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Contro il Chievo si è visto il gioco nuovo di Sousa Sport

Firenze – La cosa che mi è piaciuta di più, ieri, è la comparsata in televisione di Della Valle senior: quello che si assume le responsabilità, che sceglie, che paga, che vuole anche rispondere di eventuali errori. Ieri sembrava particolarmente autocompiaciuto e incline all’ottimismo. Bravi i dirigenti, bravissimo l’allenatore e bravo anche lui. A gennaio un paio di ritocchi per andare avanti nel “progetto”; progetto che è nelle mani del tecnico ad hoc che era nel mirino della società da anni. Niente di sconvolgente, in quelle dichiarazioni; solo una presenza rassicurante, un modo di dire “state tranquilli che qui si lavora bene e dovete aver fede”. E giù applausi, sorrisi e attestazioni di riconoscenza. Per parte mia, continuo a non capire bene qual è il progetto e perché si giudichi perfetto tutto quello che si fa per realizzarlo.

La classifica, è vero, ci gratifica e continua a farci sognare (anche se DV fa bene a precisare che qui si sogna l’Europa, non di più). Ma il gioco? Quello resta ancora problematico, sotto tanti punti di vista, e vi spiego perché. Mettiamo pure che si sia d’accordo con DV che ci voleva un tecnico giovane, ambizioso, “innovatore” (secondo il lessico di Sacchi) per iniziare un nuovo ciclo. Sousa somiglia all’identikit e sta facendo quello che gli è stato chiesto: uno schema nuovo (quella formula del 3-4-2-1 è addirittura unica in Europa); una diversa (e a volte, diciamolo, imperscrutabile) concezione del turn over e dell’utilizzazione dei giocatori nel succedersi serrato degli eventi; diverse gerarchie istituite nella rosa rispetto al passato.

Contro il Chievo, forse per la prima volta abbiamo visto chiaramente in che consiste questo gioco nuovo. La squadra è più allungata: ci sono più spazi garantiti dal posizionamento dei centrocampisti (due mediani con davanti due mezzali-trequartisti) e garantito dagli esterni che stanno molto alti e tengono la posizione (ieri sentivamo i richiami di Sousa a Bernardeschi perché tornasse sulla fascia), mentre la difesa è più bassa degli altri anni e sempre allineata e compatta. La palla corre, spesso di prima, e i giocatori dovrebbero trovarsi a memoria proprio per la loro disposizione in campo molto schematica. Le uniche licenze “creative” sembrano essere concesse a Borja Valero: il vero regista della squadra, l’uomo a tutto campo al quale è demandato di “sentire” dove c’è bisogno del suo apporto. Quello della Fiorentina è un gioco che accetta la sfida dell’attacco e del contrattacco: pressing alto, verticalizzazioni, ma anche prontezza a ripiegare nelle ripartenze avversarie, che trovano comunque la nostra difesa e almeno due centrocampisti sempre piazzati.

Il pregio è quello di innescare azioni veloci e, quando riuscite, esteticamente pregevoli, e di movimentare sempre e comunque il gioco, tranne qualche fase di palleggio insistito a ritmi più bassi quando il risultato è favorevole e il fiato si accorcia. Il difetto, per ora, è che questo gioco offensivo produce paradossalmente meno occasioni di quando la Fiorentina giocava sul possesso palla e con meno spazi davanti, concede molto (troppo) alle ripartenze avversarie e, nonostante la sua vocazione offensivista, continua a giovarsi di gollonzi, rigori, calci piazzati, mostrando poco altro. Si capisce che ci vuole tempo per abituare la squadra a un tipo di gioco assai diverso da quello che ha fatto fino all’estate scorsa. Si capisce anche perché uno dei giocatori che stenta di più a entrare nel meccanismo è Mati (che pure ieri mi è piaciuto), per la sua tendenza a tenere più degli altri la palla sui piedi; e si capisce perché un Suarez, da sempre abituato al centrocampo a tre, abbia ancora molto da apprendere. I centrocampisti in genere, poi, hanno da correre (e rincorrere) più degli anni scorsi, e si trovano spesso (Borja con sofferenza) a giocare spalle alla porta, quando arriva il lancio nella trequarti.

Questo dunque è il gioco nuovo. La domanda però che viene spontanea è: era proprio necessario cambiare così? Era proprio indispensabile forzare quei giocatori, che avevano mostrato soprattutto a centrocampo attitudini sicure a un certo gioco, a movimenti e ritmi per molti di loro innaturali? Mi resta più di un dubbio, e una considerazione, anche a memoria futura, appare legittima a chi sa bene che cos’è il calcio italiano: forse sarebbe utile far ancora tesoro del fatto che la squadra sa giocare anche in altre maniere (un 4-3-3, un 4-3-2-1, un 3-5-2) con estrema scioltezza e con meno dispendio di energie, perché in Italia ho seri dubbi che si possa giocare contro la Juve come si gioca contro il Carpi, e ho ancora più dubbi sulla tenuta psicofisica generale della squadra alla distanza, nell’annata e in partita.

A volte non sarebbe male ricordarsi che “imporre il proprio gioco” passa anche dal neutralizzare le prerogative degli avversari, o dal trarre profitto dalle loro debolezze. Diffido di chi fa giocare sempre gli stessi uomini e sempre nello stesso modo. Perché poi un giorno ci sarà pure qualcuno stanco (la cosa si è già verificata) e ci sarà pure qualche malaugurata assenza obbligata. E in quel caso sarebbe bene avere pronte alternative, di uomini e di schemi, com’era con Montella.

DV, ha detto, andrà senz’altro incontro al suo stimato tecnico con un paio di rinforzi a gennaio. Io, fossi in Sousa, ricambierei da uomo davvero aziendale e gli dimostrerei di saper valorizzare anche i giocatori che in rosa ci sono già, a vantaggio dei quali cambierei all’occorrenza qualcosa anche nel gioco. La storia in Italia ci dice che la forza di un grande tecnico non è mai stata nella fede cieca in un credo, ma nella laica disponibilità a rispettare gli altri (giocatori, società e avversari) e a trarre il meglio da quello che si ha, anche se quel meglio non è tutto del nostro sacco. È quello che i tecnici italiani da sempre insegnano nel mondo (guardate cosa fa oggi Ranieri in Premier League col Leicester!), ed è il contrario di quello che i tecnici stranieri si ostinano a cercare di insegnare al nostro calcio.

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