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Da Prato al Darfur, il pediatra di Emergency Società

Alle cronache è noto soprattutto per le sue riletture di Sherlock Holmes e per essere uno dei cosiddetti sherlockinani, coloro che credono che il detective londinese sia esistito davvero e portano avanti il cosiddetto Grande Gioco.
Ma oggi Enrico Solito è soprattutto un pediatra di Sesto Fiorentino, studio a Prato, e una discreta quantità di tempo passato come volontario in Italia per Emergency. Fino a quando ha deciso che l’impegno in Italia non bastava più, e ha sentito l’impulso di partire. In Sudan prima, in Darfur l’anno dopo. È tornato lo scorso settembre. «Pensavo di aver visto l’inferno, ma ne ho visto uno più profondo», racconta lui, che è stato laggiù due mesi. L’obiettivo del viaggio, come vuole l’organizzazione fondata da Gino Strada, era curare tutti quegli “effetti collaterali” delle guerre, che non sono solo soldati smembrati ma anche bambini malnutriti che muoiono «come fossero di cristallo: basta un soffio e non ci sono più». Ecco perché è partito anche lui, che pure è un pediatra e non un chirurgo di guerra. E mentre ti racconta di quei giorni, lo guardi negli occhi è come se ce li avesse lì davanti, i «bambini di cristallo», quei bimbi «a cui così spesso ho dovuto chiudere gli occhi per l’ultima volta». In Darfur Solito ha lavorato in un ospedale a Nyala (la capitale) fianco a fianco con Francesco Azzarà, il giovane pediatra rapito il 14 agosto scorso. «Mi sembra incredibile questa vicenda – racconta Solito – mi sembra incredibile anche che ancora non si sia fatto nulla per lui. Resto anche adesso in contatto con lui e con tutti quelli che ancora sono laggiù. Questo mi riesce difficile accettare, ora che sono tornato e che la notte mi sveglio col pensiero dei bambini che non sono riuscito a salvare».
Già la prima volta, lo scorso anno, in Sudan, non era stato facile. Lì, a Khartoum, Emergency ha aperto un ospedale cardiologico di primissimo livello, fondamentale in un paese in cui la febbre reumatica che colpisce il cuore è la terza causa di mortalità infantile. Ma Enrico, che è pediatra, lavorava nella vicina Mayo, un “villaggio” di un milione di persone dove si vive senza acqua e senza luce, senza servizi sanitari. Poi, a luglio, è partito di nuovo, per il Darfur. «Visitavamo anche 100 bambini al giorno, in tutto ne avremo visti trentamila – dice Solito – e tutti i giorni vedevamo la morte. Lì il grosso problema è la malnutrizione: l’Unicef stima che nei villaggi ci siano 25% di bambini mal nutriti. Non oso pensare come sia». C’è poi un altro, pericolosissimo problema: si chiama l’anemia falciforme, una malattia di cui muore un bimbo su quattro. «Ma la malnutrizione che fa davvero spavento. Ho dimesso bambini dall’ospedale che tempo nemmeno 24 ore ho ritrovato morti. Una mattina faccio il consueto giro in corsia. Tutto ok. Lo faccio di nuovo, con più calma, con le visite. Una delle mamme ha coperto il suo bimbo fino alla testa: in Africa si fa, per proteggere i piccoli dalle mosche. Ma lì non c’erano mosche: il bimbo che avevo visto nemmeno dieci minuti prima era morto». Aquesto, oggi, non si riesce a dare spiegazione. Per questo ancora resta come impotente. «Quando sei stato in posti come quelli ti accorgi che le preoccupazioni dei genitori sono sempre le stesse, qualunque sia la condizione di partenza. E questo ti fa pensare. Ripartire? Vediamo. Stare lì è bellissimo, ma anche tanto impegnativo».

Lucia Pecorario
 

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