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Crisi finanziarie: allo Stensen Nardozzi spiega “la grande scommessa” Cinema, Opinion leader

Firenze –  L’uomo non è mai riuscito né riuscirà mai a dominare il futuro, anche se mette in campo tutta la sua capacità di raziocinio e strumenti di calcolo e di previsione di una potenza crescente. La storia dell’umanità può dunque essere raccontata sotto questa prospettiva: una rincorsa incessante per “mettere il futuro al servizio del presente” e trasformarlo da nemico ad opportunità. Per gestire il rischio in modo da ridurlo il più possibile, come ricorda Peter Bernstein  nel suo libro sulla storia del rischio ( Against the Gods, 1999).

Ma il rischio non sarà mai uguale a zero. Anzi, più l’uomo si sforza di sottrarre il suo destino alle grinfie del caso, più questo si vendica e riguadagna terreno, in una corsa senza scampo verso la complessità. Il castello di carta creato nella finanza per ridurre i rischi finirà sempre per volare via al primo alito di vento. Discontinuità, irregolarità e volatilità dominano nei mercati nonostante l’infinita varietà di strumenti inventati per renderle ininfluenti rispetto all’obiettivo di  accumulare ricchezza.

Così, investire il denaro per moltiplicarlo rimarrà sempre una scommessa il cui risultato è imprevedibile e alla fine proprio tutto ciò che di ingegnoso si mette in campo per limitare i danni sarà la causa principale del male che si vuole evitare.  Il mondo è quasi razionale, scriveva G.K. Chesterton, e  la trappola sta in quel “quasi”.

Nel gruppo di “prometei” tutt’altro che epici per la materia che trattano,  pur conservando  un tratto umanamente tragico in una battaglia impari contro il rischio, c’è tuttavia qualcuno che non si pone il problema. Le grandi banche, sulle quali poggia il sistema della finanza internazionale, non perderanno mai:  in tempi di euforia dei mercati guadagnano come innovatori/inventori/ venditori di quegli strumenti assicurativi e quando arriverà la tempesta non mancherà il soccorso del denaro pubblico perché “sono  troppo grandi per fallire, Too Big to Fail”. Se per sventura ciò accadesse, porterebbero nel baratro l’intera  economia mondiale: “Se viene testa vinco io, se viene croce perdi tu”.

Ce ne siamo resi conto tutti noi durante l’ultima grande tempesta finanziaria partita nel 2007,  la più grave del dopoguerra. Per capire fino in fondo cosa è accaduto la Fondazione Stensen ha organizzato un evento (il 2 aprile p.v.) che parte dalla visione del film “La Grande Scommessa” di  Adam McKay, nominato agli Oscar, per discuterne poi con Giangiacomo Nardozzi, docente di Economia monetaria al Politecnico di Milano.

Nardozzi è autore di un libro “Il Mondo alla Rovescia” (Il Mulino), uscito nel giugno dello scorso anno, che si sta confermando uno dei best seller italiani di argomento economico e finanziario. Rivolgendosi al grande pubblico dei non addetti ai lavori, spiegando i significati e la reale portata di un linguaggio tecnico, quasi iniziatico, certamente funzionale al disegno complessivo di raccogliere denaro dai risparmiatori per utilizzarlo nel più incredibile armamentario di prodotti finanziari, l’economista mette allo scoperto la fragilità strutturale di una “finanza geneticamente modificata” che ha provocato il rallentamento drammatico dell’economia mondiale.

I suoi effetti collaterali distruttivi non sono stati affrontati e resi inoffensivi  dalle misure prese dagli Stati durante la fase più acuta della crisi.  Né le nuove regole decise a Washington o a Bruxelles sono in grado di scongiurare i futuri pericoli perché esse hanno “difetti di impianto non da poco” e la storia della finanza dimostra che, nella corsa fra regolatori e regolati, quest’ultimi hanno buon gioco a escogitare prodotti e strumenti innovativi che sfuggono alla previsione delle norme.

Il rischio di imminenti nuove grandi crisi rimane dunque molto elevato, perché, sostiene Nardozzi, il mezzo principale che viene attivato per allontanarle è lo stesso che le ha provocate: la politica monetaria: “C’è troppa finanza perché c’è troppa politica monetaria – scrive – Ai banchieri centrali è stata assegnata una responsabilità di governo dell’economia rivelatasi ormai da anni favorevole all’assunzione di rischi e quindi alla finanza che li commercia”.  In sostanza: più denaro si immette nel sistema, più incentivi hanno le banche a utilizzarlo non  per favorire gli investimenti nell’economia reale, ma per fare “la grande scommessa” con i derivati, gli swap, gli Otc etc. Non saranno loro eventualmente a perderla.

Che fare, dunque? L’autore cita una relazione della Banca dei regolamenti internazionali (la BRI di Basilea) per affermare che “per non incorrere in nuove gravi crisi va abbandonato il debito come motore principale di crescita”. Va insomma ridimensionato l’impiego della politica monetaria “dettato dai cicli brevi che tendenzialmente accresce il debito fino a renderlo insostenibile”. I governi dovrebbero riprendere in mano la gestione dell’economia seguendo “la via dell’indebitamento dello stato per investimenti pubblici in infrastrutture in grado di sostenere non solo la domanda ma anche la capacità di crescita”.

Solo così si può dare maggiore stabilità all’economia finora abbandonata esclusivamente alla imperfetta e inefficace gestione del rischio e dunque affidata ai colpi di fortuna.

 

Foto: project-firefly.com

 

 

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