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Crisi: timori per una stagione di disordini sociali Economia

La Germania va dritta sulla strada del rigore dei conti pubblici. Questa è l’opinione del pubblico europeo che si trasforma – come hanno più volte sottolineato il Presidente della Repubblica e il premier Monti – in un corto circuito mediatico che si scarica sulla figura e sul ruolo della Merkel che rappresenta le nazioni del Nord Europa. Ma cosa c‘è dietro questa impostazione del rigore? Quale deve essere la lettura corretta della strategia della Germania? Su questi temi si sono incontrati a Firenze esperti italiani e tedeschi di alto livello per la conferenza internazionale “Crisi economica e nuovi nazionalismi: la percezione della politica economica tedesca da parte dei partners europei” che si è tenuta oggi su iniziativa della Fondazione Cesifin Alberto Predieri dell’Ente Cassa di Risparmio e della Facoltà di Economia dell’Università di Firenze.
Nell’occasione abbiamo intervistato l'economista Paolo Savona, Presidente del Fondo Interbancario di Garanzia dei Depositi, docente universitario e Ministro dell’Industria nel Governo Ciampi, che da tempo insiste sul confronto, anche serrato, con la strategia tedesca proponendo soluzioni per il “conflitto” in atto. Un conflitto che, a suo avviso, potrebbe divenire importante e indirizzarsi verso una stagione di disordini sociali. Perché episodi come quelli verificatisi ieri in alcune piazze europee non sono motivati solo da problemi economici ma “da squilibri istituzionali che la politica non è in grado di risolvere”.

Pensa stia cambiando qualcosa nella cultura e nella strategia della Germania verso i Paesi più deboli?
Sì, qualcosa cambia ma in peggio. Nel senso che i tedeschi si stanno troppo richiudendo su se stessi perché, e per certi versi hanno anche ragione, hanno visto che il loro sistema è quello che rende di più. Così commettono l’errore di ritenere che tutti si debbano comportarsi come loro oppure il sistema non può funzionare. E questo è un gravissimo errore, è un ripetersi della storia, purtroppo, che dovremmo arrestare senza creare ovviamente reazioni di divisione in Europa.

Il 2013 è un anno importante per i fiorentini e non solo: sono cinquecento anni dalla pubblicazione del Principe di Machiavelli. Crede che il “conflitto” sarà strutturale nella nazione europea e quali sono gli strumenti per governarlo? Che significato ha il suo concetto di “coordinamento”?
E’ un operazione culturale che richiede molto tempo, un tempo che il resto del mondo non ci offre. Ritengo che spingere un po’ più il conflitto, che era una delle soluzioni anche se non l’unica proposta da Machiavelli, fino al momento in cui ci sia un chiarimento sia una strategia corretta. Non a caso nell’estate scorsa ho detto che dovremmo avere un piano B sul come uscire dall’euro. Una minaccia del genere determinerebbe tensioni molto gravi anche sull’Italia, ma getterebbe le radici per una convergenza delle volontà. Penso che se facciamo bene i calcoli in termini di pace e di benessere, abbiamo bisogno dell’Europa. Se invece ci dimentichiamo questi due pilasti su cui si sono fondati gli accordi del dopo guerra, probabilmente ricadiamo nel peggioramento, senz’altro del benessere, ma prima o poi anche della pace.

Crede che nel 2014 si vedrà la fine del tunnel?
E’ troppo presto. Io ritengo che questa sia una crisi che durerà. Siccome l’economia sta trasmettendo alla politica problemi come la disoccupazione che la politica non è in grado di risolvere, allora la crisi si trasferisce al sociale. Il sociale entra in tensione e si riflette sulla politica che diventa ancora più disordinata. Penso si debbano attendere almeno due elezioni, forse a distanza di tre anni ciascuna. Quindi l’Italia non troverà prima del 2016-2017 il modo di rimettersi in carreggiata. Rimango comunque molto fiducioso, perché la capacità di resistenza e anche di reazione degli italiani è molto forte. E questo è un fatto storicamente accertato.

Capacità di resistenza: e qual è l’elemento di forza?
Sette milioni di donne che la mattina si alzano, accudiscono la casa, lavano, stirano, cucinano, allevano polli, galline –soprattutto nel Mezzogiorno -, coltivano orti. E’ un elemento di stabilizzazione. Quei sette milioni di donne possono caricarsi e si stanno caricando di parte del welfare. Speriamo quindi che reggano.

Giovanna Focardi Nicita

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