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Cos’è la bellezza: più valori etici e meno venalità Cultura

Sta per traslocare il suo ufficio nelle nuove stanze di fronte, sul lato destro della grande U della fabbrica vasariana, se si guarda l’Arno, il direttore Antonio Natali, e ha voglia di ragionare – usa proprio questo bel verbo – sull’argomento vasto e complesso su cui sono andata a intervistarlo. Tutta questa bellezza di pregevole arte che possediamo (invero, sono lo Stato e la Chiesa a esserne proprietari, in maggioranza), e che dobbiamo preservare, potrà, se ben amministrata e fatta capire e amare, tirarci fuori dalle difficoltà – anche psicologiche – in cui annaspiamo? “La riposta è no, se le cose andranno avanti come ora, e ripeto quel che ho detto all’incontro col cardinale Ravasi e Ovadia nel Cortile dei Gentili (il nome di questa nuova iniziativa, ricordiamolo, deriva dall'antico Tempio di Gerusalemme  al quale tutti potevano accedere, indipendentemente dalla cultura, dalla lingua o dall’orientamento religioso). L’incontro in Palazzo Vecchio era dedicato al tema: Umanesimo e bellezza, ieri e oggi. Ho allora citato, da credente,  le lettere agli artisti o comunque sull’arte, di alcuni pontefici, incluso l’attuale, in cui si sottoliena la funzione che ha l’arte di redimere. Mentre la bellezza del creato s’apprezza d’istinto, penso io, quella creata dall’uomo la si apprezza soltanto se si è educati a farlo già dalla scuola. Dopo di che ho portato l’esempio delle chiese, massimo luogo di elevazione, e dei loro altari: cosa ci troviamo, spesso? Oggetti brutti, quindi meglio sarebbe nulla". Questa immagine di nuda semplicità conduce al minimalismo di certe installazioni contemporanee. “Infatti, come storico e critico ho riletto e visto con occhi nuovi il passo in cui le donne trovano la tomba vuota di Gesù, uno spazio perfetto proprio così. Parlando della società, anche lì si vede come cultura e censo quasi mai vadano insieme. I musei stranieri ci chiedono sempre opere famosissime, io invece preferisco si restituisca valore culturale e formativo alle cose che lo hanno perso, e che bisogna far conoscere e quindi desiderare”. La tua politica di relazioni col territorio, “la città degli Uffizi”, con le piccole mostre in provincia, incentrate su opere di maestri, anche minori, che tornano dove furono concepite,  raggiunge lo scopo formativo e decongestiona i soliti musei supervisitati? “E’ un progetto per far conoscere questo museo diffuso, e anche per ricucire il rapporto con gli altri ceti, non solo i privilegiati. Da noi manca la vera mediazione culturale, che se attuata, aiuterebbe anche a far integrare meglio gli immigrati. Questa luce che emana dagli Uffizi però chi la vede? Nessuno in questa città mi contatta in proposito o mi interpella, temo per pigrizia mentale”. Natali se la prende, non a torto, con la tendenza di molti giornalisti di osannare soltanto i capolavori e di gonfiare i cosiddetti eventi, e con i fiorentini con la puzza sotto il naso e con quegli albergatori che non hanno spirito d’accoglienza, e quindi non collaborano. Come è contrario ai prestiti importanti, non solo per i rischi che corrono le opere d’arte, “ma perchè i visitatori devono trovare nelle sale degli Uffizi o degli altri musei, quello per cui sono venuti”. La bellezza quindi, non illuminerà questa crisi buia? “I piccoli comuni si muovono, prendiamoli ad esempio, tutti si mobilitano e i risultati si vedono. Ma la gente deve convenire che volgarità e ambiguità vanno eliminati, e ripartire generosamente con proposte culturali diverse. La bellezza è un’attitudine della mente, sottende un'ideologia e una diversa visione del mondo”.

 

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