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Curarsi con gli insetti, da antiche radici una frontiera per il futuro Ambiente, Breaking news, STAMP - Salute

Firenze – Curarsi con gli insetti: una prospettiva che, grazie al saggio del professor Stefano Turillazzi, zoologo con la passione per queste straordinarie creature, appare sempre più una strada aperta agli sviluppi della moderna farmacopea. Una pratica dalle radici antiche, quella dell’Entomoterapia, ed Entomoterapia è il titolo del libro pubblicato da Stefano Turillazzi per ETS.  L’Entomoterapia fa uso di artropodi (in modo particolare insetti) o di loro prodotti per la cura di varie malattie.

Abbiamo posto alcune domande al professor Turillazzi in particolare partendo dal libro “Entomoterapia”.

D. Professore, perché proprio gli insetti per l’uso farmacopeico?

R. “Molte caratteristiche di questi animali sono state un po’ “dimenticate”, e tra queste la possibilità di utilizzarli come farmaci. Una possibilità che attinge a varie farmacopee tradizionali, tant’è vero che in molti paesi gli insetti rientrano nelle medicine che vengono prescritte al paziente per determinate problematiche. Un uso che si è sviluppato soprattutto in Asia, dalla Cina all’India, ma anche in Sudamerica. In Messico,  per esempio, l’utilizzo degli insetti a scopo curativo è molto diffuso. Questa pratica sprofonda nell’antichità. Per quanto riguarda i nostri tempi ci sono esempi di tecniche  utilizzate già da popoli come i Maya o gli antichi egizi, come la maggot therapy, che consiste nel porre su gravi ferite o piaghe larve di mosca che divorano i tessuti in decomposizione ottenendo due risultati: ripulire la ferita e nel frattempo,  con l’emissione da parte delle larve di secrezioni (dalle proprie ghiandole) con qualità antimicrobiche,  impedire che la ferita si infetti. Questa terapia molto antica è stata ripresa recentemente in alcuni Paesi, come gli Stati Uniti e l’Inghilterra, in cui viene utilizzata quando le medicine ufficiali non riescono più a contenere o guarire questi tipi di patologia”.

D. Qual è il ruolo della entomoterapia nella tradizione occidentale?

R. “In Occidente è molto conosciuta l’apiterapia, ovvero l’utilizzazione dell’ape e dei suoi prodotti per la cura di vari tipi di malattie. E’ necessario precisare che non sempre queste medicine, vagliate con il metodo scientifico, sono state validate. Tuttavia è chiaro che in molti casi esistono delle ottime ragioni per pensare che, nelle secrezioni prodotte dagli insetti, ci siano delle sostanze che  possono avere un’attività farmaceutica di tutto rispetto per determinati tipi di malattie”.

D. Dunque, l’entomoterapia presenta due aspetti: uno radicato nella tradizione, l’altro fortemente connesso alla ricerca e all’innovazione. In questo senso, ciò che salta all’occhio, anche nella sua pubblicazione, è il ruolo dei veleni. Doppia faccia, è il caso di dire: da potenzialmente mortali a medicine?

R. “Pensiamo allo sviluppo delle allergie ai veleni di api, vespe, calabroni, bombi … Su questo tema la ricerca sta sviluppando la linea dell’immunoterapia, che consiste nell’introdurre nell’organismo del paziente piccolissime dosi del veleno cui è allergico, creando una sorta di “mitridatizzazione” del soggetto, rendendolo immune agli effetti dannosi di una reazione sistemica che può essere così forte da arrivare allo shock anafilattico. Si calcola che in Italia ci sia una media di 5 morti all’anno per questo motivo. L’immunoterapia va preceduta da una diagnosi che identifichi la specie al cui veleno la persona è allergica. Il passo successivo è quello di inserire nell’organismo piccole dosi di questo veleno che, in certi casi, le aziende farmaceutiche hanno difficoltà a procurarsi. Quello di curare il veleno col veleno è solo un aspetto di questa sostanza, ci sono anche altre prospettive”.

D. Ad esempio?

R. “Ci sono veleni che presentano particolari sostanze, come i cosiddetti peptidi antimicrobici. Questi peptidi  fanno parte del veleno, hanno una funzione nella puntura, ma nello stesso tempo sono anche delle sostanze che vengono utilizzate dagli stessi insetti per proteggersi da microorganismi patogeni. Abbiamo visto ad esempio che tanto le api quanto le vespe si spalmano addosso il veleno, lo applicano sul nido, riuscendo a limitare le infestazioni patogene. Altri casi? Esiste un veleno, prodotto da uno scorpione particolare, che viene utilizzato in un’ospedale americano perché ha la capacità, trattato in un certo modo, di andare a fissarsi nelle cellule malate. In particolare, l’uso che se ne fa riguarda la chirurgia di determinati tumori al cervello. La procedura prevede l’introduzione nell’organismo del paziente, il giorno prima dell’operazione, di una dose di questo veleno marcato con sostanze fluorescenti. Questo permette il giorno dopo al chirurgo di avere una visione chiara delle cellule malate, e di eliminarle con più sicurezza, senza andare a creare problematiche di altro tipo”.

D. Un esempio molto curioso che lei fa nel suo libro riguarda la vecchia tradizione, presente in Germania, di masticare nidi di vespa contro il mal di denti. Ma c’è qualcosa di fondato in questa prescrizione tradizionale?

R. “Non è del tutto smentita, dal momento che è stata rinvenuta la presenza, in queste soluzioni alcoliche di nidi, di sostanze particolari che hanno effettivamente delle proprietà antimicrobiche. Ancora è da stabilire il contributo che le vespe danno con la loro saliva. Saliva che per altri versi viene utilizzata come una sorta di elisir corroborante dagli adulti, in quanto quella prodotta dalle larve è una secrezione piena di aminoacidi liberi. Sembra estremamente ricostituente, tant’è vero che uno studioso giapponese, una trentina di anni fa, mise a punto una sorta di ricetta basata proprio sull’analisi della secrezione di larve appartenenti alla famosa Vespa mandarinia, che poi produsse come un integratore per sportivi che è utilizzato tutt’ora”.

D. Lei ha parlato anche di entomoterapia ambientale. Di cosa si tratta?

R. Facciamo un esempio proprio partendo dalle vespe. Recentemente il nostro gruppo ha rilevato che, per quanto riguarda il Saccharomices cerevisiae, vale a dire il lievito che consente di fare vino, birra, pane, ecc., compie il suo ciclo naturale all’interno dell’intestino delle vespe. Probabilmente ciò accade anche con altri insetti, ma le vespe sono estremamente importanti perché si passano questi lieviti dagli adulti alle larve e poi di nuovo agli adulti, in quanto presentano un sistema di trofallassi (scambio di cibo) che nel caso dei lieviti comporta un loro passaggio all’interno degli intestini degli adulti, dove concludono il ciclo e danno il via alla riproduzione sessuata. In questo modo si amplia la variabilità del patrimonio genetico dei lieviti. Gli insetti agiscono poi da vettori, trasportando il lievito sui grappoli d’uva prima che questi vengano utilizzati per fare il vino. Un caso, dunque, di quella che ho chiamato entomoterapia ambientale, in cui agisce l’interazione di microorganismi veicolati dalle vespe, con un meccanismo utilizzabile, magari, per ricostituire un ambiente impoverito dal punto di vista biologico”.

D. Gli insetti sono almeno un milione per quanto riguarda le specie descritte, ma ci sono stime variabili che vanno dai 5 ai 10 milioni. Nella generale crisi ambientale, viste le capacità di adattamento e trasformazione di questi esseri nostri compagni sulla Terra, non potrebbero essere forse proprio loro gli organismi più equipaggiati per resistere al cambiamento in arrivo?

R. “Sicuramente sono riusciti ad adattarsi a tutti gli ambienti terrestri e sono gli organismi pluricellulari più capaci di adattamento rispetto a tutti gli ambienti (terrestri) possibili e immaginabili. Per cui è chiaro che forse sono i più quotati a superare una crisi ambientale catastrofica”.

D. Una previsione per il futuro: l’entomoterapia avrà sviluppi?

R. “Suppongo di sì, perché ci troviamo in una fase in cui pesano varie problematiche di tipo farmacologico: la più nota di tutte è quella della resistenza sempre crescente agli antibiotici. Quindi la possibilità di rifarsi a prodotti “nuovi”,  (che visto il numero delle specie di insetti presenti sul pianeta potrebbero essere infiniti o quasi), nel futuro credo possa portare qualche vantaggio, anche recuperando certe indicazioni della medicina tradizionale. Secondo me tutto ciò dev’essere visto come un enorme campo da approfondire, con lo studio delle sostanze prodotte dagli insetti e la loro validazione farmacologica con il metodo scientifico.. Fra queste appunto quelle con proprietà antimicrobiche. Ci saranno problemi da affrontare, come quelli legati alle conseguenze dell’uso di sostanze nuove (i famosi effetti collaterali, ndr), ma con le biotecnologie abbiamo la possibilità di lavorare e di mettere a punto sostanze derivate da materiale naturale e soprattutto  prive di conseguenze indesiderate”.

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