per l’affitto”.

Anche perché i casi parlano da soli. Come la famiglia che telefona chiedendo se ha i requisiti, e che a causa del coronavirus e delle misure di contenimento ha visto diminuire in modo spaventoso il reddito della moglie, dipendente, e la chiusura dell’esercizio del marito, impegnato nella ristorazione. Oppure chi ha chiuso entrambe le attività (estetista e titolare di un bar), o chi, unico portatore di reddito, si ritrova con una cassa integrazione che copre solo il canone d’affitto o la rata di mutuo. E si trova nella triste e imponderabile situazione di chi deve scegliere fra mangiare o pagare. Una questione a cui si sono ritrovati in tanti, in questi anni di stipendi sempre più bassi e lavori sempre più precari, ma che rimanevano comunque un settore, seppure in espansione, del lavoro. Con la pandemia, le barriere, ormai logore a dire il vero, sono saltate. “Passare da due stipendi a zero – dice Grandi – anche se rappresenta il caso limite, non è più così inusuale. Questo significa anche che c’è un problema più ampio, che la pandemia ha solo contribuito a mettere allo scoperto”.

Anche perché il panorama non è ancora completo. “Fra le richieste di accesso – continua Grandi – almeno il 30% delle persone non avevano la possibilità di accedere dall’inizio, direi strutturalmente. Perché? Sono quelli che non possono dimostrare che con l’avvento del morbo la loro situazione economica è precipitata”.

Ed eccoli, l’esercito degli invisibili su cui tante volte ci siamo soffermati: tutti coloro che sono costretti al lavoro nero, ad esempio, la schiera infinita dei “lavoretti”, quelli con due paghe, una in busta  e una fuori busta, dei contratti di lavoro fasulli, delle ore di lavoro false, magari  5 alla settimana  sul contratto e 70 effettive. Tutti lavori perlopiù agganciati al turismo, a Firenze città dell’overtourism, ma in altri comuni ad esempio al lavoro agricolo, o edile o anche e persino, al manifatturiero.  Tutta quella schiera che campava in qualche modo, magari anche bene o meglio di altri con contratti in regola o più vantaggiosi, ma che ora sono gli esclusi: dai buoni soesa, a suo tempo, dal contributo straordinario all’affitto, ora. Due casi, due storie qualsiasi, entrambe a loro modo emblematiche: una riguarda due coniugi, anziani, che pagano un affitto alla fiorentina, vale a dire per 40 metri quadri qualcosa come oltre 480 euro. Entrambi con pensione minima, aiutati dai figli, che ad ora si trovano a terra causa coronavirus. “A terra” significa che nessuno dei due figli può più provvedere a contribuire all’affitto dei due anziani genitori. Che fare? Un tentativo di ricontrattazione con i nuovi proprietari, almeno fino a quando il lavoro riprenda, va a vuoto. D’altro canto, i due anziani non possono neppure accedere al contributo straordinario: non possono infatti dimostrare la contrazione di reddito. Dunque? Unica soluzione, è chiedere il contributo ordinario, che con ogni probabilità verrà loro assegnato. Ma bisogna ancora aspettare.

Altro caso, denunciato da alcuni residenti del quartiere 1, quello di una signora brasiliana in Italia da anni con la famiglia. La signora, impegnata in pulizie per lo più domestiche, ha perso il lavoro con la chiusura da covid, come il marito, che ha un lavoro da dipendente presso una ditta, è stato messo in cassa integrazione. La famiglia paga 900 euro d’affitto, ma con una modalità particolare: essendo stranieri, il padrone di casa ha affittato loro con contratto turistico, che deve essere rinnovato ogni mese. Di fatto, indimostrabile per l’accesso al contributo.

Del resto, un altro dato può essere interessante, per capire la composizione socio-economica pregressa della città: nel bollettino di statistica del Comune di Firenze (novembre 2019), si sottolinea come il 20% più facoltoso dei dichiaranti percepisca  il 50% del totale dei redditi dichiarati: si tratta di 50mila persone.

Ultimo elemento per completare il quadro, la consistenza delle risorse messe a disposizione dal Comune. Un problema su cui sono già intervenuti, sempre su queste pagine, i Cobas Firenze e il Movimento di Lotta per la casa nella rete Antisfratto fiorentina, nonché varie associazioni sempre comprese nella Rete, come il comitato anticapitalista e lo sportello casa di Campi. Si tratta infatti di una somma pari poco più di un milione (https://www.stamptoscana.it/valanga-di-richieste-per-i-contributi-affitto-straordinari-centralino-sunia-in-tilt/) che derivano, dicono dalla Rete, “dal vecchio fondo per la morosità incolpevole. ripartito tra i Comuni, destinandolo al contributo in affitto, per fronteggiare la “normale” emergenza abitativa . Nella ripartizione di questo fondo tra i Comuni della Toscana il Comune di Firenze è stato fortemente penalizzato perché non è riuscito a spendere almeno il 25% dei fondi erogati negli anni precedenti e si è visto così azzerare la sua quota per il 2020 creando una forte sperequazione rispetto ai reali bisogni del territorio fiorentino rispetto agli altri Comuni”.
L’insufficienza segnalata di queste risorse è facilmente dimostrabile, secondo la Rete Antisfratto:  “Tenendo conto che per i valori degli affitti di Firenze ogni inquilino potrebbe ricevere al massimo 900 euro di contributo, con un milione di euro si possono soddisfare solo 1020 domande, ma ad oggi ne sono già arrivate negli uffici più del doppio. Ma nemmeno il gran numero di domande arrivate dà l’esatta dimensione del bisogno: i requisiti per partecipare penalizzano infatti una gran parte di quei nuclei che, pur non potendo pagare l’affitto, non potranno fare domanda perché non possiedono i requisiti previsti”.

Working poors a parte, invisibili pure, il dato più impressionante per capire il fenomeno dello tsunami agganciato al coronavirus, è la provenienza sociale delle famiglie che si affacciano per la prima volta sull’orlo dei contributi pubblici. Di fatto, si tratta nell’assoluta maggioranza di quel ceto medio di cui parlava nel suo intervento sul bilancio comunale, l’assessore comunale Federico Gianassi (https://www.stamptoscana.it/bilancio-del-comune-gianassi-serve-intervento-nazionale-rischio-nuovi-poveri/), parlando del rischio di vedere spazzato via tutto un settore vitale che si basava sul reddito da lavoro per campare. A questo settore si aggancia, come rileva Grazia Galli, di Progetto Firenze, anche tutto quel sistema costituito da famiglie monoreddito che “compensavano”  stipendi bassi o pensioni all’osso con l’affitto di piccole abitazioni di famiglia.

“Alla fine – conclude Grandi – si tratta di tutti coloro che finora confidavano nel lavoro per svolgere un’esistenza dignitosa. Ora, con la scomparsa della dignità del lavoro e del nuovo sistema delle pensioni, che si sono ridimensionate sfornando una nuova categoria di nuovi poveri, è tutto un sistema che sta rischiando di andare a fondo”.

“Vecchia, piccola borghesia –  cantava negli anni ’70 Claudio Lolli –  il vento un giorno ti porterà via”. Anche se non è esattamente il vento cui pensavano le generazioni degli anni ’70 e anche se, quel vento, prima ha già spazzato via molte altre vite. E molte altre cose.

Foto: Laura Villoresi

 

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