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Dachau, segnale inquietante di un passato che non passa Opinion leader

Pisa – Ci sono nomi che mettono i brividi solo ad ascoltarli. Sono i luoghi dello stermino nazista. Dachau in Germania, Auschwitz in Polonia e le Fosse Ardeatine o Sant’Anna di Stazzema nel nostro paese. Altri ancora, troppi, meriterebbero menzione in queste poche righe. Purtroppo oggi siamo a commentare ancora una volta un episodio molto grave. Sul cancello in ferro d’ingresso a Dachau si ergeva l’ignobile scritta “Arbeit macht frei” (il lavoro rende liberi). Forse non c’era bisogno di tradurla ai lettori di Stamp. Tuttavia, questa frase resta uno dei simboli di un passato terribile. È molto di più di una semplice scritta lunga quasi due metri e alta poco meno di un metro. È la memoria storica della nostra società contemporanea. Ebbene è stata incredibilmente rubata. Il furto è avvenuto nella notte tra il 1 e 2 Novembre e i ladri si sono arrampicati, indisturbati, ed evitando le telecamere si sono impossessati della scritta di metallo. Nessuno ha notato nulla. Dachau è una cittadina a 15 km a nord-ovest di Monaco, e li’ vicino è sorto il primo campo di concentramento nazista, aperto il 22 Marzo del 1933. La notizia fu data da Heinrich Himmler, capo della Polizia della città di Monaco con poche parole: “Abbiamo preso questa decisione senza badare a considerazioni meschine, ma nella certezza di agire per la tranquillità del popolo e secondo il suo desiderio”.

Il campo di Dachau fu progettato per ospitare circa 5.000 detenuti ma a partire dal 1942 il numero non scese mai al di sotto di 12.000: il grande aumento avvenne quando, nel 1938, iniziarono ad arrivare i primi ebrei tedeschi che si aggiunsero ai comunisti e ai dirigenti socialisti che arrivarono già nel 1933. Alla fine passeranno oltre 200 mila prigionieri, 3500 gli italiani. I primi ebrei che arrivarono nel campo ebbero la possibilità, dopo un breve permanenza, di emigrare in altri paesi soprattutto se consegnavano tutti i loro beni ai nazisti. Dopo l’annessione dell’Austria e la conquista della Cecoslovacchia la situazione peggiorò: nel 1940 iniziarono ad arrivare gli ebrei residenti in questi due paesi e anche un grande numero di ebrei polacchi, che costituirono la maggioranza dei prigionieri.

Il tragico numero di prigionieri, in grandissima parte ebrei, che vi persero la vita furono oltre 40 mila. Ricordare le migliaia di persone che vi perirono è un principio assoluto di democrazia, negarne la veridicità un atto infame. Dachau venne liberato dalle forze americane il 29 aprile del 1945. Solo allora fu definitivamente chiaro a tutti cosa il nazismo aveva prodotto di malefico e orribile. Eppure in molti tedeschi e non solo nazisti sapevano della sua esistenza e di cosa vi accadesse da molto tempo. Un intero popolo, tranne poche meritevoli eccezioni, era stato silente di fronte alla terribile verità. Lo storico C.R. Browning nel bellissimo libro “Uomini comuni” scrive: “L’Olocausto fu possibile perché singoli esseri umani uccisero altri esseri umani in gran numero e per un lungo periodo. I semplici esecutori divennero assassini di professione.” E poi ancora nella intensa ricostruzione aggiunge: “Un uomo comune può diventare uno spietato assassino per puro spirito di emulazione e desiderio di carriera.

Ovvero: i sentimenti più banali e apparentemente innocui sono i motori della più estrema inumanità.” Ebbene a rubare quella scritta e infrangere la memoria della Shoa sono state sicuramente persone comuni. Non è importante quanto quel furto sia stato compiuto su commissione per un collezionista o per dimostrare che l’ideologia nazista ancora è tra noi, in entrambi i casi è uno scempio alla storia. Tuttavia, nel secondo caso è un crimine assai peggiore e decisamente pericolosissimo, motivato dal “potere” di possedere i simboli più nefasti dell’ideologia nazista per farne un uso distorto, sino alla venerazione. Non è la prima volta che accade un caso simile, anche nel campo di morte di Auschwitz in Polonia nel 2009 la targa, con la medesima scritta, è stata divelta. E poi recuperata in un traghetto diretto in Svezia. Allora la polizia dichiarò che il crimine non aveva moventi politici o antisemitici. Si sarebbe trattato, a detta degli inquirenti, di una bravata …. Una strana bravata visto che il piano era stato meticolosamente studiato nei minimi particolari. Il portavoce del Museo di Mensfelt parlò di “profanazione di un luogo sacro”. Vedremo nei prossimi giorni a cosa porteranno le indagine che la polizia tedesca sta conducendo e se a Dachau tornerà quella scritta all’ingresso del campo. In Israele la “rapina” a Dachau ha suscitato molto scalpore.

Nei commenti sul web si legge: “Mettete in sicurezza quei simboli, possibilmente in un museo” oppure “Rimuoviamo mattone per mattone tutto e portiamolo in Israele” ma anche “Se dovessero porre una copia ci sarà qualche negazionista che dirà vedete l’Olocausto è tutta una fabbricazione”. Il rischio purtroppo esiste e questi vandalismi ne sono la prova proprio come scrisse Enzo Collodi nel suo bellissimo libro “Il fascismo e gli ebrei. le leggi razziali in Italia”: “Lo sterminio degli ebrei, promosso e attuato dal regime nazionalsocialista va visto nel quadro di una più generale recrudescenza delle ostilità contro gli ebrei che si diffuse sul continente”. Una pestilenza di cui il vecchio continente pare non sapersi liberare definitivamente nemmeno a pochi giorni dal 2015.

Alfredo De Girolamo – Enrico Catassi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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