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Covid-19, controlli Croce Rossa in struttura, accesso ai triage per i senza residenza Breaking news, Cronaca

Firenze – Senza fissa dimora, a Firenze sono circa 500, almeno stando a quelli che trovano assistenza nelle strutture comunali. “Al sopraggiungere della pandemia – dice l’assessore Andrea Vannucci – abbiamo riorganizzato il servizio”. Primo punto, fondamentale l’estensione di orario di apertura delle strutture dell’accoglienza invernale, che consente agli utenti di restare all’interno.  rafforzano il servizio, estendendo l’orario in cui gli ospiti possono rimanere all’interno. “La decisione – ricorda l’assessore al Welfare – è stata presa insieme ai gestori”, allo scopo di permettere che i senza fissa dimora possano osservare le norme di comportamento dettate dal decreto del presidente del Consiglio dei ministri.

Secondo passo, la riorganizzazione del servizio pasti, che, in particolare per quanto riguarda la Caritas, prevede ormai la distribuzione di monoporzioni, di fatto rendendolo così al sacco. Anche le cooperative sono munite di monoporzioni.

Terzo passo, il rinforzo delle strutture organizzative stesse e anche la distribuzione dei Dpi, ovvero i dispositivi sanitari individuali per tutela dell’operatore e dell’utente, che, in particolare per le cooperative, erano valse nei giorni scorsi la dichiarazione di uno sciopero degli operatori di pendenti dalle cooperative. Proprio ad oggi, risale la distribuzione di nuove mascherine e dispositivi per quanto riguarda gli operatori comunali.

Per quanto riguarda i numeri, all’Albergo Popolare ci sono oltre 200 persone, mentre fra la Foresteria Pertini e la struttura dell’Orologio si parla di altre circa 140. I pasti distribuiti agli ospiti delle strutture dalla Fondazione solidarietà Caritas e cooperativa Di Vittorio si aggirano sui 360 giornalieri. Qualche ospite dell’Albergo Popolare, che non aveva ben comreso la gravità della situazione, in questi giorni era uscito a passeggio in piazza Tasso, creando qualche inquietudine fra i residenti, ma è stato con buona grazia convinto dalla polizia municipale a rientrare.

Un altro punto, conclude l’assessore Vannucci, riguarda le persone che rimangono comunque nelle strade: viene garantita l’uscita delle unità specifiche, “che hanno il compito di monitorare e supportare le persone in strada”. Insomma, “cerchiamo di fare tutto il possibile affinché coloro che non hanno una casa possano rimanere comunque in un domicilio, per sicurezza loro e di chi gli sta intorno”.

Del resto, il coronavirus ha complicato anche situazioni che già di per se’ sono molto complesse. Ad esempio, ci sono insediamenti, magari in aree abbandonate, in cui risiedono persone che fra le scarse fonti di sostentamento contemplavano anche l’elemosina. E che ora, per ovvi motivi, non sbarcano più il lunario. Come racconta un volontario della Ronda della Carità che svolge servizi anche autonomamente, “posso assicurare che almeno a Firenze, per motivi fra i più svariati, fra cui anche il rifiuto di entrare nelle strutture, c’è ancora un certo numero di persone in strada”, assititi da volontariato, Comune, Protezione Civile. Ma il problema più grosso, dice ancora il nostro volontario, sono proprio i gruppi, magari che hanno trovato ricovero in strutture abbandonate, che non possono “stare fra le mura senza cibo”. Anche perché, conclude, “il pranzo alla Caritas è uno solo al giorno. E spesso la razione non basta”.

Qualche problema, in realtà, sussiste anche con “l’obbligo”,  previsto dalla legge, di restare dentro alla struttura per quanto riguarda gli ospiti senza fissa dimora. Infatti, il vero problema è se sussistono le condizioni per assicurare la tutela degli ospiti rispetto all’infezione. Nelle strutture infatti, se ci sarebbero senz’altro gli spazi per rispettare almeno il metro di distanza stabilito dalle norme, tuttavia è inevitabile l’uso di spazi comuni, come ad esempio i bagni, o le stesse stanze da letto. E a parte l’insufficienza del materiale di protezione, non è possibile di certo stare con la mascherina 24 ore su 24…. Insomma, il problema è, come dicono da Medicina Democratica: “Se nessuno è controllato, la promiscuità oggettiva che potrebbe derivarne è senz’altro pericolosa. Per gli utenti, più di stare all’aperto”. Anche se per i cittadini a residenza fissa e dichiarata, senz’altro no. Il problema che si pone allora è etico, oltreché sanitario? Affatto, risponde l’assessore al welfare Andrea Vannucci, che raggiunto a telefono risponde: “La Croce Rossa sta approntando un servizio di monitoraggio degli ospiti, in maniera del tutto volontaria. Si cerca di affrontare le questioni nel modo più consono e rapido possibile”.

Così, si va dritti dritti verso un altro nodo critico, reso ancora più evidente dalla pandemia: che ne è di tutte quelle persone che, per i più svariati motivi, si sono fatte sorprendere dal coronavirus senza residenza, come, per semplificare, persone che si trovano in occupazioni, richiedenti asilo, ma anche chi è in attesa di risposta per l’ottenimento della residenza virtuale? “Un vero problema – spiega il consigliere di Spc Dmitrij Palagi, che sul tema ha presentato un’interrogazione – dal momento che anche lo strumento del domicilio sanitario è previsto solo per chi ha la residenza, sebbene in altro Comune rispetto a quello in cui si trova”. Dunque, in soldoni, il problema è: queste persone hanno un’ eventuale percorso d’emergenza? Oppure? … Il vero nodo riguarda domande quotidiane: chi ha bisogno della ricetta, da chi se la farà fare? Dal Pronto soccorso? E il costo del farmaco? Infatti, com’è noto, chi non ha residenza non gode neppure dell’esenzione. Ma soprattutto, come faranno ad accedere alle cure, questi invisibili? E che tutela viene approntata, per loro e anche, di conseguenza, per chi la residenza ce l’ha?

Intanto, dalla Regione arriva una prima risposta generica: anche coloro che non hanno la residenza devono presentarsi nei triage davanti agli ospedali e l’assistenza gli verrà fornita. Come, dal momento che senza residenza sono in pratica invisibili, è da stabilire: probabilmente è un’assistenza “di fatto”, anche se resta da capire con quali modalità. Del resto, come ribadito dall’assessore alla Sanità Saccardi, sono le amministrazioni comunali che si occupano di queste tematiche dal profilo sanitario. Stessa risposta anche dalla Prefettura, che tuttavia, come la Regione, colgono solo il profilo sanitario, mentre il problema delle residenze tolte, cancellate o riattivate è strictu senso un problema più ampio, che riguarda anche e forse soprattutto il governo centrale. Il fatto che sussistano poi ampi margini di discrezionalità interpretativa da parte delle amministrazioni comunali, contribuisce con ogni evidenza a costruire la “trappola” di cui ci stiamo occupando.

“Il vero punto – conclude Giuseppe Cazzato, Cobas comunali – è ottemperare alle disposizioni di legge in modo aderente al dettato legislativo. Infatti, il problema sollevato dalla pandemia è conseguenza naturale del lasciare le persone senza residenza, quando il dettato legislativo non permette che ciò accada, come spiegato varie volte anche su queste pagine. In definitiva, per risolvere il problema, il sistema c’è ed è quello indicato anche ultimamente dal Ministero del Lavoro, vale a dire prendere atto che esiste un diritto soggettivo alla residenza, per cui vale, ai fini dell’iscrizione all’ufficio anagrafe, la dichiarazione del cittadino. Al netto, naturalmente, dei controlli sulla veridicità delle dichiarazioni, controlli che sono in capo all’amministrazione stessa. Un sistema semplice, stabilito dalla legge, che, se non ottemperato, non solo conduce alla cancellazione di centinaia di cittadini, ma in periodi di emergenza dà luogo ai pasticci odierni. In soldoni, a Firenze ci sono centinaia di persone da decenni sul territorio comunale, che non riescono ad avere la residenza. Una situazione già grave, ma che di questi tempi diventa ancora più grave, dal momento che persone con problemi di salute slegati dal coronavirus (diabetici, cardiopatici ecc), devono uscire di casa, magari andare a un triage, dove corrono il rischio di essere mandati via o al limite di avere ricette “in bianco” e quindi costretti a pagare le medicine. Tutti dicono che siamo sulla stessa barca – conclude il sindacalista –  ma non è vero. Siamo tutti nello stesso mare in tempesta ma c’è chi è sulla zattera e chi si trova su uno yacht di lusso. Chi può andarsene in Provenza in casa della figlia o chi può stare nella stanza del figlio, e chi è costretto a stare in coabitazione con decine di persone senza neanche i diritti elementari previsti dalla Costituzione, come quello della residenza”.

Ricapitolando: posto che chi è privo di residenza (perché in attesa di risposta circa la sua richiesta di residenza, o perché è è stato cancellato per varie ragioni fra cui l’irreperibilità e via di seguito) non esiste per il servizio sanitario nazionale, tuttavia sembra di capire che, in caso di necessità, di questi tempi pandemici può recarsi ai triage esterni agli ospedali. E da lì, sembra sempre di capire, preso in carico. Almeno per quanto riguarda il coronavirus. E per il resto?

Foto: Luca Grillandini

 

 

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