energee3
logo stamptoscana
Edizioni Thedotcompany

Crisi e imprese, la ricerca ci salverà Innovazione

Terzo convegno economico organizzato dall'associazione Amerigo, titolo accattivante, "Start up – failng to succeed? – Ricerca- Università e Industria per la crescita". Sede importante, Palazzo Incontri di Banca Cr Firenze, ospiti illustri che hanno fatto emergere tanti elementi, tanti dati, tante analisi ed esempi sul campo, per centrare il grande interrogativo, quello da cui tutto dipende: come fare a coltivare, incentivare, nutrire, sviluppare le idee che attecchiscono nelle pur floride serre dell'imprenditoria italiana? Già, perchè, pur a fronte dei suicidi che si ripetono con allarmante regolarità, della stretta al credito, delle cartelle di Equitalia, il Paese risponde da par suo alla crisi. Come? Mantenendo un tasso di imprenditorialità che ha dello straordinario, in particolare se paragonato agli altri paesi dell'area euro. L'Italia ha un tasso pari al 32,2% di imprenditorialità, altissimo rispetto ai vicini europei, come spiega Luciano Nebbia, direttore di Intesa San Paolo Toscana, che "racconta" come la realtà di cui fa parte si adoperi per non disperdere, ma valorizzare questa incredibile messe di imprenditori che contraddistingue il territorio nazionale. E che, sia giocoforza (spesso chi perde il lavoro utilizza la "buonuscita" per tentare una piccola attività) sia per disegno mirato, spesso attorno a una idea innovativa, riesce a sostenere quella particolarità che, come assicura nel suo focus sulla situazione italiana Massimo Messeri, presidente di nuovo Pignone spa, ci assicura la credibilità verso gli investitori esteri: la qualità e la creatività della ricerca.

Ovviamente, nonostante le premesse ottimiste, non è molto semplice la vita degli imprenditori italiani, specialmente giovani, specialmente innovativi, nel nostro paese. In particolare ai tempi della crisi. Un problema fra i tanti: come attirare e trattenere gli investimenti esteri sul territorio italiano? Luccica infatti la creatività italiana, secondo quanto spiega Messeri, ma altri elementi sono decisamente foschi: ad esempio, siamo percepiti come un paese diffcile, a torto o a ragione si ritiene che il nostro mercato del lavoro non offra la necessaria flessibilità, e, sebbene gli italiani difficlmente sappiano spiegarselo, gli stranieri nutrono verso di noi la decisa convinzione che non siamo un paese stabile. Da che punto di vista,  bisognerebbe chiedere. Comunque, la ricetta di Messeri è sintetizzabile in due punti: comunicare, sfatando dunque i "pregiudizi" che continuano a pesare sull'italianità, e agire, dimostrando con i fatti la vera natura dell'imprenditoria italiana. Per cambiare a conti fatti gli ellementi critici che "spaventano" gli investitori. Per le piccole e medie imprese, può valere l'effetto "trascinamento" che può essere sviluppato dal fornire, ad esempio, ottime tecnologie o servizi a un'impresa più grande. Prendendo ad esempio proprio la Nuovo Pignone, non dimentichiamo che è associata alla GeOil &Gas, una delle più importanti multinazionali del settore.

Ma il punto vero, al di là di ciò che può o meno trattenere i capitali esteri, nonostante la qualità della tecnologia italiana, è in buona sostanza come aiutare le idee a emergere selezionando nel contempo le imprese che non riescono a "stare al passo". Insomma, in altre parole, sarà infine il mercato a decidere chi resiste. Un assioma che, sebbene non sembra aver dato buona prova di se' almeno in altri campi (quello finanziario, ad esempio, e in generale nella struttura economica occidentale) rimane tuttavia l'unico metro per misurare le imprese vitali, quelle che nascono, crescono e invece di morire, si sviluppano. Un importante riflesso di un altro principio sempre lamentato dagli attori italiani, che è quello della mancanza di credito e accompagnamento delle banche verso le nuove imprese, quelle dotate magari di ottime risorse a livello di ricerca e idee, ma di scarso capitale che possa consentirne lo sviluppo. Una situaizone da cui, ultimamente, pare che i grandi gruppi abbiano deciso di trarre d'impaccio giovni imprenditori e giovani imprese. A sentire il direttore generale di Intesa San Paolo Luciano Nebbia, che informa, dati alla mano: "Siamo obbligati a trovare un nuovo modello di sviluppo". Ed ecco i dati: l'Italia rimane la terza economia della zona euro, si trova al secondo posto per scambi commerciali, al primo per settori come tessile, pelle, abbigliamento. Ma, e qui, par di capire, casca l'asino, al 35esimo per impegno in ricerca e innovazione.

Ed ecco la modalità con cui Intesa San Paolo si è mossa. Per quanto riguarda lo start-up, dal 2009 ad oggi sono state esaminate 3mila idee, 1200 imprese valutate, 300 accompagnate con coaching.Un programma nato da un accordo con 5 politecnici italiani e un investimento di circa un miliardo di euro sui progetti. 

Non solo. Un altro problema in cui ricerca, innovazione, univesrstià e impresa potrebbero incontrarsi riguarda le imprese già operanti in settori tradizionali. Che possono essere passibili di ulteriori e importanti salti tecnologici in avanti. Si tratta in generale di aziende che già esistono e che magari hanno diffcioltà a spendere in ricerca e innovazione. Magari, è l'idea esposta da Nebbia, si potrebbe inventare una sorta di fido aggiuntivo, che l'azienda possa impiegare in ricerca e innovazione. Una sorta di "voucher" che possa essere utilizzato per comiere questo grosso passaggio di tecnologia. Anche per le imprese esistenti, che operano su settori tradizonali. Perchè o si costruisce il nuovo o si perisce, par di capire.

Se il punto del convegno ruota sostanzialmente attorno alla ricerca, la Regione Toscana appare come  un attore comprensivo e disponibile. A dirlo, l'imprenditore e ex- alto dirigente di Confindustria  Vincenzo Bonelli, che aggiunge: "Si è giunti alla consapevolezza che per ottimizzare è necessario fare massa critica e operare attraverso il coordinamento dei vari soggetti e azioni, per giungere a una evoluzione del sistema a livello nazionale. Un'operazione che è giunta a un nuovo stadio, che coinvolge un po' tutti. Non siamo più alla fase dell'"arrembaggio", insomma". Dunque, il sistema sembra aver compreso che è il caso di giungere a un nuovo assestamento, anche qualitativo,  favore della ricerca. Che rimane, come dice Bonelli, "l'unica via possibile". Per cosa? Per non soccombere alla crisi. Anche se la selezione sarà dolorosa, come ricorda il professor Andrea Piccaluga della Scuola Superiore del Sant'Anna di Pisa. E se sul merito della ricerca sembra davvero che si punti su brevetti e scoperte industriali (ritenendo che i servizi vengano "trascinati" dall'"hard"), sulle modalità le idee sono tante. Magari, "si potrebbe pensare a una quota delle imposte dedicata a innovazione e ricerca", suggerisce Bonelli.

Foto: www.timestars.org

Print Friendly, PDF & Email
Condividi
Translate »