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Cronache da Gerusalemme: vita quotidiana nell’insediamento Opinion leader

Lo shabbat è finito, le notizie dell’aggravarsi della crisi siriana scorrono nelle televisioni e in rete. Tuttavia negozi, ristoranti, uffici aprono le saracinesche, accendono le luci e attivano l’aria condizionata. È tempo di tornare al lavoro. E per il sottoscritto  di andare a fare shopping.  Nel frigo di marca  Ariston l’eco si diffonde tra gli scaffali vuoti. C’è urgente bisogno di fare la spesa. Questa volta decido  di provare un supermercato nuovo, in un insediamento ebraico.  Mi dicono che i prodotti sono meno costosi dei supermercati del centro e di quello palestinese di Betanina, quartiere ponte tra Ramallah e Gerusalemme. A pochi passi dal check point di Qalandya.

Muovo quindi in direzioni di Ramot. La collina di Ramot è nella zona est di Gerusalemme. Periferia nord. La terra dove sorge il quartiere satellite è stata annessa da Israele dopo la guerra dei sei giorni. La comunità internazionale considera Ramot un insediamento illegale. Tra il 1949 e il 1967 la zona era considerata demilitarizzata. A partire dalla metà degli anni ’70 il quartiere si è rapidamente sviluppato, ingrandito. Oggi ci vivono circa  50 mila persone, il 75% dei quali sono religiosi ebrei ortodossi. Negli accordi di Ginevra, probabilmente l’unico caso in cui palestinesi ed israeliani, forse per sbaglio, si sono seduti seriamente al tavolo delle trattative in questi difficili ultimi anni, venne proposto che fosse mantenuta la sovranità d’Israele su Ramot e che la Palestina ricevesse in cambio altra terra da Israele. L’iniziativa di Ginevra, non ufficiale, aveva portato alla definizione di una bozza, qualche centinaia di pagine e relative mappe allegate, di accordo permanente sullo status volta a risolvere, definitivamente, il conflitto. Nel 2003 tra i promotori dell’iniziativa scesero in campo politici israeliani, quali Yossi Beilin, e palestinesi, tra cui Yasser Abd Rabbo. Se qualcuno decidesse di rispolverare quella proposta di accordi ci troverebbe molti spunti utili al dialogo.

Tuttavia in Medio Oriente la logica è sempre poco apprezzata. Comunque, giungo all’ingresso del parcheggio del centro commerciale di Ramot. Il nome in ebraico è Kenyon Ramot. È il secondo centro commerciale di Gerusalemme, tre piani per 22 mila metri quadrati di superficie e tanti negozi. All’ingresso del parcheggio c’è la sicurezza. Non aprono il portabagagli come succedeva un decennio fa. Mi chiedono se ho armi, rispondo seccamente di no e il giovane armato fino ai denti alza la sbarra, lasciandomi passare.  Il Kenyon Ramot ha aperto nel 2011.  È di proprietà di una società mista. La maggioranza del capitale investito è della Phoenix Holding Ltd gruppo assicurativo, nonchè uno dei principali colossi della finanza israeliana, con assets per 11 miliardi di $. Il socio di minoranza è la Bayit  Chadash Beyerushalaim azienda con grossi investimenti nel ramo dell’edilizia pubblica e privata. Parcheggio la  vettura mentre un ragazzino palestinese sfreccia con una pila di carrelli che assemblea poco distante.  Alla porta del supermercato, seduto su una sedia, un anziano signore in stato di catalessi.

É l’uomo della sicurezza. Allungo il passo. Ma al saluto shalom del vigilante sono costretto a rispondere con shalom shalom. Avessi avuto una borsa mi avrebbe fermato e l’avrebbe aperta per vedere cosa c’era dentro. Normale routine nei controlli. Di fronte a me due lavoratori palestinesi stanno pulendo il pavimento. La temperatura all’interno del supermercato è glaciale. Le luci abbaglianti illuminano gli scaffali. Non mi sono preparato una lista della spesa e decido di navigare a vista. Nel settore frutta e verdura non c’è la bilancia, chiedo informazioni e mi spiegano che si pesa e paga alla cassa. Il supermercato ingloba  un altro supermercato, è quello dei prodotti bio kosher. Sono attratto dai colori delle spezie e mi muovo tra sacchi di riso, curry, lenticchie, fagioli, frutta secca. Il commesso addetto alle spezie bio è ebreo, come quelli della verdura, della carne e dei latticini bio. Guardo i prezzi, troppo esosi.  Capisco perchè gli unici clienti sono una giovane coppia israeliana, lei è incinta. Abbandono il biologico e torno velocemente nella parte transgenica dei prodotti kosher.

La situazione è molto più vivace, il 90% dei clienti sono religiosi haredim, in maggioranza donne. Affollano il frigorifero con yougurt e latte, altre invece il settore delle verdure. Montagne di pomodori, peperoni, pesche, mele tutto rigorosamente inodore e …. insapore. Un lavorante palestinese riempie gli scaffali sotto la supervisione del responsabile, anch’egli palestinese. Sbirciatina tra i vini, il meno caro costa 7 €. È un bianco, assai pallido e sicuramente troppo fruttato. In ordine attraverso il banco del macellaio dove servono la carne kosher quattro palestinesi, la bottega del formaggio dove c’è un commesso palestinese e il forno dove sono presenti due panettieri palestinesi. Di ebrei israeliani nemmeno l’ombra. Per vederne devo arrivare alle casse. Qui invece, al contrario, dei palestinesi non c’è nessuno. Nel supermercato kosher, dentro l’insediamento illegale, ho contato 12 lavoratori palestinesi e 10 ebrei israeliani. Ho comprato un pacco di penne di marca italiana, tre barattoli di conserva made in Italy, un cartone d’acqua minerale italiana con il nome di un santo, mezzo kg di formaggio parmigiano reggiano, 250 gr di caffè espresso prodotto da una famiglia triestina e una nota cioccolata piemontese. E ho speso una cifra ragguardevole, circa 38 €.  Se scoppiasse la guerra i miei rifornimenti, per due giorni, sono assicurati.
Enrico Catassi

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