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Credito, dalla Bce 94 miliardi alle banche, ma il rubinetto per le imprese rimane chiuso Economia, Opinion leader

Firenze – Novantaquattro miliardi dalla Bce alle banche italiane, ma le imprese registrano una contrazione degli impieghi, vale a dire nell’accesso al credito, di circa 13 miliardi di euro. A mostrare i dati ci pensa la Cgia di Mestre, che, riferendosi all’operazione TLTRO (Targeted Longer-Term Refinancing Operations) rivela che “dal settembre dell’anno scorso al marzo di quest’anno la Bce ha erogato ben 94 miliardi di euro agli istituti di credito italiani, a loro volta obbligati a “riversare” questi soldi all’economia reale entro la fine del 2016″.

Tuttavia, sempre secondo gli studi della Cgia, “gli effetti, a tutt’oggi, sono piuttosto modesti: se le famiglie hanno visto aumentare gli impieghi di 3,4 miliardi, le imprese, invece, hanno registrato una contrazione degli impieghi di 13,2 miliardi di euro. Se si fa una valutazione complessiva, gli italiani hanno visto scendere di altri 9,8 miliardi l’ammontare dei prestiti erogati dalle banche”.

 Insomma,  come sintetizza il segretario della Cgia Bortolussi, nonostante la Bce continui a mettere in campo iniezioni di liquidità,  “i soldi arrivano alle famiglie con il contagocce, mentre il rubinetto del credito alle imprese continua a rimanere chiuso”.

Spieghiamo il meccanismo di queste operazioni seguendo quanto ricostruito dall’Ufficio Studi della Cgia di Mestre. Le TLTRO non sono altro che operazioni di rifinanziamento, a più lungo termine. Lo scopo con cui la Bce le ha messe in campo è quello di arrivare a contenere il credit crunch. Queste operazioni sono state avviate affinché, attraverso di esse, le banche nazionali possano chiedere finanziamenti alla Bce. Finanziamenti che dovranno poi essere orientati verso imprese e famiglie, vale a dire verso l’economia reale. Cosa è successo in Italia? Lo spiega la Cgia: “Nelle prime tre aste TLTRO (settembre 2014, dicembre 2014 e marzo 2015) le principali banche italiane hanno ottenuto circa 94 miliardi di euro. Non è stata presa in considerazione l’ultima operazione di fine giugno del 2015 (quarta asta TLTRO), per la quale le principali banche italiane avrebbero richiesto circa 14,3 miliardi di euro, alla luce del fatto che gli ultimi dati disponibili sui prestiti fanno riferimento ad un periodo precedente (fine aprile 2015)”. Di questi soldi, tuttavia, come annotato più sopra, le imprese non hanno goduto affatto, e poco le famiglie.

Per le imprese italiane tuttavia le speranze non sono finite. Un nuovo strumento infatti è atteso come capace di rimettere qualcosa a posto, vale a dire il Quantitative Easing, conosciuto come Qe. Il senso dell’operazione e le aspettative delle imprese le spiega Giuseppe Bortolussi, di cui si riporta l’intero intervento: “Con il Qe dal marzo di quest’anno la Bce si è impegnata ad acquistare titoli pubblici e privati per un ammontare di 60 miliardi di euro al mese. Complessivamente, la Banca centrale dovrebbe erogare fino al settembre del 2016 più di 1.000 miliardi di euro. Di questi 1.000 miliardi, sostengono alcune importanti società finanziare europee, 150 miliardi di euro circa dovrebbero interessare l’Italia. L’obiettivo è ridare liquidità al nostro sistema economico che negli ultimi tre anni ha subito una contrazione nell’erogazione del credito del 9,2 per cento che, in valore assoluto, corrisponde a una riduzione dei prestiti pari a quasi 91 miliardi di euro. Si pensi che nell’ultimo anno lo stock degli impieghi è diminuito di ben 24 miliardi di euro”.

Tirando le fila, la domanda (obbligata) che si pone è: perché mai le banche del sistema italiano continuano a tenere una linea che possiamo definire di “scarsa attenzione” verso le imprese nazionali? Una riprova di questo è la crescita di investimenti che gli istituti creditizi hanno messo in opera rispetto ai titoli di Stato: se si considera la quantità di Bot, Btp, Cct e Ctz detenuti dalle nostre banche, nel lasso temporale che va dal’ottobre 2011 all’aprile di quest’anno, è pressoché raddoppiata. La crescita dei rischi legati all’aumento delle sofferenze bancarie, come annota la Cgia nel suo comunicato, ha persuaso dunque le banche italiane a diminuire i crediti per quanto riguarda le attività economiche.  “Se tre anni e mezzo fa nelle cassette di sicurezza dei nostri istituti di credito gli asset governativi ammontavano a 208,6 miliardi di euro, nell’ultima rilevazione hanno toccato i 415,5 miliardi di euro”, mette in luce la Cgia. .

 Un’operazione che tuttavia può avere anche i suoi vantaggi. A dirlo è proprio il segretario della Cgia Giuseppe Bortolussi, che spiega: “A seguito di questi copiosi investimenti nei titoli di Stato ci siamo riappropriati del nostro debito pubblico, che nel 2011 era per il 44 per cento nelle mani degli investitori stranieri. Oggi, invece, tale quota è scesa al 34 per cento”. E tenendo a mente che l’acquisto copioso di titoli di stato da parte dei nostri istituti bancari ha loro consentito di mettere in atto l’aumento della patrimonializzazione, operazione richiesta dagli accordi di Basilea, è doveroso anche aggiungere che a questo punto è necessario cambiare rotta. Anche perché sottrarre liquidità all’economia reale per realizzare investimenti in Bot e compagnia, ha messo molte imprese nelle condizioni di chiudere i battenti. Con danni che sono ricaduti pesantemente nel sistema economico italiano, in particolare sulla voce “occupazione”.

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