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Crisi Coronavirus, le misure economiche facilmente fruibili di Johnson Opinion leader

Londra – Il 14 Marzo il Primo ministro britannico, Boris Johnson, aveva annunciato durante la conferenza stampa che il paese per combattere la pandemia in atto, che già in paesi come l’Italia aveva fatto strage di vite umane, avrebbe adottato la teoria dell’immunità di gregge. Tale strategia è stata poi sostituita da quella adottata da tutti i paesi del mondo, ossia il lockdown totale della città, annunciato solo il 20 Marzo.

Al contrario dell’Italia prima ancora di annunciare la chiusura di tutte le imprese commerciali, escluse quelle di beni di prima necessità, e il divieto di uscire se non per comprovate esigenze, Boris Johnson già il 18 Marzo ha comunicato un piano economico emergenziale per fronteggiare i problemi economici del popolo britannico causati dalle misure restrittive che da lì a poco il governo avrebbe adottato.

Nessuna organizzazione politica e sociale poteva essere pronta davanti a questa emergenza nazionale ed ogni stato a seconda dell’arrivo dei contagi ha messo in atto manovre economiche e sociali urgenti per contrastare questo nuovo e terrificante nemico invisibile che sta mettendo in ginocchio l’intero pianeta. I governi di tutto il mondo stanno chiedendo enormi sacrifici ai loro cittadini, sia a quelli che si trovano in prima linea a combattere il virus sia a quelli, obbligati a stare in casa, che sono la maggioranza.

Il Regno Unito ha incentivato le misure assistenziali degli Universal Credit, già esistenti prima della pandemia, con lo stanziamento di 7 miliardi di sterline per i benefit da erogare, seguite poi dalla manovra Coronavirus Job Retention Scheme, un sistema di assistenza, in questo caso alle aziende, affinché non licenzino i lavoratori durante questo periodo di blocco, lavoratori che riceveranno dallo stato l’80% del loro stipendio abituale.

Il primo è un pacchetto unico, che comprende al suo interno 6 tipi di benefit diversi, che può essere richiesto da una grande vastità di persone: infatti basta avere un reddito inferiore alle 16.000 sterline, vivere nel territorio britannico e avere più di 18 anni. L’ammontare del reddito viene calcolato a seconda di diversi indicatori (figli e/o affitto a carico, disabilità e ammontare dello stipendio) e ogni mese viene ricalcolato a seconda di eventuali modifiche. Nel giro di due settimane 950.000 britannici hanno fatto domanda agli Universal Credit; la struttura del DWP ( Department of work and pension) sembra che stia reggendo, grazie sicuramente all’introduzione di 10.000 nuovi addetti per la valutazione delle domande.

Il patronato Inca di Londra, un centro di welfare e assistenza per gli italiani nel Regno Unito, in queste settimane è stato sobbarcato di richieste per gli Universal Credit e un’operatrice che si occupa di questo supporto ha confermato che il sistema sta reggendo. Per completare le domande bisogna procedere a una verifica dell’identità per via telefonica o online, questo a volte può richiedere diversi giorni ma le domande riescono a essere completate e nel giro di cinque settimane dalla richiesta i soldi arrivano direttamente sul conto bancario dell’interessato.

Risposte chiare, tempestive e poco farraginose sono le misure economiche adottate dal Regno Unito per fronteggiare l’emergenza. Il motivo di questa tempestività, probabilmente sta nel fatto che il governo britannico è consapevole che tragedie di questo tipo colpiscono in maniera ancora più incisiva le persone deboli, quelle che già prima del corona virus si trovavano in situazioni precarie e al limite della povertà. A queste persone si deve dare una risposta immediata, soprattutto priva di ostacoli burocratici che in questo momento, data la situazione, sarebbero impossibili da comprendere e sopportare.

L’Italia ha dato un grande esempio di responsabilità sociale al resto del mondo, applicando misure di messa in protezione e salvaguardia delle vite umane nella maniera più celere possibile. Questo però non è stato accompagnato da un piano economico che desse delle risposte alle persone più bisognose, le quali erano già un gran numero prima del corona virus e inevitabilmente adesso sono aumentate notevolmente.

Il decreto cura Italia 16 marzo, con la messa a disposizione di 25 miliardi e il bonus di 600 euro che il sistema previdenziale Inps ha predisposte per le partite Iva e gli autonomi sono misure che non aiutano le fasce più basse, quelle che erano già difficilmente raggiungibili ed individuabili e lo sono maggiormente in questa situazione di assoluta emergenza. I comitati e le associazioni di volontario locale stanno cercando di sopperire a questa mancanza di supporto che dovrebbe venire dal governo e possono porre cerotti temporanei per la sopravvivenza nel presente, ma un progetto economico a lungo termine è necessario per la dignità e la salute dei più poveri.

È difficile paragonare le misure economiche che i diversi governi mondiali stanno adottando in questi giorni, anche perché la grande variabile del debito pubblico influisce in maniera netta sulla generosità delle manovre sociali ed economiche che vengono emanate.

L’Italia, quindi, parte già svantaggiata ma questa non deve diventare la scusa per cui i ceti più bassi vengano ancora una volta lasciati a sé stessi. Il contenimento sociale di queste persone potrebbe diventare un problema di ordine pubblico perché la rabbia e la disperazione sono due stati d’animo che insieme non vedono e non sentono ragioni e in poco tempo possono diventare incontrollabili.

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