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Dall’arte del presente a quella del passato Opinion leader

R. Walter Mutt ha innescato su STAMP una garbata polemica perché una  pala d’altare dell'artista Flavio Bartolozzi , prima apprezzata e accettata per ornare una chiesa nel pisano, è stata successivamente spostata in altro luogo religioso – più moderno e quindi giudicato più adatto ad accogliere arte del nostro tempo. Ciò non appare tanto grave, però si insiste nel sottolineare l’atto di accoglienza – discussa e non risolta tuttora –  riservata dalla Soprintendenza a un altorilievo di Mitoraj per la facciata di Sant’Agostino a Pietrasanta, sottolineando che nel caso dell’artista polacco, ormai largamente conosciuto, l’inserimento di un’opera contemporanea in un contesto antico, non viene contestato (almeno non dalle autorità preposte). La discussa e mai riveduta legge cui si fa riferimento, che è di epoca fascista, riguarda la tutela delle cose di interesse artistico e storico, ed è tirata fuori dalle soprintendenze quando torna più comodo.

Per la sottoscritta non è questo il punto del contendere, perché allora si potrebbe ritirare fuori anche la legge modificata e spesso dimenticata del 2% che risale al  29 luglio 1949, n. 717, dove il comma 1 è stato da poco sostituito dal seguente: «Le Amministrazioni dello Stato, anche con ordinamento autonomo, nonché le Regioni, le Province, i Comuni e tutti gli altri enti pubblici, che provvedano all'esecuzione di nuove costruzioni di edifici pubblici devono destinare all'abbellimento di essi, mediante opere d'arte, una quota della spesa totale prevista nel progetto (aggiungiamo, non inferiore a percentuali suddivise in scaglioni: al 2% per importi tra 1 e 5 milioni di euro, all'1% per gli importi tra 5 e 20 milioni, allo 0,5% per importi superiori a 20 milioni)". Ma non è il nostro caso, poiché non si tratta di un nuovo edificio. Invece la polemica fa riflettere su una questione di metodo, sostenuta da vari studiosi e art writer (tra cui la sottoscritta) che riguarda da vicino anche Firenze, che in  questi giorni ospita, nella bella piazza Santa Croce, un’opera davvero insensatamente transitoria, di Mimmo Paladino (nella foto), altro indiscusso maestro dell’arte del tempo presente. Siamo ormai in diversi a sostenere che quanto gli artisti viventi producono, va considerato rifacendo a ritroso il cammino della storia dell’arte, quindi dal presente al passato.

Anche un grande comunicatore quale Philippe Daverio, ammette pubblicamente di “aver guardato all’antico partendo dal contemporaneo”, e lo stesso diceva di fare il primo direttore del Centro Pecci di Prato, Amnon Barzel. Quanto sopra per dire che un'opera come la grande croce-labirinto di Paladino può solo far meglio capire e apprezzare la marmorea facciata neogotica di Santa Croce, e l'intero disegno della piazza. Terminerei con un’altra considerazione, a proposito del senso e della funzione da dare all’arte (non mettiamo in campo il concetto di bellezza, per favore, che ci perderemmo!): l’invito ad ascoltare cosa hanno da dire sulla mente e la bellezza dell’arte oggi i neuroscienziati, che studiano le reazioni dei neuroni; e gli artisti stessi che hanno la capacità di accendere in noi pensieri che prima non avevamo “pensato”, che hanno il dono di creare un’opera che “ci concerne”, facendo diventare senso le parti buone e cattive di noi, come proprio poche ore fa raccontava l’artista Cesare Pietroiusti, in un coinvolgente simposio su questo tema.     

Paola Bortolotti

 

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