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Da Firenze parte il “controDelrio” sulle Città Metropolitane Politica

Ci sono germi di incostituzionalità nel disegno di legge Delrio sul governo delle Città Metropolitane. È quanto intravedono i dieci presidenti delle Giunte e dei Consigli Provinciali destinati a trasformarsi in Città Metropolitane che stamattina si sono riuniti a Palazzo Medici Riccardi per discutere delle tare del provvedimento e illustrare i contenuti di una controproposta da consegnare alla Camera. È attorno al criterio di elezione dei futuri “sindaci metropolitani” che si concentrano gli sforzi revisionisti dei presidenti, unanimi nel condannare il sistema del voto “ponderato”, in virtù del quale il peso del voto dei singoli sindaci varierà in maniera proporzionale in base al numero degli abitanti dei rispettivi comuni.

Stando a quanto contemplato nel ddl Delrio, infatti, a partire dal 1° gennaio 2014 potranno esordire le Città Metropolitane che, come le Province, non saranno più elette liberamente dai cittadini. Non fino al 2017, almeno. Guidate dal sindaco della città capoluogo, le Città Metropolitane saranno gestite da un Consiglio – composto dai sindaci dei Comuni con più di 15.000 abitanti, oltre che dai rappresentanti delle Unioni dei Comuni della Provincia o dei Comuni in convenzione – e da una Conferenza, che riunirà tutti i sindaci afferenti al nuovo ente. Al vertice di questa nuova, allargata “provincia”, potrà sedere un presidente eletto dai sindaci, dal Consiglio provinciale e dall’Assemblea dei sindaci ma, come ricordato, proprio in base al principio del voto ponderato.
Quanto sia insidioso un sistema del genere lo ricorda Beatrice Draghetti, presidente della Provincia di Bologna. A fronte del sindaco di un comune capoluogo avremo qualcosa che – tradotto in bolognese – vedrà un Consiglio in cui siederanno 13 sindaci su 56, più 9 presidenti delle Unioni. Ovvero, una ventina di sindaci su 56. “Quanto alla Conferenza Metropolitana (a cui spetta, tra l’altro, l’approvazione del bilancio) e al sistema del voto ponderato, soltanto a Bologna si vedrebbe raggiunta la maggioranza con 4 Comuni su 56”.

Dov’è, allora, la rappresentanza? E che fine fa la democrazia? Se lo chiede anche Antonio Saitta, presidente della Provincia di Torino, e gira la domanda ai futuri, possibili sindaci. “Accetteranno di diventare, per legge, sindaci di Città Metropolitane che non li hanno eletti democraticamente? Potranno dirsi sinceri democratici?”. Il sindaco metropolitano, insomma, deve essere eletto dai cittadini. È qui il vizio di incostituzionalità ravvisto da Saitta e dai presenti. “Non si può creare un organo dove il sindaco di un capoluogo resti tale, per legge, fino al 2017 per di più. Diciamo no a persone nominate per legge e no a persone nominate dai partiti”.

Se il disegno dovesse essere approvato, in sostanza si suonerebbe automaticamente la campana a morto del nuovo ente. Solo il voto libero dei cittadini potrebbe scongiurarne il destino. “Per paradosso – prosegue Saitta – al sindaco del comune capoluogo potrebbe essere chiesto di diventare presidente della regione. È un’assurdità che contribuirebbe a trasformare la nuova realtà istituzionale in uno dei tanti enti-società”.
Mette in guardia, Saitta, anche dalla falsa idea che vedrebbe la Città Metropolitana come un Comune capoluogo allargato. “È un ente di area vasta che governa una realtà complessa. È fondamentale che sia forte e fatto di organi in grado di risolvere i problemi di un territorio che non è più quello degli anni Novanta. Gli organi devono avere autorevolezza e questa deriva solo dall’elezione diretta”.

Di gestione di localismi e rischio di omogeneizzazione parla anche il presidente della Provincia di Firenze Andrea Barducci presentando un correttivo al ddl che muova, oltre che dalle Province, anche da Regioni e Comuni.
“Una riforma deve mirare al miglioramento dei servizi per i cittadini, non a dare segnali – insiste Draghetti – mentre, per com’è adesso il progetto, un sindaco potrebbe trovarsi a ricoprire anche 5 incarichi”. Sulla stessa linea anche Bruno Dapei, Presidente del Consiglio Provinciale di Milano. “Le grandi innovazioni spesso causano passi indietro”. Torna poi sulla rappresentatività. “Non difendiamo la poltrona. Siamo qui per dire che sulle poltrone importanti devono sedere rappresentanti eletti dai cittadini. Questo sia perché i cittadini devono poter continuare a scegliere, sia perché governare da nominato è tutt’altra cosa che governare da eletto”.

Il progetto di revisione del ddl, a cui dà sostanza il messaggio lanciato ieri da 44 costituzionalisti (come ricordato da Antonio Pentangelo, presidente della Provincia di Napoli), vuole che venga rispettato il giusto procedimento elettivo. “L’insistenza nell’andare avanti malgrado la contrarietà di molte regioni del Nord come del Sud – chiosa Pentangelo – non è che segno di mancanza di democrazia.
Il documento che, intanto, della democrazia tenterà di sollevare le sorti, verrà consegnato ai capigruppo della Camera e alla Commissione Affari Costituzionali, che proprio domani discuterà del ddl, mentre l’ANCI di riunirà in assemblea.

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