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Crimini in rete: quel clic di troppo che ti mette nei guai Internet, Opinion leader

Pontedera – Una giungla. Predatori in agguato. Prede cui un passo falso di troppo può costare la vita. Luoghi ingannevoli, che ti fanno sentire al sicuro proprio quando hai già un piede nella trappola. Una caccia quotidiana, dissimulata sotto parvenze rassicuranti, allettanti, ma spietata: proprio perché occulta, sotto traccia, infida. Ormai ci siamo dentro tutti, nessuno escluso. Perché quella giungla è la virtualità del web, e il passo falso che, come narrano le cronache, può costare caro, è quello che Roberta Bruzzone chiama «un clic di troppo». “Il lato oscuro dei social media. Nuovi scenari di rischio, nuovi predatori, nuove strategie di tutela” (Imprimatur Edizioni) è il nuovo libro che la nota criminologa investigativa e psicologa forense ha scritto a quattro mani con Emanuele Florindi, avvocato, esperto di diritto dell’informatica.

La premessa di quest’indagine online si basa sull’eloquenza dei numeri e su una semplice, ma agghiacciante, constatazione: “Gli account attivi sui social media sono più di due miliardi in tutto il mondo. E non sono tutte brave persone”. “Ecco perché riteniamo sia giunto il momento di affrontare anche il lato oscuro che può nascondersi tra i vari utilizzatori di queste piattaforme di comunicazione ormai diffusissime”, spiegano Bruzzone e Florindi nelle note di copertina, “in grado di raggiungere chiunque, ovunque, in ogni momento. Indubbiamente è vero che i social media consentono di estendere le proprie reti sociali e professionali, di autopromuoversi e seguire i propri interessi con estrema rapidità e facilità. Ma non dobbiamo mai dimenticare che proprio per la loro pervasività ed efficacia sono strumenti potenti, a cui accostarsi con cautela e consapevolezza. Bisogna stare in guardia perché i cosiddetti rischi virtuali possono generare ripercussioni negative sulla vita dell’utente molto reali e concrete. E la cronaca nera sempre più spesso ci racconta vicende che mostrano con quanta rapidità e facilità ciò che avviene sui social media può trasformarsi in una vera e propria scena del crimine”.

 «Sul lato oscuro dei social network io e il mio collega lavoriamo da più dieci anni», ci racconta la dottoressa Bruzzone. «Avendo avuto modo di studiare gli effetti devastanti, in diversi casi irrimediabili, di questi scenari, ci siamo resi conto che la maggior parte delle persone adotta, all’interno di questo tipo di strumenti, delle condotte che sono assolutamente disfunzionali. Abbiamo cercato di mettere insieme le nostre esperienze, puntando su indicazioni di sopravvivenza. Evitando di fare quel clic di troppo che può innescare una tragedia».

Buon senso, buone pratiche per tutelare se stessi e i propri cari. «Meglio evitare di essere troppo generosi nel dispensare, su questo tipo di strumenti, particolari riguardanti gli aspetti più privati della propria vita. Può diventare molto pericoloso distribuire informazioni e immagini attinenti alla sfera intima e sessuale. Una condotta incredibilmente diffusa, purtroppo. Altrettanto diffuse anche le dolorose conseguenze: ne abbiamo viste fin troppe. Bisogna smettere di considerare questi mezzi di comunicazione come il salotto di casa: sono tutt’altro, e nascondono innumerevoli insidie. Tutto ciò che posterai potrebbe essere usato contro di te: questa, purtroppo, l’ottica su cui basarsi. Se t’imbatti in uno dei tantissimi predatori che pullulano nei meandri della rete, la tua incolumità può correre seri rischi».

 È partita da una serie di scenari di matrice giudiziaria, la ricerca di Roberta Bruzzone e Emanuele Florindi. Truffe online, cyberstalking, cyberbullismo, pedopornografia, furti d’identità: dicono i numeri che un crimine su cinque viene commesso in rete. «Sono tutti reati molto gravi», spiega la criminologa. «Spesso, purtroppo, si arriva al più grave di tutti, l’omicidio. Direi che il fenomeno si è notevolmente acutizzato negli ultimi cinque, sei anni. In concomitanza con la capillare diffusione dell’utilizzo delle piattaforme social».

 La disinibizione. La voglia di mettersi in gioco, a volte di mettersi, più o meno letteralmente, a nudo. Di gridare al mondo l’audacia del proprio ego, di saziare la propria fame di rassicuranti conferme. Non riguarda solo gli adolescenti. «Ci sono moltissimi adulti che si comportano peggio dei ragazzini. Alcuni diventano, in maniera sorprendentemente rapida, anche molto violenti, quando incontrano ostacoli alle loro aspirazioni. La situazione che emerge da ciò che si vede online è sinceramente sconfortante: il fenomeno, essendo trasversale alle generazioni, non ne risparmia alcuna. Anche certi adulti, che dovrebbero avere contezza di come si sta al mondo, una volta in ballo sulle piattaforme social perdono qualsiasi buon senso, si lasciano fagocitare dalla propria smania di auto-affermarsi e finiscono per fare passi falsi».

 Il vero lato oscuro dei social network «alberga nella disinformazione, nella scarsa consapevolezza, nella sottovalutazione di certi scenari. Con conseguenze che travalicano ampiamente la sfera virtuale e piombano nel mondo reale, facendo danni irreparabili. In molti di questi casi, le conseguenze di ciò che poi accade vanno ricercate in alcuni passi falsi che le vittime hanno compiuto tempo prima. Alcune vicende giudiziarie che stiamo seguendo riguardano in particolare Facebook. Mi riferisco ad esempio alla vicenda di Pordenone (l’omicidio dei fidanzati Trifone Ragone e Teresa Costanza, il 17 marzo 2015, Ndr): sono consulente della famiglia di una delle vittime. Uno degli elementi alla base dell’impianto accusatorio è un profilo anonimo su Facebook che è stato attribuito all’imputato (Giosuè Ruotolo, Ndr) e alla sua fidanzata, attraverso cui sono state poste in essere delle condotte che poi, purtroppo, hanno portato al tragico finale. Ma anche al caso di Elena Ceste, la cui attività su Facebook era diventata, per il marito, un’ossessione. O anche al caso di Salvatore Parolisi, che a un certo punto utilizza Facebook per cercare di depistare le indagini. Ormai è così: quasi tutti i casi di omicidio su cui stiamo lavorando hanno un momento di grande tensione che si riferisce all’attività sui cellulari e sui social media. Per noi, tabulati telefonici e profili social sono ormai due piste investigative imprescindibili».

 Due scenari opposti: l’assassino che utilizza telefonini e social per confondere le acque e magari crearsi un alibi, facendo credere, ad esempio, che a una certa ora la vittima era ancora viva e in grado di inviare messaggi; e un futuro assassino che annuncia, con dichiarazioni più o meno esplicite, la propria intenzione di uccidere. «In questo secondo caso, c’è da sottolineare che, troppo spesso, le parole del potenziale omicida vengono sottovalutate o non comprese».

Cosa possono fare, i genitori, per tutelare l’incolumità dei propri figli? «Il mio consiglio è di “accompagnare” i minori all’interno delle piattaforme. Magari i ragazzini ne sanno molto più dei genitori dal punto di vista informatico. Non importa, non è quello che conta: è la competenza della sfera delle relazioni che a loro manca. Mai dimenticare che ciò che accade sui social è esattamente ciò che accade nel mondo reale. Solo che nella realtà, da vari particolari, siamo in grado di farci un’idea di chi abbiamo davanti, magari di percepirne la pericolosità. Nella virtualità no. Bisogna stare al fianco dei ragazzi, capire con chi comunicano, con chi interagiscono. Non si tratta di demonizzare lo strumento, per carità. Ma proprio accompagnare i figli per mano, come si fa coi bimbi alle prese coi primi passi, o che devono attraversare una strada. Far finta che non esistano, al di là dello schermo del computer, del tablet, dello smartphone, soggetti che non vedono l’ora di approfittare della scarsa prontezza dei genitori, è molto, molto pericoloso».

 

 

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