energee3
logo stamptoscana
Edizioni Thedotcompany

Cursano, presidente Confcommercio regionale: “Il sistema è a rischio, serve un nuovo modello” Breaking news, Economia

Firenze – Le piccole imprese al centro, come valore sociale, economico, identitario del Paese. E’ questo, il biglietto da visita di Aldo Cursano, f nuovo presidente della Confcommercio Toscana. Un incarico attribuito con grande condivisione fra gli iscritti all’associazione, che hanno premiato così anni di impegno non solo lavorativo o di rappresentanza della categoria, ma anche le capacità di concretezza nelle decisioni di Cursano.

Raggiunto da Stamp, il nuovo presidente mette in luce approccio ed obiettivi della sua presidenza.

“Sono le piccole imprese che devono tornare al centro dell’interesse economico sociale e politico in quanto valore anche identitario, dal momento che sono loro ad aver creato, a proprio rischio e pericolo, uno stile di vita, di relazioni, uno stile che, nel rappresentare la storia e la cultura del territorio, determina ni qualche modo la qualità della vita, tutta italiana, dove la relazione umana, l’accoglienza, il guardarsi negli occhi, è quella dimensione unica che i viaggiatori di tutto il mondo apprezzano. Abbiamo costruito un modello straordinario perché al centro c’è questa umanità. Chi viene in un ristorante, chi entra in un negozio o in una bottega, viene accolto e gli viene trasmessa quella cultura e quell’orgoglio di appartenenza caratteristico del luogo. Perciò, chi viene da noi viene non solo per la bellezza, pure straordinaria, ma per vivere “all’italiana”. Se non rimette al centro questo patrimonio, che è un patrimonio sì materiale, ma soprattutto immateriale e identitario, è chiaro che le attenzioni delle politiche del nostro Paese non saranno adeguate all’importanza sociale, identitria ed economica di questo mondo”.

Quali sono dunque i prossimi passi?

“Occorre ripartire dai valori condivisi intorno ai quali si fonda il Paese. Non scordiamo che in Italia l’impresa è spesso familiare. Perciò il modello italiano non è composto da grandi imprese e da grandi catene, dietro alle nostre imprese non ci sono fondi internazionali, grandi imprese finanziarie, il nostro modello si fonda sul lavoro, sul sacrificio, sulla passione. E quindi, lavorando, si onorano gli impegni, si svolge la propria funzione, sociale con le sue luci e i suoi colori, perché una strada o una piazza, una città intera grande o piccola che sia, viene mantenuta viva e vitale proprio attraverso la fruizione delle attività commerciali, i colori, le vetrine, la socialità, la sicurezza che deriva dalla presenza delle attività commerciali aperte. Nel momento in cui una pandemia blocca questo sistema, abbiamo toccato con mano la fragilità, perché è sì un patrimonio straordinario, in quanto unico, ma da un punto di vista economico siamo fragili proprio perché alle spalle di questo sistema straordinario ma composta da piccole imprese non ci sono i grandi fondi, le grandi catene, ma, spesso, la familia, il lavoro. e quando quest’ultimo viene impedito per legge, è qui che precipita la grande crisi del terziario che mi sono sforzato di mettere in luce, in questi 18 mesi, con iniziative, allarmi, grida di dolore. Diciotto mesi di buio a fronte dei quali solo da maggio-giugno siamo riusciti a vedere un po’ di luce. Il nostro settore, lo sottolineo, ha fatto energere quelle fragilità a fronte delle quali la politica e il governo non sono riusciti a intervenire tempestivamente”.

Ma cosa si può fare ora?

“Intanto mi lasci dire che tantissime, troppe aziende hanno lasciato il campo, e quelle che sono sopravvissute sono indebitate fino al collo. Quindi c’è da gestire anche questa parte, per vedere come spamare i debiti, alleggerire le fiscalità, consentire alle imprese di poter riprendere fiato, perché se un’impresa muore, fallisce, chiude, è una perdita per la città, perde il Paese, perdiamo l’anima. Serve un impegno in questa direzione, fare coincidere l’interesse del Paese con l’interesse delle imprese, salvaguardando lo stile italiano, ovvero il patrimonio che dà lavoro a milioni di persone. Uno stile che si fonda sul servizio, dunque sul lavoro. In un ristorante, in un negozio, nelle botteghe, l’elemento centrale è il servizio alla persona, in un mondo che crea e distribuisce ricchezza, perché il lavoro è una ridistribuzione di ricchezza”.

In che modo un modello così legato alle relazioni interpersonali e alla socialità può affrontare la crescente digitalizzazione dei servizi?

“Si tratta di un modello che come si può ben capire, non possiamo lasciare che venga cancellato dall’online e da altre forme che sono sì innovazione, ma se noi facciamo sparire le persone, il servizio, è chiaro che il Paese va a compete su ambiti in cui noi siamo perdenti perché i nostri punti di forza sono la dimensinoe e la relazione umana, il rapporto interpersonale, il servizio della persona che racconta, ti fa vivere un’seprienza, te la racconta nel piatto, in ciò che siamo. l’Itlia, la bellezza è il frutto non dell’online, ma della maestria dell’uomo, dei sogni, dell’amore, del desiderio di rendere la nostra cultura immortale. La bottega come modello di vita è un modo di vivere la familia con la bottega, con la socialità con la strada, il rapporto con gli altri. Noi non tuteliamo questa dimensione umana, urbanistica, che si traduce in termini di civiltà e cultura. La bellezza la si può vedere anche online, ma l’esperienza, la relazione umana, il sorriso è un fattore di unicità che non si può recepire che “in presenza”.

Come s’è mossa secondo lei la politica in tutto questo?

“Le esigenze di cui mi faccio portavoce non sono colte dalla politica, che abbiamo visto molto disattenta. La poltica ha dato considerazione a molti settori, considerando il terziario di mercato superfluo. Un settore che non è stato sostenuto, non ha avuto politiche dedicate. ecco perché il mio impegno in un momeno in cui ho visto migliaiai di colleghi, amici, io stesso in una difficoltà così estrema lasciati nelle mani degli affitti, delle banche, da soli a combattere contro questi meccanisimi in cui noi siamo solo dei moscerini. Perciò, credo che lo stare insieme serve a dare valore alla nostra storia, alla nostra cultura alla nostra fuznione scoiale. Noi rappresentiamo la qualità di vita che dicevo, che portano le persone a vivere un certo modello di vita sociale. Abbiamo visto nel lockdown cos’è la città senza le nostre attività: uno scheletro monumentale. Come si fa a non fare politiche che mettono insieme lavoro, sicurezza e identità? Se no, come si fa a resistere ai grandi fondi che stanno comprando la città? Il governo deve capire che nei momenti di debolezza i piccoli vanno protetti, ma vanno protetti proteggendo uno stile di vita, un’identità, un’unicità, altrimenti ci troveremo i grandi gruppi, i grandi fondi, padroni della città”.

Eppure, sembra davvero, a volte, che l’intera Firenze sia un grande portale di vendite immobiliari. Cosa spinge il commerciante, così attaccato alla sua identità, ad arrivare a vendere?

“Più manca l’acqua da bere, più una persona è disposta a vendere. Con questi affitti, con questa rendita, con questi costi, quando passano 18 mesi senza lavorare, ci si trova nelle mani della finanza, delle banche, nelle mani di chiunque. Ci scopriamo fragili. Ecco perché mi sono assunto questa responsabilità che non ho cercata ma mi è stata richiesta dai colleghi. Ciò che si trova a rischio è un modello: nel nostro settore non è facile delocalizzare, non si può aprire lo “stesso” locale in Germania, è un servizio legato alla vita, a noi, alla dinamica della città. O riusciamo ad avere il necessario per vivere, oppure siamo costretti ad alzare bandiera bianca. Prima di alzare bandiera bianca, metterò in campo tutte le iniziative e le lotte per salvaguardare, si badi bene, il modello. L’obiettivo è che il commerciante non venga più visto solo come distributore di beni e servizi, ma come distributore di valori, legato alla cultura e alla storia”.

Il problema del lavoro dipendente sembra far emergere irregolarità. Come vi ponete su questo tema?

“Senza dubbio le fasce più fragili del nostro settore, che vivevano e mangiavano se lavoravano, dopo le chiusure e avendo ricevuto circa 600 euro per due volte in 18 mesi, sono state gettate in condizioni di grande disperazione. Un’azienda precaria può offrire solo lavoro precario. Un’azienda a termine, può offrire lavoro a termine. Un’azienda solida, che lavora e produce e ha una prospettiva a tempo indeterminato, offre lavoro stabile e prospettiva a tempo indeterminato al dipendente. La questione dunque non è così semplice. Ovviamente, ho sempre preso le distanze dai “birboni”, però dobbiamo anche ricordarci che il povero dpendente che magari ha lavorato presso di me e che ha investito in proprio prendendo la piccola trattoria mettendosi i capo cambiali per svariati anni e non ha unalira in tasca e la sua unica possibilità di mangiare è il lavoro, una volta che questo gli è stato sottratto, rimanendo assediato dalle banche, è chiaro che non è in grado di potere operare con regolarità. Se un settore è in crisi, crea rapporti critici. Se un’azienda è strutturata alle spalle, sto pensando alle grandi catene, il dipendente  prenderà poco o tanto, ma riscuoterà regolarmente. Se la piccola o media impresa non sta in piedi, non sta in piedi neanche il lavoro. Se c’è un disagio sociale, la politica deve accompagnare la ripresa. Siamo in un momento in cui i fallimenti, nel corso di questi due anni, sono moltiplicati per oltre il venti. Perciò serve un nuvo modello di sviluppo che rimetta al centro l’impresa e il lavoro sano e corretto, ma sostenendo un nuovo modello di sviluppo in cui l’impresa possa stare in piedi. Voglio fare chiarezza: non è accettabile che si facciano lavorare le persone senza corrispondere quanto dovuto. Se non si riesce a pagarli, si devono lasciare in cassa integrazione. Ma il problema è che, con i costi che subiamo, pensiamo alla luce, all’acqua che da noi è la più cara del mondo, con gli interesse bancari che continuano a correre che si lavori o no, è un modello di sistema che va in crisi. E’ chiaro che le persone cercano di rimanere a galla. Con la cessazione della cassa integrazione, secondo me si assisterà a un taglio sui dipendenti. Al di là di questi ultimi due mesi, in cui abbiamo visto che, sebbene si tratti di un turismo più povero, un certo movimento è tornato, si rientrerà, a settembre, in una situazione critica per le imprese. Ripeto, se non creiamo un modello economico diverso, le imprese no stanno in piedi e le ricadute riguardano tutta la città, dai dipendenti a tutto il resto dell’indotto. Per salvare l’impresa, non la si può lasciare a pagare diecimila euro d’affitto. Serve un patto, dopo il fallimento dei concordati, in cui la fiscalità, i costi, vengano in qualche modo riparametrati alla situazione economica. Serve che il sistema bancario, quello politico locale e nazionale, dialoghino per rimettere in pista le condizioni per salvare le piccole imprese. Se non salviamo le imprese, salta il Paese”.

Quale sarà la vostra strategia?

“Ho sempre puntato sull’unione di tutte le associazioni. Questo perché i “piccoli” insieme diventano grandi. Da soli non si va da nessuna parte, non abbiamo forza contrattuale, nè politica nè commerciale. Quello che sono convinto dobbiamo fare, d’ora in avanti, è fare come “i grandi”, cominciare a creare modalità di acquisto, modalità di servizio, condivise. Dobbiamo creare anche modalità di vendita innovativa, laddove non possiamo investire singolarmente possiamo farlo insieme. Non dobbiamo subire l’innovazione, l’online, ma dobbiamo capire come rispondere a nuovi bisogni dimostrando di essere disponibili anche noi a ripensare le modalità. Ciò non vuol dire cancellare il passato, ma pensare alle diverse modalità con cui arrivare al consumatore. Anche questo aspetto di trovare nuove modalità e modi nuovi per le nostre attività è un impegno, perché da un lato dobbiamo difendere le nostre specificità, ma dall’altro dobbiamo proporre, dobbiamo intraprendere nuove azioni che ci consentano di salvare la tradizione innovandoci. Infine, un appello: quello di cogliere il difficile momento della pandemia per impegnarci, penso anche ai grandi nomi, a salvaguardare la città, bene comune, e il settore, con la partecipazione delle migliori energie. Abbiamo spesso delegato, ora è il momento di rimboccarsi le maniche: tutti, in particolare chi ha avuto successo, è il momento di dare un contributo alle nostre città”.

 

Print Friendly, PDF & Email
Condividi
Translate »