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Crisi della politica: Testimonianze interpreta il “mondo nuovo” Cultura, Politica

Firenze – Mercoledì 7 novembre alle ore  17,30  presso la sede di “Testimonianze”  (Via Ghibellina 2/6 Firenze) sarà  presentato da  Vannino Chiti il nuovo volume della prestigiosa rivista fiorentina (n.520) dedicato a Il “mondo nuovo” e la metamorfosi della politica. La sezione  monotematica, curata da  Severino Saccardi e Simone Siliani, affronta, appunto, questo tema di  cruciale attualità mediante una riflessione a più voci sulla crisi della politica «tradizionale», erede delle grandi idealità del Novecento. Una crisi che investe le democrazie occidentali, in Europa ma non solo, e che trova in Italia  una sorta di laboratorio politico e sociale dopo l’avvento al governo del Paese delle forze  cosiddette «populiste».

Una crisi che deriva dall’incapacità (reale o presunta) dei partiti tradizionali, sia a destra che a sinistra, di comprendere e affrontare le emergenze sociali derivanti dalla  complessa situazione economica attuale, dalle difficoltà sul fronte  dell’immigrazione e dagli effetti prodotti dal fenomeno planetario e ambivalente della «globalizzazione».

“Le nuove povertà, l’incertezza sul futuro delle giovani generazioni, la  destrutturazione del lavoro e dei diritti ad esso connessi, le politiche finanziarie”  – si legge appunto in questo numero di Testimonianze – “ hanno prodotto  un malcontento crescente e spesso inascoltato, che è alla base dell’attuale e inedita  contrapposizione fra «popolo» ed «élite» (secondo la rappresentazione delle emergenti forze radicali e anti-sistema)” .

Abbiamo  interpellato Severino Saccardi per approfondire alcuni punti affrontati  in questo dibattito  su  Il «mondo nuovo» e la metamorfosi della politica  

Il tuo articolo, in apertura   s’intitola   “E se fosse l’uovo di Colombo?”.  A  cosa ti riferisci?

Molte sono le interpretazioni che si tendono a dare dei rivolgimenti che, attualmente, caratterizzano non solo la vicenda politica nazionale ma anche lo scenario globale del mondo. C’è un vento di rivolta e c’è una crescente delegittimazione delle  classi dirigenti,  dell’ élite (come ora si dice) che ha avuto la responsabilità, finora, di guidare molti paesi. Ma il senso e il verso della rivolta suscita non pochi interrogativi, perplessità e inquietudini. Come rispondere a tale sconquasso? Gli amici che sono intervenuti nel nostro volume (Barzanti, Chiti, Franchi, Fusaro, Mancina, Muroni, Pasquino, Urbinati, Siliani), ognuno dal proprio punto di vista, provano ad abbozzare criticamente delle risposte. Nel mio articolo introduttivo, io sviluppo poche considerazioni, relative alla necessità, certamente, di far fronte, come in questi anni, non è stato fatto, alla nuova “questione sociale” degli anni duemila.

E come definisce la questione sociale di questo nuovo millennio?

Sarebbe semplicistico pensare che il divario fra i gruppi dirigenti/ceti politici e l’elettorato e la “base” della sinistra possa essere superato solo adottando una linea politica un po’ più radicale dal punto di vista sociale. Ci vuole una nuova selezione dei gruppi dirigenti e della rappresentanza fondata davvero sulla valorizzazione delle capacità, delle competenze, dell’idealità e delle esperienze maturate sul campo, ponendo fine all’autoreferenzialità di quel mondo politico che oggi va crollando sotto la spinta dei populismi di vario segno, che raccolgono valanghe di consensi proprio a partire dalla contestazione di un ambiente apparentemente chiuso e arroccato in difesa delle proprie prerogative e delle vecchie rendite di posizione.

Come dunque è possibile riformare la politica…

La “riforma della politica”, tante volte invocata, e mai veramente realizzata, se concepita non solo come ingegneria istituzionale, sarebbe stata la vera risposta alla marea montante. C’è di che meditare per il futuro. Intanto, la politica (eccolo, l’uovo di Colombo), nel tempo della complessità e dell’interdipendenza delle relazioni sociali ed umane, dovrebbe uscire dalla propria angustia provinciale e pensare davvero (non solo a parole) in termini globali.

Per esempio come affrontare il tema cruciale dell’accoglienza nei confronti dei migranti…

Nell’articolo citato, ho cercato di dirlo: si prenda il tema migranti. Va gestito. Per quel che ci riguarda, con un’adeguata, efficace e responsabile politica dell’accoglienza, aliena da chiusure anacronistiche e che si proponga però di conciliare cultura e pratica dei diritti con la sicurezza. Senza cultura dei diritti la nostra società rinnega se stessa e la propria matrice ideale. Ma senza sicurezza, la democrazia scricchiola. Non è la quadratura del cerchio. E’ un binomio necessario. Basta con il ripetere che l’accoglienza è appannaggio della sinistra come la sicurezza lo è della destra. Della destra è, se mai, l’ideologia allarmistica e securitaria. Che però è un’altra cosa e, quella sì, va combattuta. Diritti, accoglienza e sicurezza sono, dunque, da tenere insieme. E poi ( come per per una politica degli anni duemila dovrebbe essere elementare) serve una visione globale del tema delle migrazioni. Che si affrontano solo in un’ottica di insieme con un “Piano Marshall” per lo sviluppo dell’ Africa o con una “grande Helsinki” (lo dico per analogia con la Conferenza di Helsinki che affrontò i rapporti Est-Ovest in Europa negli anni settanta) per il Nord-Sud. Il tutto, ovviamente, in un quadro europeo. Ci vuole un’Europa diversa. Ma ci vuole più Europa e non meno Europa, come oggi sembra di moda dire.

Si  parla di una crisi che deriva dall’incapacità (reale o presunta) dei partiti tradizionali, sia a destra che a sinistra, di comprendere e affrontare le emergenze sociali. Quali

Scelte importanti da fare, in questo senso, ce ne sarebbero. Prendendo atto che fra politica e società si è creato un abisso, scavato dalla convergenza di più crisi che si sovrappongono con effetti dirompenti, si deve evitare assolutamente (da parte delle classi dirigenti) “di chiudersi nella torre d’avorio”  per “dialogare con le emozioni che attraversano la società”, come dice Claudia Mancina. Ci sono i temi sociali (prodotti da una globalizzazione che, ha comunque fatto avanzare comparti importanti dell’umanità, che erano ai margini della storia, ma ne ha indeboliti altri, soprattutto nel “mondo sviluppato”), ma c’è anche la drammatica questione ambientale, come gli sconvolgenti sconquassi e disastri provocati  dai recenti fenomeni atmosferici hanno evidenziato anche nel nostro Paese e in un’area esposta come quella del Mediterraneo. Dunque, sottolinea l’ex presidente di Legambiente, Rossella Muroni, la politica deve tornare ad essere attiva nei territori, facendo della questione ambientale un punto di forza per individuare, con le comunità e  le amministrazioni locali, scelte e orientamenti atti a garantire un futuro vivibile e sostenibile. 

Dagli interventi della sezione monotematica emerge (nella varietà delle posizioni) l’esigenza di una rigenerazione della politica.  Ma quali sono le strade?

La risposta potrebbe essere lunga ed articolata. Mi limito a citare due degli autori del volume. Carlo Fusaro, in merito, non ha dubbi. C’è una “lunga marcia che ci aspetta”. In un percorso in cui non ci sono ricette già pronte da applicare. Certo è, egli sostiene, necessario è il ritorno ai valori fondamentali della Costituzione Repubblicana unito ad un ancoraggio all’Unione Europea che rimane, pur nell’attuale travaglio ed a fronte di molte contestazioni, una grande realizzazione nella storia dell’umanità. Il che è incontestabile. Siamo nei giorni del centesimo anniversario della fine della Grande Guerra. Popoli che si sono sanguinosamente combattuti in epoche relativamente recenti, o che sono stati divisi da muri, ideologici e reali, sono oggi uniti, più o meno bene, e sia pure con molte contraddizioni, all’interno di una stessa comunità. Per Roberto Barzanti, d’altra parte, una risposta alla crisi attuale può essere trovata solo in un soprassalto etico e nella rivisitazione/recupero di idee-forza che oggi sembrano perdute.

Ormai da decenni si parla di  crisi della politica. Ma, oggi, quali sono i nuovi caratteri di  tale crisi? 

Spunti in merito ci sono in tutti gli interventi del volume. Significativa è, al riguardo, la ricostruzione storico-politica di tanti passaggi di questi anni che viene operata da Gianfranco Pasquino. Passaggi che è importante ripensare anche autocriticamente per capire l’attuale crisi della rappresentanza. Tra questi la lettura della fine del comunismo come sistema che però (come aveva segnalato Bobbio e, in modo analogo, anche Balducci) non implica affatto la fine dei problemi (sociali) per rispondere ai quali il comunismo medesimo era sorto; l’allargamento (frettoloso, e non abbastanza  meditato, secondo Pasquino) dell’unificazione politico-economica europea, con tutti i contraccolpi del caso e la conseguente ondata euro-scettica (Brexit inclusa) che ne sono derivati; le conseguenze della globalizzazione sulle condizioni di ceti popolari e ceti medi dei paesi sviluppati. Sulle vicende degli anni che abbiamo appena alle spalle interviene anche Valdo Spini, che rileva come all’ottimismo che aveva caratterizzato le “terza via” di Blair, del New Labour, di Clinton e di molti altri “progressisti” sia succeduto lo sconcerto di fronte a scenari drammaticamente sconvolti dai venti della crisi e ad un panorama politico in cui il campo veniva tenuto e dominato non , come si sarebbe potuto ipotizzare nell’immediato dopo-1989, dal “socialismo liberale”, ma da un crudo liberal-liberismo. E’ a partire da tali scenari che Nadia Urbinati (intervistata da Simone Siliani) invita a meditare sulle nuove forme della destra, ma anche sugli “errori della sinistra” E qui la discussione è davvero aperta. Il nostro volume vuole essere anche un piccolo contributo in questa direzione.

Come è vista l’influenza dei social media? 

Ne viene vista e valutata tutta l’ambivalenza. Il loro spazio e la loro influenza è enorme in un tempo in cui il giornalismo tradizionale è in crisi (il che non è certo un bene; anzi! In merito “Testimonianze” ha pubblicato, a suo tempo un volume incentrato sugli interrogativi legati  prospettiva di un mondo senza giornali) ed in cui sappiamo tutto in tempo reale (notizie vere, notizie dubbie e notizie false) senza un adeguato vaglio critico e talora senza chiavi di lettura. E’ un grande spazio di potenziale democrazia, la rete. E politicamente ha un’influenza crescente. Basti pensare, in campi opposti, a quel che ha significato per l’affermazione del democratico Obama e del populista Trump. E poi c’è il flagello delle fake news. Certo, come dice Roberto Barzanti, contro “i nuovi linguaggi dell’accidentata e irresponsabile comunicazione è vano invocare nostalgicamente un passato che è passato e che non tornerà”. Occorre al contrario valorizzare positivi “esempi di realtà” e “distinguere, classificare, circoscrivere”. Se non si vuole abdicare ad un buon uso della ragione critica, insomma, c’è molto da lavorare.

Roberto Barzanti ha scritto: “È la natura del potere ad aver cambiato segno”.  Che tipo di cambiamento  ?

Barzanti, appunto, propone un’ampia rassegna di studi e testi critici sulla “popolocrazia” e  sui “nuovi populismi, ma anche sulle trasformazione di fondo delle nostre democrazie in questi anni, di cui tali movimenti sono, in qualche modo, il prodotto (più o meno degenere, ma questo è un altro discorso). Si riferisce principalmente a Ilvo Diamanti e Marc Lazar che sulla popolocrazia e sulle metamorfosi delle nostre democrazie hanno pubblicato un volume recente in cui vengono individuati tre caratteri di fondo della trasformazione della natura della politica e del potere.. Il primo di questi è legato alla “personalizzazione” della politica che avrebbe trasformato la politica medesima in un’inarrestabile commedia in cui tutti i protagonisti finiscono per recitare copioni analoghi. Il secondo è riferibile alla trasformazione delle tecnologie della comunicazione che ha suscitato l’illusione di una “democrazia in diretta” (come dice Nadia Urbinati). Il terzo è il mito dell’antipolitica o della non-politica come strada per il rinnovamento. Il prodotto di tutto questo è la situazione, assai complessa, che oggi stiamo vivendo e richiede un soprassalto di razionalità e di capacità di interpretazione da parte di chi non vuol semplicemente  e passivamente seguire l’onda della corrente. 

Vannino Chiti ha lanciato  un appello ….  

Bisogna “rimettere al centro la dignità della persona” in questa “nuova fase della storia”, scrive Vannino Chiti. A partire da qui, “è indispensabile ricostruire un’etica pubblica” e valori condivisi “che orientino  la società, la nostra convivenza, l’economia, la scienza, la politica”. La sconfitta dei populismi, dice Chiti, sarà possibile solo se la sinistra (cui egli in primis si rivolge) non abbandonerà il senso critico nei confronti delle ingiustizie. Temi antichi si direbbe che, però, in queste parole suonano di sorprendente e rinnovata attualità. Bisogna, d’altra parte, per far questo, coniugare cultura dei diritti e cultura dei doveri (poco frequentata, finora), Un tema su cui tornerà la pensatrice Agnes Heller nel prossimo volume di “Testimonianze” dedicato al settantesimo anniversario della Dichiarazione Universale dei diritti umani.

Paolo Franchi scrive che  “ci vorrebbe  un altro Marx”. In che senso?

Paolo Franchi, nel volume, firma un articolo dal titolo “Ci vorrebbe un altro Marx”. Siamo in un periodo di grande sofferenza sociale, di cui manca un’interpretazione complessiva, da punto di vista sociale, economico, politico e, vorrei dire, antropologico, come quelle che Marx (con tutte le critiche che possono essergli rivolte) seppe grandiosamente fare per i processi di industrializzazione del suo tempo e per gli sconvolgimenti che essi provocavano. Manca oggi, rileva Franchi, anche un linguaggio universale che unisca gli sfruttati come (sia pur con tutte le tare ideologiche che lo hanno poi caratterizzato) sapeva fare il vecchio internazionalismo proletario. Oggi l’unico universalismo, dice Franchi, sembra essere quello del papa. E’ un aspetto che fa pensare, anche in relazione alla capacità di papa Francesco di rimandare a temi di scottante attualità come quelli ambientali. I temi della Laudato sì  (e non perché sono stati posti dal papa sia ben chiaro; qui ne parliamo in piena laicità) hanno una grande relazione con le contraddizioni del “mondo nuovo” (un’espressioni non valutativa, che potrebbe però perfino alludere ad una visione distopica alla Huxley) e con la metamorfosi della politica. Che non bisogna semplicemente subire ma su cui bisogna tornare consapevolmente a ragionare, per operare, se possibile, in modo consapevole, per la costruzione di relazioni  politiche e umane capaci di rimettere al centro la libertà e la dignità della persona.

Foto: Severino Saccardi, a sinistra, con Valdo Spini

 

 

 

 

 

 

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