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Corsi e ricorsi: Firenze è tornata nel gioco delle capitali Opinion leader

Firenze – Fra i corsi e i ricorsi della storia si colgono talvolta coincidenze che offrono  l’occasione per spunti di riflessione più o meno seri.  A 150 anni  da quando circostanze straordinarie  ne avevano fatto la capitale del nuovo Regno d’Italia, Firenze è oggi al centro della vita politica, sociale e culturale della Repubblica italiana. Non ha ovviamente nulla a che fare con la capitale, ma è indubbio che nel dualismo irrisolto Roma – Milano che ci ha spossato per almeno 30 anni, il capoluogo toscano è diventato una sorta di centro motore che produce effetti concreti: modifica, trasforma o mette comunque in discussione aspetti rilevanti della vita quotidiana degli italiani.

L’ultimo episodio è  l’inchiesta della procura fiorentina sulle tangenti nelle Grandi opere che ha portato alle dimissioni del ministro per le Infrastrutture Maurizio Lupi  e che di nuovo, dopo tangentopoli e il caso Balducci, ha messo in luce la facilità con la quale si formano e durano a lungo “sistemi” corruttivi di favori e mazzette. Se ne conosce la causa – un gruppo di potere politico-burocratico si impadronisce dei posti dai quali si muovono contributi e finanziamenti  – ma, finora, non si è mai riusciti a rompere  il cerchio diabolico della corruzione. Speriamo che questa ennesima tangentopoli favorisca la resa di coloro che bloccano le necessarie azioni di pulizia, come succede per  la legge anticorruzione ferma in Senato.

Ci sono, tuttavia, anche eventi  di segno positivo, che vedono al centro la Città del Giglio. Novità interessante per una società italiana rimasta immobile per tanti anni è stato l’annuncio, per esempio, che sarà l’Istituto Farmaceutico Militare di Firenze a coltivare la marijuana di stato per scopi terapeutici. Finora solo gli addetti ai lavori e le forze armate sapevano di avere a disposizione un’eccellenza farmaceutica come quella di Rifredi, ma ora tutta l’Italia sa che esiste una struttura di ricerca pubblica di eccellenza e di alta sicurezza che interviene quando il mercato non fornisce le terapie per malattie rare o, come in questo caso, quando si decide di produrre sostanze che devono essere tenute sotto controllo per la potenziale pericolosità sociale.

Certo, si tratta di coincidenze territoriali,  ma provate per un momento a inserirle in un contesto che mostra un giovane fiorentino governare l’Italia in una delle fasi più delicate della sua storia. Tutto apparirà sotto un’altra luce.

Non è la prima volta che un concittadino di Dante raggiunge le più alte cariche dello Stato. Di colui che volle contendere a Starace la qualifica di più fascista di tutti, Alessandro Pavolini, è meglio non parlare pensando alla tragica involuzione politica, culturale e morale di un uomo che aveva indiscusse doti intellettuali. Bettino Ricasoli doveva affrontare problemi enormi perché doveva cucire il patchwork dell’Italia unita.

Ugualmente aveva altri pensieri per la testa  Adone Zoli, eminente giurista antifascista nato in Romagna, che tenne il governo fra il maggio del 1957 e il giugno del 1958, cioè in un momento di delicata transizione politica del Paese sfociata, qualche mese dopo  e non senza traumi, nel primo governo di centro-sinistra. Giovanni Spadolini fu il primo presidente del Consiglio non democristiano, fra il giugno 1981 e il dicembre 1982, ma la sua fortunata carriera di talento della storia, del giornalismo e della politica si era svolta prevalentemente a Milano e a Roma. La città natia, che a volte definiva “la Firenzina”, condannandone il provincialismo culturale, era per lui soprattutto la bellissima casa-studio di Pian de’ Giullari, sede oggi della Fondazione Spadolini-Nuova Antologia presieduta da Cosimo Ceccuti.

Matteo Renzi rappresenta una storia del tutto diversa. Da solo si è conquistato lo studio di Palazzo Chigi, contro tutte le resistenze esterne e interne al suo partito e partendo da Palazzo Vecchio da dove ha amministrato, in modo pragmatico ed efficace, una città che non è mai voluta diventare metropoli nonostante gli imperativi della modernità e della globalizzazione.

Così, il suo personale quadro di riferimento di potere e di azione continua a fondarsi su due pilastri: la capitale, Roma, da cui lavora per affrontare i problemi dell’Italia e la sua città di origine, Firenze, dalla quale trae idee, creatività, sostegno, come banco di prova e nello stesso tempo “pilotina” del suo progetto politico.

Perché Firenze non dovrebbe approfittare di questa felice configurazione astrale della quale si vedono benefici effetti per quanto riguarda opere pubbliche, rapporti economici e immagine internazionale? Non c’è dubbio che la presenza di Renzi  alla direzione del Governo sta funzionando da innesco per la liberazione di tante forze intellettuali che sono rimaste nascoste o comunque marginali per la città, anche se di grande impatto al livello nazionale e internazionale.

Che, poi, Firenze possa dire le parole che contano dopo una stagione di obiettiva decadenza sociale, economica e culturale del Paese è un’occasione per riaprire i forzieri della sua tradizione culturale dove risiedono molte delle risposte alle domande cruciali dell’uomo contemporaneo.

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