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Crisi in Toscana, occupazione in calo Economia

Confermata l’involuzione negativa dell’economia toscana, che si manifesta con evidenza attraverso il peggioramento dei dati occupazionali, che scendono per il primo semestre 2012 al -1,5% nella provincia di Firenze, al -3,5% per quanto riguarda la Regione per giungere al -7,7% dell’Empolese Valdelsa, rispetto all’anno passato.
''Forti preoccupazioni'' esprime perciò la Camera del Lavoro di Cgil Firenze sui dati economici e sull'occupazione in Toscana, emersi oggi durante la presentazione del Rapporto del 1° semestre 2012, curato dall’Osservatorio della Provincia di Firenze (Ires).

Inoltre, da segnalare che se materia di lavoro in entrata esiste una percentuale di crescita, questa va a favore della costituzione di rapporti incerti e precari, relegando gli avviamenti a tempo indeterminato ad una percentuale ormai residuale.
In compenso cresce parallelamente il numero di persone che gravano sulle casse dell’Inps. Gli iscritti nelle liste di mobilità sono cresciuti del +16,4% nel primo trimestre 2012, diminuiscono le ore di Cassa Integrazione Ordinaria (-3%) ed aumentano quelle di CIGS (+18%), vale a dire quella straordinaria. Dati che spaventano, ma inevitabili quando il mercato è in stallo, commentano alla Cgil.
“L'ennesima manovra economica, purtroppo, non permetterà, nemmeno questa volta, di invertire le tendenze della nostra economia ormai in uno stallo negativo che perdura da circa un anno. Nemmeno il calo del famoso spread sta incidendo positivamente sui conti del nostro paese" è il commento dell'Osservatorio.
Ma dov’è andata a finire l’economia reale? La produzione industriale è in calo, riportando una variazione negativa del -0,4% nel primo trimestre e dello 0% nel secondo trimestre 2012, che si attesta invece al -4,2% e -4,9% a livello regionale. Il dato sull’apertura di nuove imprese si assesta ad un mero 0,3%, numero pressoché irrilevante ai fini della crescita, perché decurtato del numero delle cessazioni d’ufficio.

La stretta del sistema creditizio si attesta inadeguato rispetto al tessuto produttivo, generando un allargamento nella forbice delle sofferenze, che toccano i settori più importanti dell’industria, delle costruzioni, esclusi i servizi.
L’unico spazio in cui si tira un sospira di sollievo è quello rappresentato dall'export, aumentato del +7% rispetto ai primi due trimestri del 2011, anche se ancora lontano (-21%) dai dati positivi del 2010, mentre a livello regionale è aumentato rispettivamente del +11% e +24%.
“E' l'economia reale, infatti, che deve essere rilanciata ed è difficile che essa possa riprendere sulla base del solo intervento finanziario o speculativo” sottolinea la Cgil che ricorda: “Sono ben altre le condizioni per una futura ed auspicabile crescita del nostro paese, tutte riconducibili ad almeno due assunti: rilanciare gli investimenti produttivi attraverso un massiccio intervento pubblico; mettere sotto controllo, attraverso regole efficaci, il mercato finanziario”.

Nonostante rimanga difficile ipotizzare un così importante intervento di investimento pubblico in un momento di continui tagli, giustificati dalla mancanza di denari per la spesa corrente, è importante evidenziare come la maggior parte degli studi che fotografano la situazione macro-economica italiana, convergono nella stessa direzione, concordando, cioè, nel dire quanto sia necessario rimettere in moto la leva dell’economia per venire a capo del quadro critico e di sofferenza che sta investendo sempre più settori e famiglie in Italia.
Le risorse per gli investimenti potrebbero essere anche recuperati se si stabilissero cifre importanti, ma minori grazie alla previa selezione dei settori d’intervento. Sarebbe opportuno mettere in atto, inoltre, un metodo selettivo di erogazione di fondi,  inverso rispetto al passato, in cui la “caduta libera” dei fondi dati “a pioggia” hanno realizzato casi conosciuti di sperpero risorse. Un metodo selettivo, è la proposta della Cgil, che potrebbe procedere per obiettivi secondo un piano prestabilito nazionale di rilancio dell’economia e del lavoro, con un accordo nazionale su quali debbano essere i settori trainanti e le conseguenti sinergie che si andrebbero a creare.

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